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Alberto Mortara, una storia di valori

“Un mecenate con un ruolo politico ed economico molto importante nel Novecento italiano. Un rappresentante di quella borghesia milanese liberale che tanto ha fatto per il paese”. Alberto Mortara, racconta lo storico Alberto Cavaglion, è stato capace di lasciare la sua impronta sul secolo scorso. Politicamente, impegnandosi nella lotta partigiana, nel movimento europeista al fianco di Spinelli, Rossi e Colorni; seguendo il sogno dell’amico Adriano Olivetti e del suo Movimento Comunità. Ma anche dal punto di vista economico, partecipando alla ricostruzione del tessuto imprenditoriale italiano nel dopoguerra e dedicandosi allo stesso tempo allo studio del valore dell’intervento pubblico. “In ambito ebraico – rileva ancora Cavaglion – ha dato il suo contributo lavorando per lo più fuori dalle istituzioni. Ad esempio facendosi promotore del recupero della sinagoga Scola Grande Tedesca e del restauro dell’antico cimitero ebraico di Venezia”. Alla complessità di questa figura dai tanti interessi e dalle tante sfaccettature è dedicato il convegno “Alberto Mortara e il CIRIEC. Storie, imprese, valori”, promosso dal Centro italiano di ricerca e d’informazione sulle imprese pubbliche e di pubblico interesse (Ciriec), di cui Mortara fu fondatore. Molti gli aspetti che saranno evidenziati nel corso della giornata di domani (qui il programma), tra cui il significativo intreccio familiare tra i Mortara e Pincherle-Rosselli di cui parlerà Elèna Mortara, figlia di Alberto e docente all’Università di Roma Tor Vergata. A Cavaglion è invece affidato l’analisi del rapporto con l’ebraismo italiano del Novecento. Un ebraismo partecipe della vita pubblica e tradito dall’Italia fascista, come ricorderà lo stesso Mortara in un saggio sulla Rassegna Mensile Israel pubblicato nel 1988. Uno scritto intitolato “In attesa di miracoli”, che l’autore conclude con il grande orgoglio della partecipazione alla Resistenza. “Finalmente si era arrivati al momento della lotta, al momento in cui l’opera di ciascuno poteva avere un senso e portare un contributo, per piccolo che fosse, alla decisione finale. Finalmente – scriveva Mortara – si poteva puntare sull’alleanza di tutte le diversità minoritarie, non solo politiche, ma anche di classe, di razza o di religione. Finalmente si sarebbe combattuto insieme in unità di intenti, ebrei e non ebrei, nella speranza di un miracolo: la vittoria degli Alleati o, se si vuole, la sconfitta dell’Asse. E quel miracolo si compì”.