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A destra e a sinistra

Sarebbe bene intendersi sul nesso fra democrazia e rappresentanza istituzionale. In troppi, mi pare, sono inclini a pensare che la prima coincida con la “volontà popolare”. Questa, spesso urlata per le piazze e alimentata da slogan tanto efficaci sul piano della propaganda quanto poco concreti su quello dell’effettivo governo, rischia di condurre in breve tempo proprio all’annichilimento della democrazia stessa. Allora bisogna dirlo in maniera chiara e non equivoca: la democrazia non è quella cosa lì. In Italia siamo arrivati a stabilire un sistema democratico dopo una sanguinosa guerra civile e di occupazione. Un equilibrio che è stato precario per molto tempo, ma che si è fondato e ha messo radici su regole certe, scritte e condivise nella Costituzione. Una carta fondamentale che è, apertis verbis, antifascista. A questo punto bisogna intendersi su cosa sia il fascismo, nella prospettiva costituzionale. Si giungerà alla conclusione, leggendone gli articoli, che non si intende per fascismo il semplice richiamo alla simbologia del passato regime. Non importano i saluti romani (che pure ci sono e purtroppo vengono tollerati), né interessano le aquile della simbologia militaresca di Salò o gli slogan del tipo “boia chi molla” o “camerata presente!”. No, la costituzione è antifascista in quanto rifiuta la violenza come strumento per redimere i contrasti sociali o politici, perché combatte il razzismo, perché persegue l’equità sociale e la parità di genere, perché difende il diritto al lavoro, allo studio, a una giustizia equa, a una sanità pubblica, all’accesso allo studio, alla ricerca scientifica. Una destra che aspira a governare questo Paese non può – di conseguenza – esimersi dal dichiarare apertamente il proprio antifascismo. A nulla vale l’argomento che “il fascismo è storia passata e noi guardiamo al futuro”. Non è così. Il fascismo è un metodo e prevede un obiettivo. Opporsi ad esso, apertamente, significa essere legittimati ad aspirare a governare. Non farlo, rischia di condannare la destra alla marginalità e inaffidabilità istituzionale.
E però, poiché si vivono ore pre-elettorali a vario titolo, anche alla multiforme area della sinistra andrà ricordato che quella strana e improbabile interpretazione del concetto di democrazia che ricordavo sopra non concede sconti. Il rigore nel rispetto dei valori costituzionali vale per tutti. Se la situazione di pandemia ha previsto per lunghi mesi l’adozione di uno stato di emergenza, questo non può diventare la regola. In particolare, ci sono alcuni segnali visibili che emergono nella pancia della nostra società e che ci dicono quanto sia necessario un ritorno pieno alle regole costituzionali per difendere la democrazia del paese. La violazione del diritto alla privacy (un tema su cui in epoca di pre pandemia siamo stati martellati allo sfinimento), la lesione del diritto al lavoro che muove oggi i portuali (da sempre un baluardo della vita democratica e non una minaccia) e altre categorie, l’evidente necessità di pensare meglio – specialmente in alcune zone del Paese, il sistema di assistenza sanitaria, il tempo infinito e ingiustificato che abbiamo dovuto attendere per una normalizzazione degli accessi ai luoghi dello spettacolo e della cultura, sono solo alcuni degli esempi della tensione che si è venuta a creare fra emergenza e diritti fondamentali. Chi governa deve farsi carico di prestare ascolto a queste tensioni e di provvedere a scioglierle proprio nel solco del dettato costituzionale. Non farlo, significherebbe offrire praterie ai populismi più deleteri, che possono sfociare in sfide violente e inaccettabili come quella a cui si è assistito il 6 gennaio a Washington, e più di recente a Roma con l’assalto alla sede della CGIL.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

(15 ottobre 2021)