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L’eccesso di memoria
e il ruolo della storia

Eccoci giunti, come ogni anno, alla vigilia di un mese e oltre occupato da un’indigestione di memoria. È un fenomeno che si ripropone ormai da molto tempo e rischia di divenire ossessivo. La memoria ha un ruolo importante nella nostra società; tanto più centrale quanto più il nostro tempo tende a perdere il senso del passato e delle ferite profonde da esso lasciate, riproponendo talvolta atteggiamenti e modelli di riferimento totalitari, aggressivi, escludenti che ci illudevamo fossero scomparsi. Ma la concentrazione esasperata nello stesso periodo di eventi e occasioni legati alla memoria è indice del carattere sospetto che essa ha ormai assunto. Si impongono delle riflessioni sull’intera dimensione della memoria, e proprio a partire dalla parossistica accumulazione del periodo gennaio-febbraio. Certo, è in questa fase che cade la giornata ad essa deputata secondo una scelta maturata ormai oltre vent’anni fa; ma il Giorno giustamente individuato è il 27 gennaio, non tutto il mese precedente e tutto il mese successivo. La dilatazione nei due sensi del momento “topico” toglie puntualità alla data del ricordo ed è in fondo in contraddizione con lo stesso concetto di ricorrenza precisa, di riflessione collettiva annuale, generando un sovraccarico che rischia di produrre saturazione e perdita di efficacia. Ed è proprio il carattere sospetto a cui facevo riferimento a provocare l’ingorgo della memoria: essa è divenuta ormai un “must” di immagine a cui nessuna istituzione può e vuole rinunciare, a prescindere dal significato effettivo e dal processo di approfondimento che si è capaci di dare al termine.
E perché nessuno vuole rinunciare a trattare l’argomento, con l’esito inevitabile che a gennaio-febbraio si produce sempre questo coro esasperato di racconti-celebrazioni-riflessioni e propositi edificanti? E’ come se tutti gli enti che producono cultura si trovassero a dover elaborare in questo periodo dell’anno un tema scolastico dedicato alla persecuzione antisemita e alla Shoah. Da un lato ciò è bello e significativo, perché ribadisce come il ricordo di quell’evento debba coinvolgere tutti i settori della società e non solo il mondo ebraico. Dall’altro, raramente un tema obbligato risulta sincero e profondo; spesso si riduce a sterile ripetizione di luoghi comuni, rivelando la sua matrice di fondo: rendere apprezzabile il proprio status etico pubblico e non essere da meno (e quindi meno graditi) rispetto ad altre organizzazioni consimili. Certo, non si può generalizzare: alcuni percorsi, alcuni degli approfondimenti realizzati nel periodo della memoria sono molto originali e lasciano il segno sugli spettatori. Ma la maggior parte di essi riecheggia terreni già calcati. Sono poche le iniziative – di carattere creativo o legate al dibattito – che potremmo dire “necessarie”. E a proposito di necessità, è davvero necessario che tutti ma proprio tutti continuino a cimentarsi col Giorno della Memoria? Non sarebbe più saggio che a farlo fossero solo le istituzioni che per identità e per statuto si occupano di storia contemporanea (dalle scuole agli istituti storici), a garanzia del valore dei contenuti e di una finalità etica di base? E fatta salva la ricorrenza annuale e il suo significato, perché non trattare dell’argomento persecuzione nazi-fascista anche in altri periodi in cui invece in genere “tutto tace”?
Se ciò avvenisse, forse torneremmo a una dimensione più umana e meno affollata di eventi, dunque più favorevole alla riflessione collettiva e alla maturazione sociale. Un indubbio vantaggio di questa autolimitazione sarebbe poi quello di dare più spazio alla dimensione storica. Perché solo con un forte aggancio alla storia sarà possibile ritrovare il senso vero del rammemorare evitando overdosi; solo dando concretezza non episodica ai tanti eventi grandi e piccoli che costituiscono il suo tessuto sarà possibile comprenderli sino in fondo ed evitare che memoria e storia si fossilizzino nella ripetizione di stereotipi incanalandosi in sentieri obbligati predeterminati da riti e convenzioni.

David Sorani