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Dossier Documentare la Memoria
“Un progetto rivolto ai giovani”

Roberto Jarach conosce ogni vite del Memoriale della Shoah. A dirlo, chi quotidianamente collabora con lui. A testimoniarlo, i suoi dettagliati racconti di come sia nato il progetto, si sia poi sviluppato, tra ostacoli, interruzioni, ripartenze, e come oggi sia ormai arrivato al traguardo finale. Con un elemento a fare da baricentro dell’intera iniziativa: i giovani. “Ciò a cui teniamo maggiormente è riuscire a rivolgerci a loro – evidenzia a Pagine Ebraiche Jarach, dal 2018 alla presidenza della Fondazione Memoriale, dopo esserne stato a lungo vicepresidente – Il nostro obiettivo è sempre stato far diventare il Memoriale un luogo di studio, di approfondimento e di dialogo per contribuire a diffondere i valori etici e morali indispensabili nel confronto fra le culture e all’interno di una società”. Inizialmente, aggiunge, un gruppo della Comunità ebraica di Milano aveva cominciato a pensare a dove dar vita a uno spazio simile. “Un’idea che si incrociò con i discorsi, portati avanti dalla Comunità di Sant’Egidio, di recuperare la zona delle ferrovie di via Ferrante Aporti”. Si era, spiega, sul finire degli anni Novanta e progressivamente iniziò a delinearsi un progetto. “Abbiamo cominciato a raccogliere mappe, piani operativi, a verificare la fattibilità del recupero dell’area. Nel frattempo gli architetti Eugenio Gentili Tedeschi e Guido Morpurgo formularono una prima ipotesi progettuale”.
Nel 2004 viene elaborato un progetto preliminare, presentato l’anno successivo agli Uffici della Presidenza della Repubblica. Con la nascita nel 2007 della Fondazione Memoriale della Shoah – con soci fondatori Comune e Provincia di Milano, Regione Lombardia, Associazione Figli della Shoah, Comunità ebraica di Milano, Cdec, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità di Sant’Egidio -, il progetto, nel frattempo interamente rielaborato ed ampliato dagli architetti Morpurgo ed Annalisa de Curtis (Morpurgo de Curtis Architetti Associati) si definisce in maniera più dettagliata e nel settembre 2008 ne viene presentata pubblicamente una nuova versione in occasione dell’accordo siglato tra Ferrovie dello Stato Italiane e Fondazione Memoriale della Shoah per la cessione delle aree. “La sensibilità dimostrata dai responsabili delle Ferrovie dello Stato e soprattutto il diretto interessamento di due Capi dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, hanno portato al passaggio dell’idea iniziale di un edificio da reperire alla disponibilità degli spazi sottostanti alla Stazione centrale. scriveva Jarach su Pagine Ebraiche alla vigilia dell’inaugurazione nel 2013 Nacque e si sviluppò quindi il progetto di un Memoriale della Shoah che, al termine della visita di un luogo così carico di valori storici ed emotivi, potesse portare soprattutto le nuove generazioni a sviluppare il proprio senso civico, facendole crescere con valori di tolleranza e accettazione del diverso, per creare una società sempre più orientata alla coesistenza di diverse componenti e solidale verso i deboli e i bisognosi”.
La prima pietre fu posta nel gennaio 2010 e tre anni dopo il Memoriale fu ufficialmente inaugurato alla presenza, tra gli altri, del Presidente del Consiglio dell’epoca, Mario Monti, dei Testimoni della Shoah Liliana Segre, Nedo Fiano, Goti Bauer e Franco Schoenheit. “Oggi colmiamo una pagina di storia che nessuno aveva avuto finora il coraggio di riempire. disse in quel 27 gennaio 2013 l’allora presidente della Fondazione Ferruccio De Bortoli Che questo Memoriale possa divenire un piccolo ateneo di civiltà per evitare di scivolare in quella zona grigia che è l’anticamera della complicità”.
Lo sforzo per portare a termine i lavori è stato molto importante, sottolinea Jarach, tenendo a ricordare “il grande aiuto arrivato da benefattori privati”. Come testimoniano alcuni dei nomi legati al Memoriale: Edmond J. Safra, a cui oggi è intitolata la piazza antistante l’ingresso della struttura; Joseph e Jeanne Nissim, a cui è dedicato l’Auditorium; e ancora lo spazio mostre Bernardo Caprotti. Gradualmente il progetto di Morpurgo e de Curtis ha preso forma il muro dell’indifferenza, l’osservatorio, la banchina delle deportazioni e i vagoni merci, il muro dei nomi e il luogo di riflessione e ora, con la biblioteca e lo spazio didattico, si avvia al completamento, assieme all’arrivo della Fondazione Cdec. “È stato un percorso lungo. La soddisfazione è veder crescere di anno in anno le visite degli studenti, 7500, poi 15mila, poi 22mila, 35mila e nell’ultimo anno prima della pandemia 42600.
Per noi è importante continuare a far crescere questo numero. La crisi sanitaria ci ha un po’ bloccato, ma riprenderemo”. Nel frattempo, al fianco delle visite guidate, il calendario delle attività si è fatto sempre più fitto con un’ampia proposta culturale, tra presentazioni di libri, mostre, conferenze, momenti di didattica. “Dietro alle iniziative del Memoriale c’è un lavoro di grande valore e siamo sicuri che la prossimità con il Cdec non potrà che dare un contributo ulteriore”. L’obiettivo è quello di diventare sempre più un punto di riferimento per la città e non solo. Uno spazio di Memoria, ma anche di confronto sui valori e di impegno contro l’indifferenza. Non è un caso, come ricorda Jarach, che il Memoriale per tre anni consecutivi abbia deciso di aprire le sue porte ai profughi. “È stata un’opportunità eccezionale per dare accoglienza a chi ne aveva bisogno: 8500 persone hanno trovato da noi un posto dove stare, grazie alla grande collaborazione della Comunità di Sant’Egidio”. Un aiuto concreto che ha lasciato molti ricordi. “Una sera, nel 2016, era arrivato un gruppo di siriani. Erano circa le undici. Tra questi c’era un bambino di 10-11 anni, più o meno l’età di mio nipote all’epoca. Per metterlo a suo agio gli ho proposto di andare a prendere un gelato. E così con la madre e la sorella grande siamo saliti in macchina in cerca di un gelataio aperto. Non proprio una cosa semplice a quell’ora. Dopo alcuni giri lo abbiamo trovato, ricordo ancora gli occhi di gioia del piccolo”. Aprire le porte del Memoriale a questi uomini, donne e bambini, aggiunge, è stata un’occasione per comprendere anche le criticità legate all’accoglienza. “Vedevi queste persone uscire alle 8 del mattino dalla nostra porta, con alle spalle il muro dell’Indifferenza, e guardare a destra, a sinistra, davanti senza avere una meta. E ti interroghi su come dare loro un aiuto. Noi abbiamo voluto dare il nostro contributo, perché vogliamo essere parte attiva della società e per questo ci impegniamo ogni giorno. E continueremo a farlo in tutte le direzioni”.

Dossier “Documentare la Memoria” – Pagine Ebraiche febbraio 2022