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Chanukkah accende la sfida del Talmud:
arriva in libreria il trattato Betzà

Un trattato dedicato alle feste non poteva trovare miglior momento per uscire di una celebrazione in pieno svolgimento, per quanto dal differente grado di solennità rispetto a quelle affrontate nelle sue pagine. È il caso di Betzà (Giorno festivo), il sesto tassello del grande mosaico che va componendosi attorno al progetto di traduzione del Talmud nel segno del protocollo firmato nel 2011 tra governo, CNR ed ebraismo italiano. Curato dal rav Gianfranco Di Segni, Betzà è in arrivo nelle librerie e nei canali distributivi in queste ore. Nel pieno quindi di Chanukkah, la festa della luce simbolo di un’identità viva che si trasmette da millenni. Uno degli appuntamenti che con maggiore evidenza ricordano, alla società nel suo insieme, la proiezione sia particolare che universale dell’ebraismo.
Betzà fa parte dell’Ordine delle Feste e, ricorda rav Di Segni in un testo introduttivo che ci guida alla sua lettura, è denominato in due modi: “Quello più diffusa deriva, come spesso capita per i libri ebraici, dalla prima parola del testo, Betzà (‘uovo’). L’altro titolo, quello più comune fra gli antichi commentatori, è Yom Tov (letteralmente ‘Giorno buono’, nel senso di ‘Giorno festivo’), che non solo deriva anch’esso dalle prime parole del testo ma rappresenta l’argomento del trattato, le modalità dell’osservanza dei giorni festivi e le differenze rispetto allo Shabbàt”.
Cinque i capitoli in cui il trattato, pubblicato come i precedenti dall’editore Giuntina, è suddiviso. Il primo “tratta delle differenze di opinione tra la Scuola di Shammài e la Scuola di Hillèl riguardo alle regole dello Yom Tov, su che cosa sia permesso o vietato fare, in buona parte sul muqtzè, ma non solo”. Il secondo continua con le discussioni fra le due Scuole “relative alle feste e in particolare affronta il problema su come preparare il cibo necessario per lo Shabbàt quando il venerdì è un giorno festivo”. Il terzo si occupa del problema “se sia lecito nel giorno di Yom Tov catturare un animale (quadrupedi e pesci) per la necessità della festa e di altre regole inerenti all’approvvigionamento di cibo”. Il quarto “tratta del trasporto di cibo e bevande e dell’uso di legna per fuoco o altri utilizzi”. Il quinto infine “discute la norma per cui è proibito di Shabbàt e Yom Tov oltrepassare il limite della città e come si possa estendere questo limite in casi di necessità”.
Stimolanti riflessioni ci arrivano da Betzà in merito ad alcune limitazioni di origine rabbinica presenti anche di Shabbat e rese più rigorose durante i giorni di festa. È il caso, ricorda rav Di Segni, del muqtzè (“messo da parte”). Ossia di tutti gli oggetti “che non possono essere toccati o, più precisamente, spostati”. La norma, viene spiegato, si impara da un passo di Isaia dove è scritto: “Se tratterrai di Shabbàt il tuo piede dal fare i tuoi interessi nel giorno a Me sacro e chiamerai lo Shabbàt delizia per il Signore santo e onorato, e lo onorerai deviando dal tuo cammino e dall’occuparti dei tuoi affari e dal parlarne, allora ti delizierai…”.
Versetto da cui, prosegue il rav, i Maestri “hanno dedotto una serie di regole su come comportarsi riguardo al camminare, al parlare, al toccare gli oggetti”.
Il concetto base, si sottolinea ancora, “è che di Sabato e durante le feste ci si deve comportare in modo diverso dai giorni feriali: si toccano solo gli oggetti che sono permessi e che sono stati destinati intenzionalmente all’uso”. Solo per mezzo di un distacco completo e concreto dalle modalità dei giorni feriali si riuscirà infatti “a entrare nello spirito e nella dimensione speciale creati dallo Shabbàt e dallo Yom Tov”. Il rav porta al riguardo un esempio dalla vita quotidiana moderna: “Se si permettesse di toccare il cellulare, sarebbe molto difficile per la maggior parte delle persone astenersi dall’usarlo, un’attività che – come l’uso di tutti gli strumenti elettrici – è vietata di Shabbàt e nei giorni festivi”. La meticolosità con cui il Talmud prescrive le regole del muqtzè è in questo senso dovuta “alla necessità di creare le condizioni affinché i precetti e lo spirito della Torà vengano rispettati in pieno”.

(Nelle immagini: la copertina di Betzà, il rav Gianfranco Di Segni)

(1 dicembre 2021)