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La nuova maschera dell’antisemitismo

Le ricerche denunciano concordemente la formidabile ripresa generalizzata, trans-nazionale ed esplicita di temi antisemiti, e la cronaca ne segnala puntualmente gli effetti. Indagini di grande interesse fra le più recenti, i lavori del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, dell’Osservatorio Mediavox sull’odio on-line dell’Università Cattolica di Milano e dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni razziali mostrano con grande capacità di documentazione le dimensioni inquietanti del fenomeno: in particolare – ma certo non esclusivamente – nella comunicazione dei social e nell’attiva propaganda di gruppi e di riconosciuti “ideologi”. Uno degli aspetti decisamente innovativi di queste ricerche rispetto al passato sta del proposito di studiare – dell’immensa massa di dati rintracciabili in rete – le forme iconiche, le modalità espressive e le costruzioni linguistiche e retoriche del discorso antisemita e del linguaggio d’odio di cui questo è intessuto. Se i contenuti sono immancabilmente quelli ben sperimentati negli ultimi duemila anni – la potenza economica, la malvagità senza confini, il mimetismo, l’avidità e la smisurata capacità di odiare, la duplicità che consente agli ebrei di rivestire contemporaneamente i panni dei potenti e quelli dei rivoluzionari, del banchiere e del sovversivo – anche l’apparato retorico e iconografico mostra inquietanti continuità con quello cui ci ha abituato la propaganda nazista del secolo passato e quello della cultura fascista, suprematista e razzista (ma purtroppo non solo di destra) di questo secolo. Ritornano ostinati gli stessi stilemi, le stesse immagini, lo stesso profilo adunco e sinistro, ben noto, dell’happy merchant che si sfrega compiaciuto le mani, felice del male provocato alle sue vittime. Certamente ciò non significa che tutto sia identico: non mancano accentuazioni specifiche, o bersagli legati all’attualità più recente. Ma la sensazione è che questo armamentario di immagini, di contenuti, di racconti e di modalità narrative, ben noto e infinitamente usato, sia finito tutto – vecchio, abusato e sfruttato – nel nuovo universo online, dei social e delle non prima sperimentate forme della comunicazione orizzontale.
È necessario interrogarsi sulle ragioni di questa paradossale strettoia, di questo inquietante ingorgo per cui un simile decrepito carico di follie può entrare – indenne e sostanzialmente stabile – nella modernità più avanzata, in quella stessa che come molti preconizzavano avrebbe dovuto essere la palestra di cittadinanza finalmente trovata. E non solo di entrarvi, per la verità, ma di incontrarvi una nuova trionfale stagione, di risultarne rivitalizzato ed espanso, nel passaggio senza (alcuna rilevante) soluzione di continuità dall’ebreo della peste nera all’ebreo del Covid e, senza battere ciglio, dall’ebreo avvelenatore dei pozzi all’ebreo spargitore del virus, da (san) Simonino ai bambini usati per il commercio degli organi. Certo, c’è Internet che prima non c’era. E questa è una risposta: Internet con le sue infinite capacità moltiplicative, con la sua ubiquità in tempo reale, con la impensabile capacità di penetrazione, con gli effetti distorsivi e strutturalmente malsani delle sue echo-chambers. Ma pensare che questa sia una spiegazione sufficiente è una illusione miope, una semplificazione futile, un esercizio di determinismo tecnologico del tutto inadeguato alla complessità del fenomeno. Il potere della rete non basta a spiegare tanto successo, il perché di tanti followers disposti a giurare che questo logoro ciarpame è verità. L’analisi va necessariamente spostata sul pubblico. Neanche tanto sugli “ideologi”, che ci sono sempre stati – anche se l’Abate Barruel non disponeva di Internet per far diventare virali le sue fantasie sugli Illuminati di Baviera – e che tra l’altro utilizzano anche la complicità dei media del tutto tradizionali come i libri: in Italia almeno due case editrici di primario rilievo nazionale non esitano infatti a pubblicarne i volumi, visto che come è stato detto tante volte l’odio è dopotutto un buon affare e si vende bene.
Se la ricerca continua sulle forme e sui canali dell’antisemitismo “di oggi” è assolutamente fondamentale per conoscerlo e contrastarlo (per quanto possibile), la nuova credibilità dell’antisemitismo va indagata “fra la gente”, nei termini più ampi dell’analisi culturale e sociale.
È necessario cercare di chiarire le ragioni per cui questi contenuti, che pure sono in larghissima misura gli stessi di sempre, mostrano in questo momento una straordinaria capacità di fare sistema, cioè di saldarsi e di entrare in risonanza con i grandi fattori di turbamento del tempo presente, e di convalidarsi reciprocamente in una rete, non solo mediatica, ma culturale, psicologica ed esistenziale.
