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Cinema – Lo speciale
Emozioni e identità sullo schermo

Un anno dopo, è tutta un’altra musica. La pandemia ha allentato la presa, una nuova normalità si è fatta strada e il cinema è tornato in scena. Mentre le sale riaprono una dopo l’altra, il ritorno dei grandi festival è uno dei segnali più incoraggianti della stagione. Da Cannes a Locarno a Venezia, le star sono tornate a percorrere il red carpet, il pubblico ha affollato le proiezioni, gli incontri con gli autori non sono mai stati così vivaci e i film hanno riservato magnifiche sorprese. L’anno appena trascorso è però destinato a lasciare il segno. Non è un mistero che in tutto il mondo il cinema sia stato uno dei settori più colpiti dalla pandemia. Le sale chiuse e le produzioni bloccate per mesi hanno determinato perdite enormi – in termini di investimenti e posti di lavoro. E a partire dallo spettacolo la crisi si è riverberata sull’intera industria di supporto – dai trasporti al merchandising. Intanto il consumo di intrattenimento è andato alle stelle sul canale alternativo dello streaming e gli schermi di casa, dal cellulare alla computer alla televisione hanno assunto un ruolo centrale nel nostro tempo. Il virus ha finito così per imprimere una vertiginosa accelerazione a una mutazione culturale che già in precedenza era percettibile ma in altre condizioni poteva richiedere anni prima di manifestarsi con questa prepotenza. La pandemia è l’anno in cui Netflix e Disney hanno realizzato guadagni impressionanti e i videogiochi hanno segnato un ulteriore crescita. Il consumo domestico di serie tv, film e spettacoli è ormai un’abitudine a cui si prevede pochi vorranno rinunciare. È sotto mano, costa meno e in tempi di Covid più sicuro – per non parlare del fatto che non tutti vivono nei grandi centri toccati dalla distribuzione. Ci vorrà del tempo a definire la portata del cambiamento ma è difficile immaginare che si torni al passato: il futuro, sostengono gli esperti, passa dallo streaming. I meccanismi sono per ora in fase di rodaggio. Warner Bros Pictures ha deciso ad esempio di diffondere tutti i film di quest’anno sul canale via cavo HBO Max. I giganti dello streaming, Amazon e Netflix in testa, da tempo investono anche in produzioni d’autore. E nessuno si stupisce più che un lavoro debutti online in contemporanea alle sale o a pochi giorni di distanza. Per le sale cinematografiche, il domani non è buio come sembra. Resisteranno quelle capaci di coltivare il loro pubblico, adattare la programmazione alla realtà locale o ritagliarsi un ruolo anche in chiave virtuale. Quanto ai festival hanno recuperato il loro ruolo di incontro e proposta e riflessione in un batter d’occhio. E ai nostalgici dei bei tempi andati vale la pena ricordare che è stato lo streaming a schiudere i confini di innumerevoli produzioni internazionali. Dove avete visto Unorthodox e Shtisel, Fauda e The Marvelous Mrs. Maisel?

La leggendaria stagione del New Yorker

“The French Dispatch è tre cose insieme: un’antologia, il New Yorker e un film francese”: così il regista americano Wes Anderson sintetizza il suo nuovo lavoro dedicato alla rivista culturale. Ambientato a metà del secolo scorso, in una cittadina francese di fantasia, Ennui-sur-Blasé, il film sgrana in chiave di fantasia una galleria di personaggi dove fra tic, manie e battute folgoranti è facile riconoscere i protagonisti di una stagione culturale leggendaria. È una collezione di storie tenuta assieme dalla passione per la scrittura, una dichiarazione d’amore al mestiere di giornalista e forse il film più ebraico di Wes Anderson che in passato si era già ispirato a Stefan Zweig (Grand Hotel Budapest) e a J.D. Salinger (I Tenenbaum).
Nel feroce direttore/fondatore Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray) si ritrova infatti il leggendario direttore del New Yorker William Shawn, ebreo di Chicago, sotto la cui direzione sono stati pubblicati molti degli articoli che tornano nel film. In Lucinda Krementz (Frances McDormand) che segue un gruppo di giovani rivoluzionari, guidati da Zeffirelli (Timothée Chalamet), s’intravede la scrittrice Mavis Gallant, a cui si deve un memorabile reportage sul Maggio francese, a lungo impegnata nella stesura di una biografia di Alfred Dreyfus che non vedrà mai la luce. Il critico gastronomico ebreo A.J. Liebling si immerge invece in un reportage sulle politiche dell’alta cucina insieme allo scrittore James Baldwin: una delle poche storie inventate. Adrien Brody, Oscar per Il pianista e uno degli interpreti favoriti di Anderson, si cala invece nella parte di un eccentrico esperto d’arte ispirato al mercante d’arte ebreo Lord Duvee. La sua missione è acquistare un’opera di Moses Rosenthaler (Benicio Del Toro), figlio di un commerciante di cavalli ebreo messicano, “la più turbolenta voce artististica della sua generazione”.
Wes Anderson immerge questo microcosmo di expat negli scenari che sono ormai il suo marchio di fabbrica: colori pastello, tagli geometrici, cura maniacale dei dettagli. La cittadina Ennui-sur-Blasé è adorabile nelle sue atmosfere rétro (gli esterni sono stati girati ad Angoulême), gli interni un trionfo di nostalgie vintage, il cast strepitoso e molto ebraico. È il genere di film che si ama o si detesta.
Gli autori e i reportage sono puntualmente elencati nei credits e sono protagonisti in un volume con il titolo An Editor’s Burial – Journals and Journalism from the New Yorker and Other Magazines. Intanto i poster del film sono già diventati oggetti di culto come tutto ciò che circonda il mondo immaginario di Wes Anderson.

