Hollywood e la faccia delle donne

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata Joan Rivers. All’annuncio che sarebbe stata Kathryn Hahn a interpretare la leggendaria attrice ebrea nella serie The Comeback Girl, è esplosa la polemica. A farsene portavoce l’attrice Sarah Silverman – una che notoriamente non le manda a dire. “C’è una lunga tradizione di non ebrei che interpretano ebrei e non solo persone che per caso sono ebree ma per cui l’ebraismo rappresenta la totalità dell’essere”, ha spiegato. Si potrebbe dire, ha aggiunto, che “un non ebreo che interpreta Joan Rivers sta facendo quel che si potrebbe definire ‘Jewface’”. Il rimando alla pratica ormai esecrata del Blackface – che vedeva gli attori tingersi la faccia di nero per interpretare, in modo spesso caricaturale, personaggi afroamericani – è stato abbastanza per spedire la questione su tutti i media americani scatenando un tifo da stadio (per la cronaca, l’accusa è stata rivolta in passato alla stessa Silverman).
“Prima Mrs. Maisel, adesso Joan Rivers. Perché le donne ebree di Hollywood sono raramente interpretate da attrici ebree”, ha titolato Time e gli altri hanno seguito a ruota. L’elenco è di fatto curioso. Ruth Bader Ginsburg, notoriamente ebrea, è stata interpretata nel film da Felicity Jones che non lo è. Una giusta causa che ricostruisce la sua carriera. La strepitosa Mrs. Maisel, la cui identità ebraica è un elemento centrale nella trama, è resa da Rachel Brosnahan (non ebrea). Nel film Disobedience, ambientato nel mondo ebraico ultraortodosso inglese, è ebrea la protagonista Rachel Weisz ma non la coprotagonista Rachel McAdams. La questione può suonare assurda finché non la si inserisce nel contesto delle politiche dell’identità – un tema che negli Stati Uniti rasenta ormai l’ossessione ma certo non risparmia il resto del mondo.
Dopo decenni di battaglie, la rappresentazione delle minoranze è ormai considerata un valore cruciale e così il rispetto delle diversità. “Sbiancare” (whitewashing) i personaggi è visto come un’offesa, non c’è accusa peggiore che quella di colonialismo culturale e neanche l’identità visivamente più sfuggente, quella sessuale, sfugge alla regola che prescrive la piena corrispondenza fra realtà e rappresentazione. Se il principio di base è senz’altro apprezzabile, nella pratica le conseguenze si rivelano spesso surreali.
Ne sanno qualcosa l’israeliana Gal Gadot finita nel mirino per il ruolo di Cleopatra (era abbastanza mediorientale ma di origini ashkenazite) o l’attrice ebrea Scarlett Johansson per un ruolo asiatico nel sci-fi Ghost in the Shell e molti altri. Al netto delle distorsioni, vale però la pena domandarsi perché la riflessione abbia finora risparmiato la rappresentazione del mondo ebraico. Non si può ignorare che molte attrici dichiaratamente ebree, fra cui la stessa Sarah Silverman, finiscono confinate nella galleria degli stereotipi – la yiddische mame, la fidanzata prepotente, l’amica impertinente. In pratica, tutti ruoli secondari. Per dirla con Silverman, “Se un personaggio femminile ebreo è coraggioso o merita l’amore, non è mai interpretato da un’ebrea. Mai”.
E non si può fingere di non vedere, come di recente notava il Jerusalem Post, che lo stereotipo corrisponde di norma alle candide sfumature dell’identità ashkenazita. Più che nell’identità dell’interprete, il problema sembra risiedere allora nell’occhio di chi guarda e nel pregiudizio che ispira tante rappresentazioni. Il mondo ebraico delle donne è assai più vivace e vario di quel che tanto cinema e tv lasciano immaginare. Contiene Sarah Silverman e Natalie Portman, Mila Kunis e Tiffany Haddish, Maya Rudolph, Zoe Kravitz e tante altre che più diverse non si può. Ecco, forse varrebbe la pena iniziare da qui. Senza dimenticare che si tratta pure sempre di recitazione e che nessuno sullo schermo interpreta se stesso. Se così fosse, Spielberg non avrebbe mai girato la tenera storia dell’extraterrestre ET e il Capitan Spock mai avrebbe preso il volo sulla navicella di Star Trek.

(Nelle immagini: l’attrice comica Sarah Silverman che ha sollevato il dibattito sulla rappresentazione delle donne ebree; Felicity Jones mentre interpreta la giudice della Corte suprema Ruth Bader Ginsburg nel film Una giusta causa (2018); Rachel Brosnahan in The Marvelous Mrs. Meisel)

Daniela Gross

(14 novembre 2021)