Del resto, si tratta di una caratteristica del tutto tipica e ricorrente. La storia dell’antisemitismo mostra da sempre un andamento tipico, in cui periodi di relativa latenza e di contenuto rumore si alternano a fasi in cui l’antisemitismo latente, come per un corto circuito micidiale, precipita ed esplode in attualità devastante. E grandi ragioni di turbamento collettivo, in questo momento, non mancano certamente. Viviamo in un mondo assediato dalla paura, ma una paura di tipo nuovo, diversa da quella di cui ancora scriveva Ulrich Beck alla fine degli anni 80: la sua Società del rischio parlava di pericoli terribili come quella la tragedia di Chernobyl – ma ancora legati alla sfera degli errori umani, e quindi seppure drammatici, pur sempre interni a una razionalità controllabile. La pandemia, invece, ha sconvolto le carte, mostrando l’imprevedibile presenza di margini di nemicità della natura, e una debolezza planetaria, contro cui tutta la scienza del mondo chiamata a raccolta ha stentato a trovare rimedi, se pure vi è riuscita. Una nemicità capace di uccidere ora milioni di persone, e che quindi non può essere spinta lontano, ai margini dell’agenda delle paure, come si può fare per il riscaldamento globale o il buco nell’ozono. Un nemico improvvisamente scoperto nella natura, e che può ripresentarsi ancora, magari attraversi i misteriosi passaggi del salto di specie di cui parlano gli esperti, e rendere stabile e quotidiano il modello di una peste nera sempre possibile. E una paura che deriva inoltre più sottilmente, nella vita di ognuno, dal fatto che sembra essersi spezzata per sempre quell’aspettativa di una vita migliore – più sicura e materialmente tranquilla – che è stata la molla decisiva per le generazioni che si sono succedute dopo la seconda guerra mondiale. Nessuno oggi può nutrire la stessa sicura fiducia che i suoi figli staranno meglio di lui.
In questo mondo impaurito, la scienza sembra aver mancato alle sue promesse. Erano certo promesse – di verità, di sicurezza, di certezza – che la scienza non può promettere, e di fatto la parte più avveduta di essa non lo ha mai fatto: la scienza, in quanto tale, può fornire solo teorie, argomentate e giustificate, e mai certezze. Ma questa immagine ragionevole e critica del potere e dei limiti della scienza non ha mai goduto di troppa fortuna, e la stagione della pandemia l’ha travolta. Da una parte, chi dalla scienza pretende ciò che la scienza non può dare, la certezza appunto, e dall’altra l’armamentario no-vax: “il Covid non esiste, chissà cosa mettono nei vaccini, la scienza è un business interessato che usa la gente come cavie redditizie…”, libertà contro la congiura (pseudo) scientifica e gli inganni del pensiero unico. È sufficiente scorrere le pagine di un libro come La Strage di Stato di Bacco e Giorgianni (dall’ambigua duplicità del titolo, che richiama La strage di stato degli anni del terrorismo, alla sconcertante prefazione del magistrato Nicola Gratteri) per cogliere le molte dimensioni del disastro. Si vive in un clima collettivo pesantemente condizionato dalla progressiva erosione della fiducia come risorsa relazionale, in cui ogni forma di sapere fondato non sembra poter vantare titoli decisivi per prevalere sulla quella inventata, o magari acquisita presso l’University of Google. Il principio dell’uno-vale-uno, evidentemente essenziale sul piano dei diritti ma altrettanto insensato su quello delle competenze, sembra poter bastare alla proliferazione indefinita di una molteplicità di mondi, semplicemente immaginati ma presuntamente veri.
La congiunzione essenziale, naturalmente, è data da uno schema di ragionamento che gode nel tempo presente di particolare fortuna. Il complottismo è un modello di spiegazione straordinariamente facile e immediatamente pronto-per-l’uso, per sua natura mono-causale e dicotomico. Il male del mondo – tutto il male – non dipende da processualità o casualità storiche, economiche o d’altro tipo. Al contrario, è un male intimamente morale, legato alla malvagità di gruppi e persone, alla perfida determinazione di nuocere da parte di volontà malevoli. Lo schema possiede la confortante virtù di dar senso anche a ciò non ne ha o non sembra averne, a ogni evento negativo e ad ogni sciagura, senza alcun timore di incoerenza. Così, se in questo momento è il Covid l’arma di distruzione di massa dispiegata della congiura ebraica, i vaccini anti-Covid – contemporaneamente e senza contraddizione alcuna sono anch’essi strumento di sterminio dello stesso complotto (Fox13now.). Si tratta di un modello di pensiero magico, di una sorta di teodicea irreligiosa: tutto il male ha la sua radice nell’operato occulto di entità perverse, che devono essere indicate e denunciate. Questo schema, impermeabile ad ogni osservazione critica – chi nega il complotto è solo perché ne fa parte – è anche straordinariamente duttile e si applica a ogni cosa: l’assenza di prove osservabili è la dimostrazione più convincente del complotto, perché il complotto perfetto è precisamente quello che meglio occulta le proprie tracce. Proprio nei miti dell’antisemitismo il discorso complottista affonda la sua storia ed alla credibilità dell’antisemitismo attuale contribuisce in modo decisivo. L’antisemitismo ha costruito sé stesso sull’ebreo come l’incarnazione del male morale la sola creatura capace di riuscire nel proposito incredibile di uccidere Dio, limite estremo del protagonismo umano, e pulsione dalla sconvolgente ambivalenza fissandolo in maniera indelebile nell’antropologia negativa della cultura occidentale.
