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 Antonietta Raphaël,
identità allo specchio

Una donna in tutta blu dallo sguardo deciso e consapevole. Maniche rimboccate e strumenti di lavoro in mano. Un simbolo di emancipazione femminile in un’epoca in cui l’uguaglianza di genere era ancora lontana. Una donna capace di superare i pregiudizi e affermarsi nel suo presente. Non parliamo del celebre manifesto di Rosie the Riveter (1943, We can do it!), ma dell’autoritratto di una artista che, attraverso le sue tante vite e opere, si può annoverare tra le icone del femminismo dello scorso secolo: Antonietta Raphaël, che nel 1940 firma “autoritratto in tuta blu”.
“Parliamo di una grande artista donna del Novecento, che ha portato avanti con energia e originalità delle tematiche straordinarie, dal femminismo all’indagine sulle sue origini ebraiche. Una donna che parla di maternità e protezione e allo stesso tempo persegue i propri sogni e la propria indipendenza”, racconta a Pagine Ebraiche Giorgia Calò, preparandosi ad inaugurare la grande mostra “Antonietta Raphaël. Attraverso lo specchio”, curata assieme ad Alessandra Troncone ed esposta, a partire dal prossimo 17 novembre, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.
Una retrospettiva che racconta la poliedrica vita artistica e personale di Raphaël attraverso dipinti sculture, opere su carta, ma anche documenti, fotografie di famiglia, lettere e pagine dei suoi diari. Un’esposizione che riflette come uno specchio i costanti dualismi che caratterizzano la vita dell’artista di origine lituane, tra le fondatrici della Scuola romana assieme al marito Mario Mafai.
“Questa mostra nasce dal desiderio di Giulia Mafai (figlia di Antonietta e Mario) di fare un ultimo significativo gesto in ricordo della madre. – racconta Calò (nell’immagine con Mafai)- Mi disse: ‘vorrei dedicarle una grande retrospettiva in un grande museo’. E così circa due anni fa ci siamo messe a lavorare insieme”. Un lavoro documentato e approfondito, che ha portato alla realizzazione della mostra nelle prestigiose sale della Galleria Nazionale. “Purtroppo Giulia ci ha lasciati pochi mesi fa. Non ha potuto vedere il risultato dei nostri sforzi. Non possiamo che dedicare a lei l’esposizione”.
“È un passaggio di testimone simbolico. Ora tocca a noi portare avanti l’impegno a ricordare la storia e l’arte della famiglia Raphaël e Mafai”, sottolinea Ariel, figlia di Giulia Mafai, che ha dato il suo contributo alla mostra. Quest’ultima, evidenzia Calò, segue diversi filoni tematici: l’autoritratto, strumento per riflettere e scavare la propria identità; la femminilità e maternità; le origini ebraiche; l’entourage artistico in cui la grande scultrice era vissuta e a cui aveva dato risalto. Tante prospettive per raccontare un personaggio complesso, dalle molte vite artistiche e non solo. “Ogni volta che mi chiedono chi era Antonietta Raphaël, i miei racconti seguono percorsi diversi. – spiegava a Pagine Ebraiche Giulia Mafai in un commovente e delicato ricordo della madre – È come un fiume che si divide in diversi canali e ogni volta ne seguo uno nuovo”. Perché siamo di fronte a una figura che ha vissuto “una vita intensa, piena, operosa e devota all’arte”, ricorda Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale. Nelle diverse sale, tra sculture, dipinti, fotografie e carteggi c’è la storia, prosegue Collu, di “un’artista che ha detto la verità, in modo olimpico, senza illusioni, con ferocia e con determinazione, quella che ha speso nelle lotte dei suoi incubi (sempre definiti sogni) e quella che ha profuso per plasmare la materia, dura come quella della pietra e del palissandro o tenera come l’argilla o la pasta di colore sulla tela”.
