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“Rotoli del Mar Morto,
un patrimonio dell’umanità
da valorizzare ancora di più”

“Senza ombra di dubbio i Rotoli del Mar Morto sono tra le scoperte archeologiche più importanti di tutti i tempi. Sono un patrimonio inestimabile per l’ebraismo come per il mondo intero. Ed è il sogno di qualsiasi studioso poter avere tra le mani un simile tesoro”.
Dal 1994 Adolfo Roitman è il custode di questi antichissimi testi, scoperti tra il 1947 e il 1956 in undici grotte vicino a Khirbet Qumran, sulle rive nord-occidentali del Mar Morto, e oggi esposti al Santuario del Libro del Museo d’Israele. Oramai, spiega a Pagine Ebraiche, “parlo dei Rotoli come fossero miei ma ovviamente non è così, sono di tutti; il mio obiettivo è che chiunque, sia grandi che piccoli, possa leggerli e scoprirli”.
Per questo ha partecipato al progetto editoriale, a cura della spagnola Arte Scritta, che ha previsto la pubblicazione di sette Rotoli con traduzioni e commenti. Il primo volume è dedicato al Pesher Habakkuk ed è stato presentato da Roitman nella prestigiosa cornice delle Gallerie d’Italia a Milano. A promuovere l’evento l’associazione Amici Italiani del Museo d’Israele di Gerusalemme.
Nell’occasione lo studioso, autore di numerose ricerche sui Rotoli, ha raccontato al pubblico alcuni degli elementi che li caratterizzano. “Hanno circa duemila anni. Risalgono dal terzo secolo e.v. fino al primo secolo. La maggior parte dei rotoli sono stati scritti in ebraico. Un numero minore in aramaico o greco. La maggior parte era scritta su pergamena, con l’eccezione di alcuni scritti su papiro. La stragrande maggioranza dei rotoli è sopravvissuta come frammenti, solo pochi sono arrivati a noi intatti. Ed è nostro compito – ha affermato – proteggerli tutti”. Anche la storia della loro scoperta – ricostruita all’evento milanese da Marcello Fidanzio, docente del Centro di Judaica GMFF Goren Monti Ferrari Foundation – è straordinaria.
I primi sette rotoli furono scoperti per caso nel 1947 da beduini. Tre furono immediatamente acquistati dall’archeologo Eleazar Sukenik per conto dell’Università Ebraica; gli altri furono acquistati dal rappresentante della Chiesa siro-ortodossa di Gerusalemme Est, Mar Athanasius Samuel. Questi nel 1948 li portò negli Stati Uniti. Solo nel 1954 il figlio di Sukenik, Yigael Yadin, anche lui archeologo, riuscì a riportarli in Israele. Negli anni successivi, dal 1949 al 1956, furono scoperti altri frammenti di circa 950 rotoli diversi, sia dai beduini che da una spedizione archeologica congiunta dell’École Biblique et Archéologique Française e del Rockefeller Museum.
Il Commento a Habakkuk, ha spiegato Roitman, interpreta i primi due capitoli del libro biblico del profeta Habakkuk e “comprende 13 colonne scritte in ebraico, in una scrittura erodiana chiara e quadrata”. Il tetragramma biblico, ha evidenziato lo studioso nel corso della presentazione, è scritto in caratteri ebraici antichi, a differenza del resto del testo. “Questo rotolo eccezionalmente ben conservato è una fonte chiave della nostra conoscenza della vita spirituale della comunità di Qumran. È una macchina del tempo che ci permette di trasportarci nel passato della storia ebraica. Di fare luce sulla percezione che quelle comunità avevano di se stesse e del mondo a loro contemporaneo”.