Fantasmi della libertà

C’è uno spettro che si aggira per l’Europa è non è quello del comunismo e neanche del fascismo bensì quel fantasma della libertà che è costituito dall’aggrapparsi al discorso della «identità». Soprattutto quando quest’ultima è millantata per una qualche forma di un diritto proprio, assoluto, inderogabile, insindacabile («io sono ciò che dichiaro di essere, punto e basta») mentre nei fatti è invece un dovere imposto a terzi, in nessun modo negoziabile («avete l’obbligo di piegarvi alla signoria della mia persona, altrimenti siete in fallo»). Come esiste una malattia dello Stato nazionale nell’età della sua crisi, ed è il sovranismo, così si dà una patologia del carattere individuale, e del pensiero di gruppo, che è l’identitarismo. Cerchiamo di capirci. L’identità, a partire dalla psicologia, è definita come «una delle caratteristiche formali dell’Io, che avverte la propria uguaglianza e continuità nel tempo come centro del campo della propria coscienza. La percezione di avere un’identità personale e la consapevolezza che gli altri la riconoscano è condizione necessaria della sanità psichica» (Enciclopedia Treccani Online). Si tratta quindi di un architrave fondamentale del modo in cui le persone intendono se stesse. Pertanto, dei criteri medesimi con i quali si relazionano vicendevolmente. Al pari del riscontro che esiste uno Stato solo se le sue istituzioni collettive – oltre a fondarsi su legittimità (quando ciò che fanno risponda al principio di giustizia) e legalità (corrispondendo nel loro operato alle norme che lo Stato si è dato ed essendo quindi consone al rispetto delle sue stesse leggi) – esercitano i loro poteri, in nome della collettività di riferimento, su una porzione di spazio che è definito sovrano in virtù proprio della specifica cogenza di quei poteri in quell’ambito fisico. L’identitarismo è invece la perversione del presupposto identitario in quanto lo trasforma in un mero costrutto ideologico. E ciò avviene quando l’identità perde quel tratto non solo soggettivo, personale, quindi fluido, destinato a modificarsi nel tempo – per adattamento ai mutamenti dell’ambiente circostante – ma anche la sua natura di elemento di comunicazione. Fatto che si verifica tanto più nel momento in cui gli individui, tra di loro consorziati, si arroccano nella rivendicazione di uno spazio di gruppo completamente chiuso rispetto a qualsiasi influenza esterna: una sorta di recinto mentale, prima ancora che altro, ossia un confine d’acciaio che finge di potere prescindere da qualsiasi confronto con ciò che gli sta intorno. I fondamentalismi di ogni genere e risma, quindi non solo quelli religiosi, storicamente soddisfano un tale criterio di condotta. Ma per estensione sono anche altri gli atteggiamenti collettivi che ne rimangono interessati. Il tratto comune a tutti è il riferimento ad una qualche forma di paura da contaminazione: se mi confronto e mi “confondo” con ciò che è diverso da me, rischio di corrompermi. Ragion per cui mi rinserro in me stesso, nel mio gruppo di omologhi e rifiuto tutto quanto possa in qualche misura rimanere estraneo da ciò. Ora, poste queste premesse, non viene da pensare che un terreno di slittamento degli identitarismi sia esattamente quello che si va costituendo, in una sorta di inconfessabile reciprocità, tra le ossessioni di ciò che è definito come «politicamente corretto» e quel suo paradossale reciproco inverso che è invece la paranoia da «grand remplacement», ovvero la teoria cospirazionista per la quale le popolazioni europee sarebbero in via di sostituzione da parte di quelle africane ed asiatiche? Se le due formulazioni di primo acchito sembrano essere antitetiche, entrambe tuttavia traggono alimento dalla fissazione per qualcosa – l’identità, per l’appunto – che è presentata come minacciata poiché non riconosciuta. L’identità di gruppo, non quella di cittadinanza. L’identità, quindi, come tratto profondo, ascritto, pertanto un calco ineludibile e non trasformabile; non invece la personalità come prodotto storico. I fondamentalismi, d’altro canto, da sempre cancellano la storia come racconto della trasformazione degli individui, delle comunità e delle società. Nell’età della globalizzazione, l’angoscia da omologazione così come il timore per un tempo a venire del quale non si colgono i lineamenti, possono produrre molti mostri. Soprattutto quelli che abitano i pensieri di chi non riesce a pensarsi.

Claudio Vercelli