Machshevet Israel
Jabès o dell’interrogazione

Trent’anni fa moriva a Parigi Edmond Jabès. Era nato a Il Cairo, figlio di ebrei italiani ma educato in scuole francesi, e fu attivo nell’antifascismo. Nel 1957 dovette lasciare l’Egitto, come altri ebrei esuli dalle terre arabe, e trovò riparo in Francia, in un nuovo esilio dall’esilio – contrassegno di molta ebraicità europea – che tuttavia acuì la sua appartenenza all’ebraismo e dove scrisse una grande opera, Le livre des questions, una sinfonia letteraria e filosofica in sette ‘libri’ ritmata da un’unica passacaglia: il rapporto ebraismo-scrittura. È stato tradotto integralmente da Bompiani, qualche anno fa, con il titolo Il libro delle interrogazioni, e presentato come “un classico dell’umanesimo ebraico del Novecento”. In un certo senso è pensiero ebraico in forma poetica, nello stile di certi sefarditi medievali (tipo Shlomò Ibn Gabirol).
Tra gli estimatori, già all’uscita del primo ‘libro’ (1963), ci fu Jacques Derrida, all’epoca alle prese con la decifrazione, più che la decostruzione, di Totalité et Infini di Levinas, apparso nel ’61. Proprio nella raccolta di saggi derridiani La scrittura e la differenza (Einaudi 1971) troviamo incastonato un breve ma bellissimo testo dedicato a Jabès, il cui titolo permuta i termini della stessa opera jabèsiana in “l’interrogazione del libro”. Esso si offre ancora oggi al lettore italiano – cinquant’anni esatti dopo – come esempio di ermeneutica ebraica tra provocazioni intellettuali e urgenze etiche, e dopo decenni non ha perso lucentezza e lucidità. Il libro, ogni libro, non è che una rifrazione di scintille del Libro, e “Iddio stesso – scrive Jabès – non esiste se non perché sta nel Libro”. L’ebraismo nel mondo insegna ‘la grammatica’ a chiunque voglia leggere quel Libro; gli ebrei ne sono stati i primi lettori, ad alta voce, e per primi hanno imparato come va ascoltato e musicato e interpretato; sono custodi della biblio-filia che è archetipo ad ogni testualità, ma al contempo della contestazione e demolizione di ogni scrittura che pretenda farsi biblio-latria, che non vede cioè come il testo non sia che un pre-testo o ur-text per commenti, esegesi e interpretazoni senza fine. Tra questo compito di custodia e di contestazione, spiega Derrida, l’ebreo – ma lui scrive l’Ebreo – “è spezzato e lo è prima di tutto tra queste due dimensioni della lettera: l’allegoria e il letterale… Tra la carne troppo viva dell’avvenimento letterale e la pelle fredda del concetto corre il senso. In questo modo trapassa nel libro. Tutto (av)viene nel libro. Tutto dovrà trovar domicilio nel libro. Anche i libri. Per questo il libro non è mai finito. Rimane sempre in sospeso e in attesa”.
Sebbene la prosa di Derrida tenda all’enigmaticità, qui v’è un’eco di Levinas, oltre che dell’inquietudine e delle inquietanti domande di Jabès. In sospeso e in attesa è l’ebreo, quello concreto come quello simbolico, passato all’esterno proprio attraverso il Libro biblico, eredità ebraica con cui il mondo continua a fare i conti ostinandosi però a ignorare o disprezzare chi gliene offre la grammatica e la semantica, per comprenderlo. E sia. I doni non si chiedono indietro. Habent sua fata libelli, figuriamoci il Liber, il Sefer per antonomasia! Ancora un passo di Derrida su Jabès: “La poesia sta alla profezia come l’idolo sta alla verità. Forse è per questa ragione che il poeta e l’Ebreo ci appaiono in Jabès tanto uniti e tanto distanti nello stesso tempo… [Qui è Jabès] ‘Reb Lima: All’inizio la libertà fu incisa dieci volte sulle Tavole della Legge, ma noi la meritiamo tanto poco che il Profeta [Moshè rabbenu] le fece a pezzi nella sua collera’. [Qui è Derrida] Tra i frantumi della Tavola spezzata germoglia il poema e mette radici il diritto alla parola. Ricomincia l’avventura del testo… La necessità del commento è, come la necessità poetica, la forma stessa della parola esiliata. All’inizio è l’ermeneutica”.
Passacaglia ebraica è questa consapevolezza della necessaria rottura della scrittura (affinché non diventi idolo) unita alla cura della conservazione dei suoi frammenti nell’arca; è la difesa del vuoto, leggibile come spazio tra le lettere, quale condizione del significato delle lettere stesse; è la dialettica continua tra un centro o un nucleo, il ‘dire divino’, e la periferia dei commenti, il ‘detto umano’, insieme di ‘parole esiliate’ senza le quali quel nucleo resterebbe inaccessibile o incomprensibile; è il primato dell’oralità farisaica sulla testualità sadducea, conflittualità che da duemila anni tende a riprodursi tra chi fa rivivere la lettera nello spirito, nel diuturno studio e nel chiddush dell’atto interpretante, e chi, in nome dello pirito, tende a uccidere o ignorare la lettera. Infine, ancora Derrida: “L’apertura originaria dell’interpretazione significa essenzialmente che ci saranno sempre rabbini e poeti. E due interpretazioni dell’interpretazione. La Legge diventa allora Interrogazione e il diritto alla parola si confonde con il dovere di interrogare. Il Libro dell’uomo è il libro dell’interrogazione”. Non è forse un invito a rompere il ‘detto divino’ con il ‘dire umano’, in una circolarità aperta tra scrittura e oralità, tra she-bi-ktav e she-be-‘al-pè, marchio autentico della tradizione ebraica? Con scritture stratificate, Edmond Jabès e Jacques Derrida di questa circolarità hanno narrato, decostruendo intenzionalmente persino se stessi.

Massimo Giuliani, Università di Trento

(11 novembre 2021)