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Italiani ad Auschwitz

È in libreria da pochi giorni il nuovo libro di Laura Fontana, Gli italiani ad Auschwitz (1943-1945). Deportazioni, “Soluzione finale”, lavoro forzato. Un mosaico di vittime edito dal Museo statale di Auschwitz-Birkenau. Si tratta di un lavoro importante, frutto di una lunga e approfondita ricerca che offre uno sguardo nuovo sulle vicende legate alla deportazione dall’Italia. Cosa può esserci mai di nuovo su Auschwitz, si domanderà il lettore. Sappiamo già tutto, le testimonianze parlano chiaro, e poi le ricerche, le visite guidate… E invece no. Negli ultimi decenni, direi a partire dai tentativi di appropriazione politica di quel luogo come simbolo del male e della persecuzione (si pensi al Carmelo e al grande crocefisso installato da Giovanni Paolo II, oppure alla nascita di una narrativa nazionalista polacca, o ancora all’istituzione transnazionale del 27 gennaio come data simbolica universalmente condivisa), la ricerca storica su Auschwitz è stata spesso sostituita da retoriche a volte inopportune. Tuttavia, gli studi hanno proseguito il loro corso e – in particolare per quel che riguarda l’Italia – da diverso tempo si vanno ampliando le riflessioni sulla complessità di Auschwitz come macchina di sterminio (per gli ebrei) e di lavoro schiavo (per altri deportati). Si mette cioè a tema, in maniera senz’altro opportuna, l’articolazione di un luogo concentrazionario che giustamente assurge a simbolo della persecuzione, ma che va conosciuto nei suoi diversi aspetti. Troppo spesso il mondo della comunicazione, e purtroppo anche della didattica, non fa alcuna distinzione fra campi di sterminio e campi di concentramento o di prigionia. La riduzione e semplificazione della macchina della deportazione e dello sterminio agevola perciò più o meno consapevolmente la creazione di simboli che poi vengono utilizzati nella nostra contemporaneità distorcendo il significato storico che quel luogo assume per tutti noi. Pensiamo allo scempio a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, con l’immagine del cancello di Auschwitz o gli indumenti a righe dei deportati, o ancora la stella gialla dell’esclusione ebraica utilizzata nelle polemiche antivaccino. Per opporsi a questa semplificazione che conduce, appunto, alla distorsione quando non alla negazione, la lettura del libro di Laura Fontana è di certo un buon antidoto. Il volume, preceduto da una corposa introduzione e dotato di un ricco apparato bibliografico, è strutturato in due sezioni. La prima è dedicata a un esame puntuale della persecuzione antiebraica in Italia che ha condotto alla deportazione degli ebrei ad Auschwitz con l’intento complessivo di sterminarli. La seconda parte offre uno sguardo articolato e multiforme sulle differenti esperienze di deportazione nel complesso concentrazionario, alla luce di numerose testimonianze e di nuova documentazione emersa dalla ricerca. Dal 1944 infatti Auschwitz non è più per l’Italia solo il luogo di deportazione degli ebrei, ma anche di moltissimi (uomini e donne) oppositori politici oltre che lavoratori civili. Impossibile sintetizzare la ricchezza di sguardi proposta nel volume della ricercatrice del Mémorial de la Shoah, da decenni impegnata nel campo della formazione e della didattica. Lo strumento che oggi ci offre Laura Fontana può diventare assai utile, soprattutto nelle mani di insegnanti accorti, per scardinare quel meccanismo di semplificazione e di strumentalizzazione politica che rischia di annegare Auschwitz nel mare della retorica.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC