La sacralità del Monte del Tempio
e le Nazioni Unite

Il recente voto all’Assemblea generale dell’ONU che ha visto ancora una volta l’Italia votare a favore della mozione che prescrive per l’area del Monte del Tempio di Gerusalemme l’uso della sola espressione in arabo (al Haram al Sharif), negando con ciò ogni rapporto con la storia e la tradizione ebraica, ha provocato delusione e rabbia in misura superiore rispetto al passato. Questo perché il contesto internazionale e, soprattutto, il nuovo quadro politico nazionale avevano fatto sperare in un comportamento della delegazione italiana diverso.
La ragione che ha provocato quest’anno una delusione maggiore che nel passato sta soprattutto nel fatto che si poteva sperare che la presenza alla guida del Governo di una persona equilibrata e razionale come Mario Draghi avrebbe compensato la tradizionale ostilità della diplomazia italiana. Così non è stato perché, nei difficili equilibri del Governo, ha prevalso la scelta di lasciare la decisione alla competenza del Ministero degli Esteri, e quindi alla nota posizione di parte della diplomazia si è aggiunta in maniera decisiva quella dello stesso Ministro degli Esteri Di Maio.
C’è nella pubblicistica italiana la tendenza a sottovalutare il significato di una tale decisione e comunque a ricondurla nell’alveo della posizione italiana rispetto al conflitto israelo-palestinese. A parte il fatto che non è facile dire quale sia questa posizione perché la scelta italiana di conformarsi alle posizioni dell’Unione Europea non funziona più da copertura dato che ormai da tempo i Paesi che ne fanno parte hanno assunto posizioni differenziate, il vero errore politico e culturale è proprio quello di legare la questione della denominazione dell’area del Monte del Tempio al conflitto israelo-palestinese.
Si tratta, prima che di una questione politica, di un elementare rispetto della verità storica. Che l’area del Monte del Tempio sia parte essenziale della religione e della tradizione ebraica è evidente per chiunque voglia rispettare la storia, indipendentemente dalle interpretazioni che delle vicende storiche si vogliono dare. Così come è un dato storico che a questa tradizione se ne è sovrapposta un’altra, quella islamica, che dopo la conquista di Gerusalemme nel VII secolo ha fatto propria la sacralizzazione di quell’area e l’ha inserita nella propria tradizione religiosa. Oggi che dovremmo essere ormai fuori delle guerre di religione, l’unica posizione corretta dovrebbe essere quella di prendere atto che nello stesso spazio insistono due diverse tradizioni e che l’unica soluzione è quella di rispettarle entrambe. Fu questa la posizione assunta dal Governo israeliano in occasione della guerra dei Sei giorni del giugno 1967: se si fosse seguita un’altra logica – una logica di guerra e di violenza – le due moschee Al Aqsa e di Omar sarebbero state distrutte e l’intera aerea restituita al solo culto ebraico. Così non fu e le pochissime voci che si levarono in tal senso furono messe a tacere. Al contrario, la gestione dell’intera area fu affidata a un ente giordano, il Waqf, e da allora la situazione non è mutata. Sia allora che nei decenni successivi i Governi israeliani rifiutarono di legare il destino di quell’area al conflitto con i palestinesi, tollerando perfino la pretesa islamica che la preghiera sul Monte del Tempio fosse riservata ai soli musulmani.
Queste considerazioni dovrebbero essere presenti a tutti i Paesi che fanno parte dell’ONU. Se così non è questa non è una buona ragione perché lo stesso atteggiamento debba essere seguito dal Governo italiano. Che così ha perso una buona occasione per dimostrarsi amico di tutti i Paesi della regione e soprattutto amico della verità.

Valentino Baldacci

(12 dicembre 2021)