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Del Giudice, i gatti e gli ebrei

Difficile da interpretare la congiuntura astrale verificatasi alla fine dell’anno ebraico appena conclusosi. Le stelle, le costellazioni, in ebraico mesalim, sono come i dadi, gli ossicini, con cui si divinava la sorte. Qualche cosa come il termine latino sortes, signa. «Malmasàl», alla lettera, è chi ha una sorte amara, corrisponde al triestino disgrazià. Sul finire dell’estate le costellazioni, i dadi, i mesalim, in inquietante simultaneità, hanno concentrato i loro sforzi sull’ombra di Bobi Bazlen, che tutto era fuorché un malmasàl.
Le stelle hanno voluto che “Bobi”, di Roberto Calasso (Adelphi), uscisse pochi giorni dopo la morte dell’autore. Non basta: poco tempo separa la morte di Calasso dalla morte di Daniele Del Giudice, che nel 1983, sostenuto da Italo Calvino, aveva esordito pubblicando un romanzo tutto dedicato all’ombra di Bobi (Lo stadio di Wimbledon). Poiché noi possiamo riprendere in mano “Note senza testo”, l’unico libro firmato da Bazlen (sempre Adelphi, 1970: non ho verificato se esiste una successiva edizione), il gioco si fa divertente. Facciamo finta che dadi, sortes, signa, mesalim siano questi tre libretti. Mettiamoli sul tavolo e confrontiamoli uno con l’altro. Vincerà chi possiede un istinto rabdomantico paragonabile a quello, prodigioso, di Bobi, personaggio interstiziale che sta dietro la maggioranza dei casi editoriali italiani del Novecento, da Montale a Svevo, oltre che fondatore e poi eminenza grigia di Adelphi. Calasso gioca da virtuoso sulle virgolette delle “Note senza testo”, Del Giudice idem, ma aveva fatto in tempo a intervistare Ljuba, che viveva a Londra accanto al tempio del tennis mondiale (donde il titolo del romanzo). Ljuba firma le note a piè di pagina delle “Note senza testo”, ma a Del Giudice ha raccontato cose che Calasso ignora; dal canto suo Calasso fu vicino a Bobi negli anni romani e dunque dice cose che nemmeno Ljuba poteva sapere. Un gioco intellettuale che fa venire il mal di mare. Una “primavoltità”, potremmo usare per il nostro gioco di società il neologismo che Bobi adoperava per definire le cose che si fanno per la prima volta, le uniche degne di essere vissute (e ricordate).
Se non si amano i rabdomanti, comunque qualche retroscena s’apprende. Per esempio, sui gatti e sugli ebrei. A Del Giudice – e soltanto a lui – Ljuba anzianissima confida ciò che Montale (e nemmeno Calasso) sapevano. Era di Bobi la boutade: “I gatti sono come gli ebrei. Difficilmente sono stupidi, ma quando sono stupidi lo sono in un modo totale”.
Bazlen sapeva alternare la profondità la sapienza scritturale con l’arguzia ironica. I suoi paradossi ricordano qualche volta Flaiano. Non la goccia, ma il mare fa traboccare il calice, dice in una lettera a Voghera. Il mare fra traboccare le sue note senza testo. Una leggenda è quella secondo cui Bobi non amasse scrivere. Fu al contrario uno degli autori di lettere più spettacolari della letteratura italiana del 900. Sotto forma di intervista è noto un suo testo su Trieste, che i francesi hanno reso come libro (una delizia per i bibliofili: Ed. Allia, 2000 con disegni di Vittorio Bolaffio). Nessuno mi ha mai saputo spiegare se si tratta di vera intervista (ma allora chi sarebbe l’intervistatore?) e non, come io credo, il frutto della prosa frizzante di Bobi. Rimane che quel testo è su Trieste la guida culturale più consigliabile al viaggiatore in una notte d’inverno.

Alberto Cavaglion

(13 ottobre 2021)