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Lotta all’antisemitismo
e diritti delle minoranze

Leggo su Pagine Ebraiche del 5 ottobre scorso e poi su “Domani” del 7 ottobre che l’Unione Europea ha approvato un significativo documento dedicato alla lotta all’antisemitismo e alla promozione della vita ebraica in Europa. È molto importante che i vertici europei prendano finalmente piena coscienza in modo specifico della peculiarità e della gravità dell’attuale minaccia antisemita, senza inglobarla in modo magari corretto ma generico e dunque inefficace nella più generale minaccia del razzismo e dell’intolleranza. È evidente che il diffuso antiebraismo è parte di un più ampio rifiuto dell’altro, di una volontà di estromissione del diverso che da anni cresce col crescere dei fenomeni migratori e con il forte aumento delle presenze “straniere”, avvertite da alcuni (da molti?) come estranee alla nostra realtà e dunque da ripudiare talvolta anche sulla base di assurde considerazioni pseudo-biologiche. Ma è altrettanto evidente che le radici profonde dell’antisemitismo sono anche altre, seppur parallele, come altre e specifiche sono le sue tematiche e le sue manifestazioni. E’ dunque opportuno che gli organismi europei assumano una consapevolezza particolare del fenomeno antisemita, non solo nella sua vicenda e portata storica (che tutto tende ad affogare nel mare magnum e certo incancellabile della Shoah) ma anche nelle sue modalità e nelle sue caratteristiche contemporanee. Importante è insomma che l’Europa prenda coscienza del fatto che l’antisemitismo non è solo doloroso passato – e dunque doverosa memoria – ma purtroppo anche allarmate presente, cioè un infido e pericoloso nemico di oggi, da combattere con gli strumenti opportunamente combinati della convivenza, della conoscenza, dell’informazione, della formazione, della repressione. Ecco perché è fondamentale che nel documento siano ricordate le parole di Rav Sacks (“L’odio che inizia con gli ebrei non finisce mai con gli ebrei. Commettiamo un grande errore se pensiamo che l’antisemitismo sia una minaccia solo per gli ebrei. È una minaccia, prima di tutto, per l’Europa e per le libertà che ha impiegato secoli per ottenere”) e quelle, più note e sempre citate, di Primo Levi (“È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”): il rimarcarle è segno di un’attenzione non generica ma specifica a un allarme per il mondo (e non tanto e solo per gli ebrei) che giunge da due voci ebraiche. Anche se ci possiamo chiedere perché tra le tante profonde analisi che Primo Levi ha dedicato al tema – ricorrenti in “Se questo è un uomo” e ne “I sommersi e i salvati”, ma presenti ovunque nella sua opera – venga sempre riportata quella quasi lapidaria constatazione.
I problemi però cominciano proprio con la lettura del documento europeo in questione. Su “Domani” il giurista Pasquale Annichino ne analizza con acume l’impegno propositivo, ma anche la vaghezza e le lacune nell’indicazione delle concrete strategie da mettere in atto: su venticinque pagine, solo mezza si sofferma sulle linee programmatiche che occorrerà effettivamente seguire per dare attuazione al testo. Vedremo se ulteriori provvedimenti applicativi testimonieranno della reale volontà europea di assumere davvero l’iniziativa, di fronte all’antisemitismo serpeggiante e montante degli ultimi anni; o se le belle parole resteranno tali.
I problemi poi continuano, se guardiamo ad altri aspetti altrettanto indicativi del difficile clima che le minoranze respirano nel cuore dell’Europa. È di pochi giorni fa la sentenza della Corte Costituzionale del Belgio che conferma per quel Paese l’abolizione della schechitah e della macellazione rituale islamica, recependo in toto una sentenza emanata nel dicembre scorso dalla Corte di Giustizia europea, organismo giuridico di quella stessa UE apprezzata promotrice del succitato testo sulla lotta all’antisemitismo. Dove sta di casa la coerenza? L’ambiguità dell’Europa è inquietante: da un lato condanna con fermezza l’antisemitismo e intende combatterlo per rendere più facile la vita delle comunità ebraiche che da secoli e secoli risiedono nel continente; dall’altro, offendendo il principio di parità tra le diverse fedi e con evidente disprezzo delle tradizioni culturali/religiose delle minoranze, ostacola istituzionalmente il rispetto di regole fondamentali per l’ebraismo e per l’islam, creando oggettivamente condizioni difficili per la loro libera sopravvivenza sul continente. Le motivazioni animaliste portate a sostegno del divieto di macellazione rituale sono una evidente foglia di fico, dato che non è assolutamente dimostrabile che essa comporti maggior sofferenza per l’animale rispetto a quella con stordimento preventivo. Le ragioni autentiche sono altre. Innanzitutto emerge una precisa volontà di impedire la macellazione islamica, e con essa la stabilizzazione e la crescita di minoranze musulmane: non a caso il provvedimento è stato adottato da regioni, poi da Stati (le Fiandre, ora l’intero Belgio, l’Olanda) in cui forti sono le posizioni nazionaliste e tendenzialmente xenofobe. Per quanto riguarda noi ebrei, poi, l’orientamento di fondo è sempre lo stesso: l’antisemitismo del passato è pubblicamente condannato come aberrante e spinge le istituzioni a coltivare la memoria, i perduranti pregiudizi antiebraici sono anch’essi astrattamente denunciati come un pericoloso veleno sociale; ma in concreto poco o niente si fa per rendere più agevole e più sicura la situazione attuale della minoranza ebraica, specie laddove essa – pur radicata nel tempo – è minacciata da varie forme di intolleranza (dal fondamentalismo islamista delle periferie parigine e in genere francesi ai movimenti schierati contro la “finanza internazionale”, dal complottismo no vax dei tempi di pandemia al fascismo nostalgico e filo-nazista di CasaPound, Forza Nuova e aggregazioni simili). Anzi, come si vede si va oltre: si tende a ostacolare l’adozione di precetti fondamentali come quelli della kasherut; il che equivale a suggerire più o meno direttamente che l’Europa o certe zone d’Europa non sono più un buon posto per gli ebrei. Ma perché il sacrosanto, ineludibile ricordo degli ebrei morti deve prevalere sulla sicurezza e la tranquillità degli ebrei vivi?
La schizofrenia europea tra accoglienza e rifiuto, tra lotta all’odio e tendenza all’isolamento non è evidentemente il frutto di uno studiato progetto, è piuttosto il risultato inevitabile di linee politiche divergenti seguite da gruppi opposti (Europa come casa comune o Europa degli Stati nazionali?); oppure il sovrapporsi incoerente di settori programmatici diversi (l’accoglienza e la ricerca di convivenza da un lato, l’ambientalismo/animalismo dall’altro). Le incoerenze di fondo vanno però risolte. E i diritti delle minoranze, il rispetto delle loro culture devono essere garantiti: altrimenti è la sostanza democratica della stessa Unione Europea ad essere messa a rischio.
David Sorani

(12 settembre 2021)