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L’Europa e i migranti

Serie ma locali questioni di confini e migrazioni bastano talvolta a farci capire la gravità e l’inestricabilità di nodi mondiali. Al confine fra Bielorussia e Polonia si sta svolgendo un duro confronto. Masse di migranti provenienti dall’area mediorientale e alla ricerca di nuovi passaggi verso occidente sono l’oggetto di una contesa: da un lato il governo bielorusso, impiegando anche l’esercito, li spinge con decisione a uscire dal proprio territorio nazionale in direzione di quello polacco; dall’altro le autorità polacche impediscono in tutti modi l’ingresso in Polonia di questa folla, chiudendo ermeticamente la frontiera. Lukashenko, certo, conferma la sua linea politica tirannica anche sul problema immigrazione-emigrazione, mirando a disfarsi rapidamente di quanti sono entrati in Bielorussa e usando le fonti energetiche di cui dispone come arma di ricatto verso i paesi occidentali, ma non è l’ unico ad andare in questa direzione; la Polonia di Duda e di Kaczynski mostra un atteggiamento analogo. L’opposizione reciproca rivela un’unica verità di fondo: entrambi gli Stati hanno scelto di eliminare dal proprio orizzonte queste popolazioni provenienti da un Medio Oriente disastrato e povero, e che di fatto rappresentano una sorta di rifiuto sociale, economico, culturale; una palla al piede a cui non vogliono condannarsi.
Il deciso intervento dell’UE a favore della Polonia – legato anche al fatto che uno Stato membro dell’Unione (per quanto oggi in polemica con Bruxelles su questioni istituzionali) si trova a contendere con una dittatura filorussa – ha un motivo di fondo preciso ma impresentabile: l’Europa (Germania in testa) sa che migranti in Polonia oggi significa migranti più a ovest (e innanzitutto nella confinante Germania) domani. Stando a quanto si legge, la Germania potrebbe addirittura appoggiare la costruzione di un muro di protezione da parte della Polonia come legittima difesa dei confini nazionali. Si tratta con tutta evidenza di un principio molto discutibile, ma utilissimo quale strumento di difesa comune dall’ “orda barbarica” in arrivo. Questa è la realtà oggettivamente dominante e diffusa oggi, quasi un principio-guida della politica degli Stati più sviluppati: nessuno vuole aprire le porte e neppure spiragli ai migranti; la prima regola è tenerli per quanto possibile fuori dai confini del mondo ricco, perché rappresentano un problema economico e sociale, e nella situazione attuale anche sanitario. Lo stesso avviene in USA con i migranti dell’America Centrale che premono dal Messico sui confini statunitensi; per quanto la risposta non sia più quella brutalmente violenta di Trump (l’inespugnabile muro alla frontiera), anche l’Amministrazione Biden non apre nel vero senso della parola a chi arriva dal sud in cerca di un futuro migliore.
Ma tornando all’ Europa, una politica di palese chiusura nei confronti di masse povere che chiedono accesso non confligge con gli stessi principi fondanti della UE, ispirati a democrazia, libertà di movimento personale, accoglienza, garanzia diritti ecc.? Non era universalmente raccomandato di abbattere i muri? E perché in altri momenti anche recenti l’Europa (Germania in testa) ha mostrato di saper accogliere i migranti? Evidentemente ciò avveniva non solo e non tanto per i principi, quanto per una contingente convenienza. Soprattutto, la tendenza al rifiuto attualmente dominante conferma la linea politica europea nei confronti della Turchia di Erdogan: si pagano miliardi a quel paese una volta laico e ormai integralista (ambigua cerniera tra Occidente ed Oriente) perché non spinga da noi in Europa i flussi migratori. Ricordo in proposito un inquietante e coraggioso articolo/denuncia di Domenico Quirico su “La Stampa” di qualche mese fa. Così facendo, però, accettiamo la politica di ricatto di un tiranno e la facciamo totalmente nostra.
Che siano profughi da guerre o migranti in cerca di vita migliore, il fatto è che nessuno è pronto ad aprire il proprio territorio a masse di popolazione dal destino incerto, in fuga e apparentemente senza prospettive di futuro. Come avvenne alla Conferenza di Evian del 6-15 luglio 1938 quando al di là di una vaga solidarietà nessuno Stato sviluppato fu concretamente disposto ad accogliere quote di ebrei profughi dalla Germania nazista e dall’Austria annessa al Reich pochi mesi prima, così oggi non esistono politiche concordate e uniformi su come aiutare i migranti e contribuire a risolvere un problema mondiale. Certo la situazione degli ebrei (tedeschi e non solo) allora era tragica, quella dei migranti dei nostri giorni può dirsi solo (?) “drammatica”; ma è un fatto che di discussioni/proposte/pianificazioni globali o almeno europee intorno alla questione migranti oggi nemmeno si parla, come se il tema non fosse di rilevanza planetaria. Un tema, oltretutto, che andrebbe affrontato non solo per dare una risposta positiva al tanto conclamato (e tanto bistrattato) rispetto dei diritti umani, ma anche per dare soluzioni concrete e indicazioni costruttive dal punto di vista sociale ed economico a un nodo che attanaglia molti tra gli Stati più sviluppati e appare ad oggi inestricabile.
Forse l’assenza di discussione a livello generale attorno a un problema globale come quello delle migrazioni testimonia, come accade per altri mancati accordi collettivi primo fra tutti quello sulle politiche ecologiche, il permanere a livello mondiale di una visione nazionale e settoriale che preclude uno sguardo veramente complessivo e una visione dall’alto di questioni che sono universali.
David Sorani

(16 novembre 2021)