Ad analizzare la biografia di Antonietta Raphaël ci si rende conto che è una vita fatta “in maniera speculare. Una vita fatta di dualismi continui, di confronti tra più piani. – spiega ancora Calò, dipingendo con grande nitidezza la complessità del personaggio – Per esempio: Raphaël è una donna che, dopo aver vissuto nell’East End londinese, non teme di presentarsi in tuta blu da lavoro o pantaloni nella Roma degli anni Venti in cui era impensabile per le donne vestirsi in questo modo”. Uno spirito dunque libero e progressista, ma allo stesso tempo profondamente legata alle sue radici. “Non dimenticherà mai le sue origini, soprattutto quelle lituane chassidiche. – prosegue Calò – rappresenta e dipinge il padre rabbino a Kaunas; si porta con sé la Hannukia paterna che viene addirittura rappresentata dal marito Mario Mafai tanto è parte delle loro vite. E ancora, Antonietta dipinge il bellissimo quadro Mia madre benedice le candele. E sceglie spessissimo di rappresentare temi biblici”. Tanti gli esempi in mostra, da Genesi alle raffigurazioni di Giuditta e Tamar: “eroine bibliche, donne indipendenti e volitive, – sottolineano le curatrici – in grado di declinare grazia e bellezza in forza e combattimento e di sovvertire con le loro azioni un contesto dominato da logiche patriarcali”.
Come del resto è riuscita a fare Raphaël. Nonostante la sua bravura, nonostante fosse la più cosmopolita della Scuola romana, l’ombra maschile del marito e di artisti come Scipione non le permetterà di raggiungere il giusto riconoscimento da parte della critica, ancora molto segnata dai pregiudizi. E così sceglie coraggiosamente di cambiare percorso e passa alla scultura. “Ha una forza fisica straordinaria che le permette di scolpire la pietra con grande abilità. Vestita con la sua tuta blu, con quelle mani forti scardina i pregiudizi, lì scolpisce via. La critica dell’epoca – evidenzia Calò – si accorge del valore di questa grande artista, ma la nomina sempre con una declinazione al maschile: il più grande scultore italiano. Al maschile perché è inconcepibile pensare che sia una donna”.
Raphaël, aggiunge ancora la curatrice, “è una fenice che ha saputo rinascere più volte, come scrive Giulia nel suo libro La ragazza con il violino”. Si è ricostruita più volte il proprio percorso, superando anche il dramma delle leggi razziste e della persecuzione. Periodo buio che aveva peraltro presagito e rappresentato nei suoi lavori. “Di quel periodo è la scultura Fuga da Sodoma in cui c’è tutta l’angoscia di un secolo buio e di una situazione personale difficile con questa madre con i figli quasi inglobati dentro la materia, dentro di sé. Una madre che deve fuggire, così come dovrà fuggire la stessa artista”.
Nella mostra c’è anche l’amore per il marito Mario Mafai, raccontato attraverso l’arte così come nelle parole dei diari. “I due si allontaneranno, ma il legame rimarrà vivo come testimonia il grande ritratto di Mafai che apre la mostra. Un ritratto fatto dalla scultrice in occasione della scomparsa del marito nel 1965 e parte della collezione della Galleria Nazionale”. Il dialogo peraltro con le opere presenti nel museo della Capitale è uno degli elementi di forza dell’esposizione, sottolinea Calò. “Era un’occasione straordinaria quella di esporre all’interno della Galleria Nazionale che ha le opere più belle italiane del primo Novecento e di tutto quell’ambiente (Giacomo Manzù, Renato Guttuso, Katy Castellucci, Helenita Olivares) che ruotava intorno a Raphaël. Quindi abbiamo cercato di creare una sorta di percorso di mostra diffuso”. Il cui punto focale rimane sempre l’opera di Antonietta Raphaël, specchio al contempo della complessità di un’epoca, di una tradizione, ma anche sguardo originale e femminile attraverso cui provare a guardare il mondo.

Daniel Reichel