Esiste una coincidenza naturale tra il discorso complottista e i Protocolli dei Savi di Sion e l’uno richiama immediatamente l’altro. Ma è aiutato, in questo, da un’altra delle coordinate portanti del momento presente, da quello cioè che si potrebbe chiamare il vagheggiamento della comunità, intesa come luogo caldo, protettivo e sicuro: condensazione mitica di ciò che-è-come-noi e barriera opposta a ogni diversità. Siamo forse tutti, in questo momento, orfani di una intima comunità del noi, del luogoche-non-c’è ma che si vorrebbe disperatamente, materno e rassicurante, nelle incertezze di un momento particolarmente difficile e inquietante per il mondo intero. Contro gli incubi dell’invasione etnica, del meticciato universale e della sostituzione razziale, governi preoccupati costruiscono muri e oppongono respingimenti, ma anche nella vita quotidiana si sente il peso del localismo esasperato, del patriottismo antagonista, del fascino ambiguo delle patrie piccole, che quelle comunità perdute vorrebbero simulare. L’ebreo al contrario – paradigma di alterità inconciliabile – è sempre, come recitava un corposo libro antisemita di Henry Ford (in Italia pubblicato dalla Sonzogno nel 1938), per definizione internazionale, subdolo traghettatore e violatore di confini, presente in ogni paese ma dalla lealtà sempre simulata, e minoranza infida, fedele solo a se stessa. L’ebreo del mito antisemita è l’esatto contrario della comunità vagheggiata, unita e sicura, omogenea e concorde.
In momenti di stress collettivo particolarmente intenso, la cultura occidentale torna dunque al suo ebreo, tracima dai “normali” confini e sfodera nei suoi confronti, senza più nasconderlo, il proprio odio ambivalente. Le altre culture, del resto, di proprio non hanno aggiunto quasi nulla ai temi classici e si limitano, da questo punto di vista a vivere di rendita. Lo stesso antisemitismo nazista non vi aveva aggiunto altro che l’elemento razziale, e neanche in modo del tutto originale, posto che il tema della limpieza de sangre aveva accompagnato sinistramente, a suo tempo, tutta la vicenda del marranesimo. Su queste follie, migliaia e miglia di followers della rete (e non solo) sono disposti a giurare, come su verità incontrovertibili. Anzi, molto di più. Questi racconti di odio, di negazione e di irrisione esprimono e rendono finalmente palesi livelli di verità volontariamente tenuti nascosti per motivi abietti. Per questa ragione sono, per così dire, iper-veri, in quanto restituiscono alla visibilità pubblica brandelli di verità strappati alle trame interessate di chi vuole ingannare il mondo intero, e che per questa stessa ragione sono verità cruciali, dal valore strategico e dalla portata decisiva. E qui viene in soccorso l’ultima specificità del tempo presente sulle quali queste note volevano richiamare l’attenzione, peraltro senza alcuna pretesa di esaustività. Non sembri contraddittorio, ma in quest’epoca di fake news e di «fatti alternativi», la fortuna del complottismo e dell’intolleranza che esso porta con sé, si fonda essenzialmente su un recupero – distorto, semplificato e malato – dell’idea di verità. Nella sua psico-logica stravolta questo schema esprime, tra gli altri elementi, la convinzione incrollabile – quantomeno da parte dei believers se non degli “ideologi” consapevoli – circa l’esistenza di un livello di verità “vera”, indiscutibile e assoluta, che va scovato, rivendicato e salvato contro le bugie dei governi, della scienza “ufficiale”, e delle élites di ogni tipo, ma in particolare di quelle legate alla conoscenza, al sapere ed alla comunicazione. Una verità intollerante e paranoica – parodia sinistra e primitiva della fede – che immagina il mondo presente come il luogo definitivo «di una biblica battaglia tra i Figli della luce e i Figli delle tenebre, una battaglia epocale…». Una verità feroce, che non si attarda nelle distinzioni, non ama le sfumature e costruisce implacabilmente i suoi nemici, dannandoli all’esecrazione universale. E il mito millenario del popolo per essenza negatore della verità non può – in alcun modo – risultarle estraneo.

Enzo Campelli, Pagine Ebraiche Febbraio 2022