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Un palco grande
quanto la Terra

Più che le mutate situazioni geopolitiche, fu la musica a far crollare il Muro di Berlino, simbolo materiale e metastorico della Guerra Fredda costruito nell’agosto 1961 nel cuore della allora ex capitale del Reich; dal 1950 in poi, ogni tentativo dei regimi socialisti di mettere al bando e contrastare l’inarrestabile uragano musicale proveniente dall’Occidente fallì miseramente.
I tedeschi dell’Est trovarono mille modi di contrabbandare la musica di Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald, Elvis Presley, jazz e persino rock’n’roll tramite lastre a raggi X recuperate da ospedali (era possibile stampare musica su di esse, come le matrici) o più tardi tramite radio clandestine; come riporta il giornalista Andrea Pazienza, nel 1969 l’annuncio – poi rivelatosi falso – di uno speaker radiofonico circa un concerto dei Rolling Stones che si sarebbe tenuto sul terrazzo di una palazzina adiacente al Muro così da essere ascoltato da Berlino Est scatenò disordini inimmaginabili, centinaia di persone si accalcarono presso la parte orientale del Muro, seguirono ben 383 arresti.
Come Giosuè a Gerico, il 9 novembre 1989 cadde il muro di Berlino ma il 9 novembre 1938 cadde la famigerata Kristallnacht dalla quale scaturì la tragedia del Novecento; lo stesso giorno – nono giorno del penultimo mese dell’anno civile – coincide con il 9 di Av o Tisha beAv – nono giorno del penultimo mese dell’anno ebraico – ed è il giorno più luttuoso della storia del popolo ebraico.
Se poi proviamo a invertire l’ordine di giorno e mese da 9/11 (9 novembre) a 11/9 (11 settembre…), la tragedia non cambia; Storia e numeri combinano tra loro strani scherzi.
Tra il 1987 e il 1990 le repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania raggiunsero l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel modo culturalmente più congeniale, dimostrando la resistenza dell’uomo a ogni sopruso e ingiustizia; i popoli affrontarono la superpotenza militare sovietica cantando ossia attuando quella che l’artista estone Heinz Valk (foto) definì “Rivoluzione Cantata”.
Pesantemente attaccati dai militari sovietici durante pubbliche manifestazioni indipendentiste, i giovani baltici mantennero fede all’imperativo politico e morale della non violenza cantando; non soltanto cantavano in faccia al soldato sovietico ma sorridevano e ciò, negli anni di dissoluzione dell’Unione Sovietica, fu di profonda ispirazione per i giovani di altri Paesi.
Il canto corale svolse un ruolo decisivo durante gli anni di mobilitazione pacifica a Vilnius, Riga, Tallinn; decine di canti popolari e anche rock cantati a squarciagola nelle piazze spazzarono via gli ultimi regimi totalitari dell’Europa orientale.
Non era la prima volta che uomini e donne si opponevano a chi era loro ostile facendo canto, musica, arte; la letteratura musicale concentrazionaria è oltremodo piena di momenti, gesti, simboli e atti concreti di resistenza armata unicamente di Bellezza.
Nell’agosto 1933 nel Campo di Börgermoor, in risposta a un pestaggio perpetrato dalle SS, i deportati allestirono il megaspettacolo Zirkus Konzentrazani (parodia del Zirkus Sarrasani di Dresda) con accompagnamento musicale e un poderoso coro maschile che eseguì gli inni Moorsoldatenlied e Es steht ein Soldat am Wolgastrand; allo spettacolo assistettero guardie e membri delle SS plaudenti, alle quali evidentemente sfuggì l’intento provocatorio e dileggiante del Zirkus.
Dal 1933 al 1953 il mondo divenne un Campo di concentramento e, per un paradossale gioco della Storia, il pianeta divenne un palcoscenico grande quanto la sua circonferenza calcato da musicisti che creavano nei luoghi più impensabili; ad ascoltarli c’erano i più eterogenei dei pubblici, tra i quali distinguevi deportato e guardia unicamente dalla divisa e non dagli sguardi incantati di entrambi.
Per provare l’ebbrezza dell’aroma di un buon caffè non è indispensabile degustarlo, basta l’odore che si sprigiona dalla torrefazione; non è necessario conoscere tutta questa musica, sono sufficienti poche melodie per accorgerci che siamo dinanzi a qualcosa di infinitamente bello scritto alla fine dei Tempi (come recita il Quatuor pour la fin du temps scritto da Oliver Messiaen nello Stalag VIIIA Görlitz) e nello spazio più lunare concepito sulla Terra (come recita il meraviglioso canto Moon above the Gobi scritto da Edmund Jones Lilly nel Campo giapponese di Cheng-Chiatun).
“Se non fossi un fisico, probabilmente sarei un musicista”, scrisse Albert Einstein; il genio della fisica si scoprì a pensare in musica come se essa fosse il protolinguaggio sorgente dell’ingegno umano.
Auguriamoci di trovarci un giorno a pensare in musica; come a Berlino o Vilnius, potremmo scoprirci non soltanto migliori e intellettualmente più ricchi ma anche capaci di resistere a qualsiasi nemico.

Francesco Lotoro