La retorica del confronto
La Shoah non ci ha provocato solo lutti infiniti e un dolore incancellabile, ci ha anche lasciato la malvagia eredità di polemiche e contestazioni in cui continuamente ci dibattiamo, anche fra di noi oltre che con gli altri. L’ultimo caso, la Settimana (o Festival) delle Memorie organizzata a Ferrara, che ha rinfocolato il dibattito su che genere di memoria si voglia tenere viva e onorare. Solo quella della Shoah, a sé stante, o tutte le Memorie di tutti i genocidi insieme, gli stermini, le stragi, i crimini, gli omicidi seriali, compresi i barconi affondati nel Mediterraneo?
Solo il progetto sterminatore della Shoah, o anche le vittime di contese territoriali, di guerre civili, di rappresaglie politiche, di scaramucce di frontiera e via dicendo?
È chiaro che, a questo punto, non si riesce a non ripetere che la Shoah non è stata una guerra fra bande o fra nazioni, e non è stata una guerra civile o una rappresaglia politica. La Shoah, per dirla con poche e semplici parole, comprensibili anche da chi sia in malafede, è stata il rastrellamento scientifico di tutti gli ebrei raggiungibili e scovabili in ogni parte d’Europa per eliminarli tutti assieme e una volta per tutte dopo averli convogliati verso i campi di sterminio nazisti. Chi contesta l’unicità, questa unicità della Shoah, deve rispondere a questo quesito: esiste un caso di sterminio analogo nella storia dell’umanità?
Questo non significa disinteressarsi del dolore altrui. Si sta solo cercando di individuare la specificità dello sterminio del popolo ebraico. Su tutto il resto si può ragionare, ma non prima di aver accettato questa premessa.
Ora, se dici che vuoi onorare da sola la Memoria della Shoah sei un egoista e un egocentrico. Pensi solo a te stesso e non te ne importa nulla delle sofferenze degli altri. Se invece accetti di onorare tutte le stragi del Novecento, o, perché no?, tutte le stragi della storia, allora sei un internazionalista generoso e universale, sei aperto al mondo e all’amore per il genere umano. Insomma, sei moderno e tutti ti accettano più volentieri, forse rischi anche di conquistarti la simpatia della maggioranza. E magari qualcuno ti finanzia anche un festival.
Sarò egoista e retrivo, ma penso spesso che prima o poi debba venire il momento di essere onesti, soprattutto con sé stessi, anziché cercare di compiacere gli altri, anziché cercare di essere ciò che gli altri desiderano che tu sia e volerli gratificare a tutti i costi, anche cioè a costo di rinunciare a ragionare con i tuoi sentimenti e con la tua storia.
Mi fermo allora a riflettere su che cosa significhi onorare tutte le Memorie insieme, se sia davvero un atto di generoso altruismo, o non sia invece qualche cosa di diverso, di subdolamente diverso.
Mi arriva in questi giorni la propaganda mirata di un albergo in Lombardia in cui – con la convinzione di dimostrarsi illuminato e solidale con le sofferenze degli ebrei, il proprietario comunica che nel suo albergo si onorano, non per un giorno ma per tutto l’anno, la Shoah e le Foibe insieme. Un atto di vera apertura umanitaria.
Ora, mettiamola pure da parte per un attimo la Shoah. Pensiamo a che cosa significhi onorare vittime armene, curde, siriane, tutsi, cilene, argentine, russe, ucraine, cinesi, turche – non riesco a fermarmi – tutte insieme. Più ne ‘onori’ e più il loro ricordo viene spalmato e annacquato nella generalità anonima del dolore del mondo. Il dolore – e la malvagità dell’uomo – appaiono eterne e universali, appaiono una necessità inevitabile che assurge a valore ontologico del vivere su questa terra. Onorare tutti insieme equivale a non onorare davvero nessuno. Anzi, onorare tutti insieme è anche più economico, molto più economico: in un giorno solo li onori tutti, i morti, e ti liberi la coscienza dalla necessità urgente di sentirti, per un giorno, aperto e generoso, e altruista.
Eppure, quando penso agli armeni, ad esempio, e al loro genocidio terribile ad opera dell’Impero ottomano (turco) sento che meriterebbero ben altro ricordo da quello che attualmente si dedica loro, un ricordo a sé, in un giorno a sé. In un giorno lungo un anno, in cui si ricordassero tutti i nomi dell’orrore turco. Un po’ come il 16 giugno di ogni anno si onora a Dublino l’Ulisse di Joyce in un’unica, incessante lettura. E non mi piacerebbe affatto che nel commemorare il milione e mezzo di vittime armene, si ricordassero i sei milioni di morti della Shoah, per distogliere da loro l’attenzione e l’onore che meritano.
In verità, per commemorare e onorare è necessario – sarebbe necessario – ricordare le persone, i loro nomi, le circostanze della loro inutile, drammatica morte. Più ti distanzi dallo specifico e più fai sparire nell’anonimato volti, nomi, circostanze e motivi. La vittima della Shoah diventa, allora, uguale al disperato che fugge dalla Siria e annega, al povero italiano ucciso nelle foibe su cui cade la scure della insulsa vendetta dei partigiani jugoslavi. Confondi così cause e motivi e confondi le situazioni. Se riesci a capire (non a giustificare!) i motivi politici che hanno portato molti italiani a morire nelle foibe, allora puoi capire (e magari anche giustificare?) le vittime della Shoah – anch’esse vittime di una rappresaglia, solo in numeri appena appena superiori… O no?
Le retorica del confronto, dell’analogia, è fatta apposta per confondere, per annacquare, per esimersi da una analisi di responsabilità e di colpe. Quando le memorie le metti tutte assieme rendi impossibile vedere lo specifico e distinguere.
Mettiamoci insieme anche i morti per infortunio sul lavoro e abbiamo fatto bingo: un giorno all’anno davanti a un gigantesco monumento comune, una bella, grande corona di fiori, e poi festa per tutto l’anno.
È perché tutto viene così confuso, è perché tutto viene così reso indistinto e indistinguibile che qualche personaggio che si vuol rendere originale può permettersi di affermare che i palestinesi vengono sterminati. Nel buio della notte tutte le pecore sono nere.
Dario Calimani
(25 gennaio 2022)