La ricerca di Anna nell’Amsterdam di oggi

Quando Kitty prende vita è una notte di tempesta. Siamo ad Amsterdam, nel futuro, alla casa-museo di Anna Frank affollata di turisti. Come per miracolo l’inchiostro che solca le pagine del Diario vola via, la vetrina va in frantumi e Kitty, l’immaginaria amica dai capelli rossi a cui Anna indirizza i suoi sfoghi e le sue riflessioni, fugge portando il diario con sé. Si apre così il nuovo film di animazione di Ari Folman Where is Anne Frank che annodando i fili della storia al tessuto del presente rivisita in una nuova prospettiva la storia di una delle figure simbolo della lotta all’odio e ai razzismi. Presentato fuori concorso al Festival di Cannes e accolto da recensioni entusiastiche, il lavoro del regista israeliano, già autore del bellissimo Valzer con Bashir (2008), disegna una vicenda toccante e di grande impatto visivo che dal passato si slancia nel presente entrando nei suoi nodi più dolorosi. Mentre l’intera città si mobilita alla ricerca del diario rubato Kitty – che non sa cosa ne è stato di loro – vuole trovare Anne e la sorella Margot. Accompagnata da un nuovo amico di nome Peter, si trova così a ripercorrere tratti emblematici della storia, dall’ascesa del nazismo alla Shoah alla vita nell’alloggio segreto, mentre stringe amicizia con alcuni dei più poveri ed emarginati di Amsterdam, rifugiati in attesa di essere rimpatriati. Finirà così per capire che il nome di Anna Frank è ovunque, iscritto nelle strade e sugli edifici, ma il suo messaggio è assente. “Anna non ha scritto questo diario per essere venerata”, dirà. “L’importante è fare tutto il possibile per salvare anche una sola anima. Una sola anima”. Il diario, è il messaggio, non è un feticcio a cui inchinarsi né il frutto di un passato ormai lasciato alle spalle. Nelle parole di Anna Frank vibra invece il senso di valori che mai come oggi sono necessari. Illustrato da David Polonsky, il film è girato in parte in stop motion anche grazie a Andy Gent, che disegna le marionette per i film d’animazione di Wes Anderson. Nelle immagini tornano i cani inquietanti che popolavano Valzer con Bashir, i nazisti sono figure buie e terrificanti e la città si anima di dettagli straordinari. Impossibile guardare questo film senza ricordare che la madre di Ari Folman è sopravvissuta ad Auschwitz e si devono a lei, deportata da adolescente, alcuni degli elementi visuali più potenti. Pensato per gli spettatori più giovani, Where is Anne Frank nasce in collaborazione con la fondazione Anne Frank ed è stato sviluppato in partnership con l’Unesco, la Claims Conferenze, la Fondazione per la Memoria della Shoah.

Famiglia e identità nel cuore d’Israele

Un regista israeliano arriva in una località remota del deserto per presentare uno dei suoi film. Lì incontra un funzionario del ministero della Cultura e mentre affronta il recente lutto per la madre si trova a combattere per la sua libertà creativa. HaBerech – Ahed’s Knee, il nuovo film dell’israeliano Nadav Lapid, premiato a Cannes dalla giuria a pari merito con il tailandese Apichatpong Weerasethakul, nasce da un’esperienza autobiografica. Invitato nel 2018 alla proiezione di un suo film in un villaggio nel deserto israeliano, è stato contattato da un funzionario con la richiesta di elencare in un modulo gli argomenti dell’incontro (“Non serviva un genio per capire che era una forma di censura”). Un mese e mezzo più tardi, alla morte della madre, da sempre editor nei suoi film, il regista riversa quello spunto in una sceneggiatura che restituisce la lacerazione del suo lutto. È una storia forte, brutale, in cui il rapporto con Israele e i sentimenti più personali finiscono per saldarsi. “Piangere mia madre è stato anche piangere per il mio paese”, spiega Lapid (The Kindergarten Teacher, Synonimes). Sono invece i toni della favola a segnare il ritorno di Eran Kolirin, già autore del fortunatissimo La Banda (2007). Liberamente ispirato al romanzo omonimo di Sayed Kashua, Vayehi Boker – Let it be morning è la storia di Sami, arabo israeliano che vive a Gerusalemme. Un invito alle nozze del fratello lo costringe a tornare nei luoghi dov’è cresciuto ma quando di notte l’esercito d’improvviso circonda il villaggio si trova bloccato. Mentre la tensione e il senso di isolamento crescono, inizia a farsi delle domande. Il racconto di Eran Kolirin chiama in causa gli interrogativi che segnano la convivenza delle due comunità. “Si tratta di immaginare come ci si può sentire quando ci si trova circondati da un muro, gridando senza essere ascoltati”.

Daniela Gross – Pagine Ebraiche ottobre 2021

(25 ottobre 2021)