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Dietro il nuovo squadrismo

Angoscia, rabbia, impotenza di fronte a un fantasma che ritorna. Poi, a mente fredda, soprattutto inquietudine e preoccupazione. Le violenze fasciste del 9 ottobre a Roma spaventano, turbano nel profondo la difficile ripresa e vogliono generare il caos. Ma occorre andare oltre il senso di sconfitta e, nella solidarietà democratica, cercare di capire come tutto ciò sia potuto accadere.
Le formazioni apertamente fasciste, violente, disposte a tutto che stanno dietro e dentro l’esplosione scomposta ma accuratamente preparata culminata nell’assalto alla CGIL (Forza Nuova in testa, ma non solo) hanno mostrato la spudorata capacità di approfittare con abilità retorica e movimentista dello smarrimento ingenuo, irrazionale di una (non piccola) minoranza, del suo bisogno immediato di trovare i diretti responsabili per le crisi di qualsivoglia natura (anche epidemiologica), della sua illogica paura di fronte al vaccino; ma anche il cinico intuito politico di giocare sull’incertezza e su una palese incapacità delle istituzioni nel portare avanti sino in fondo le giuste scelte intraprese. Indubbia ed esiziale è la loro volontà di strumentalizzazione, la loro ricerca di occasioni di protesta, di spunti di opposizione al governo, con il preciso obiettivo di reclutare una sempre più estesa massa di manovra. Le folle crescenti di no vax e no pass, pronte a scagliarsi contro la linea equilibrata di una certificazione che garantisce sicurezza sanitaria e favorisce il rilancio economico spingendo nel contempo all’incremento delle vaccinazioni, sembrano purtroppo dare ragione a questa logica perversa.
Da un lato, niente di nuovo sotto il sole. Nel 1922 il fascismo arrivò al potere nei modi che conosciamo grazie al vortice di una profonda crisi economico-sociale e di una crescente instabilità politica, sulla base di continui atti di violenza da parte di piccoli gruppi (e con complicità politico-economiche di alto livello alle spalle). Dall’altro, la situazione di oggi è molto diversa. La struttura istituzionale non è quella di uno Stato liberale appena uscito da una vittoriosa e catastrofica guerra europea, in grave difficoltà di fronte all’emergere dei movimenti di massa; bensì quella di un solido Stato democratico membro dell’Unione Europea e instradato sulla via di una netta ripresa economica dopo la débacle pandemica. Oggi, soprattutto, sappiamo cosa è e dove ha portato il fascismo nelle sue varie declinazioni: la rovina dell’Europa, lo sterminio del popolo ebraico, tredici milioni di morti (anzi cinquanta milioni, se contiamo le vittime del secondo conflitto mondiale voluto dai fascismi europei). Ciò dovrebbe servire da monito; ma quasi mai, come sappiamo la storia è “magistra vitae”.
Dietro i rigurgiti fascisti di questa fase declinante della pandemia ci sono evidentemente gli effetti tardivi, pesanti, duraturi di una crisi economica che la innegabile ripresa in corso non si è ancora lasciata alle spalle; lasciti di lungo periodo che, incancrenendosi, si stano trasformando in crisi sociale e in pericolosa crescita di risentimento e di tensione: il brodo di coltura ideale per chi pesca nel torbido nella speranza di far saltare il banco e sovvertire la situazione.
Sulla spinta di un malcontento crescente, siamo dunque davvero incamminati sulla via della ripetizione del tragico percorso novecentesco? Se governo, parlamento, istituzioni, società civile, sistema dell’informazione manterranno lucidità e coesione questo non avverrà. Serve certo una risposta ampia e forte come quella della manifestazione antifascista di sabato scorso (anche se sarebbe stata ben di più efficace una risposta unitaria dell’arco politico parlamentare, con la partecipazione del centrodestra). Ma soprattutto servono una analisi preventiva della situazione, una repressione severa degli agitatori, una politica chiara decisa e senza oscillazioni, interventi netti e non contraddittori. Non siamo ancora sull’orlo del baratro, ma occorre saper reagire con intelligenza e lungimiranza.

David Sorani