Azzariti e l’Italia che cambiò casacca,
un libro “per fare un’esame di coscienza”

Una forte curiosità, non attenuata dall’iniziale scoraggiamento per la mancanza di carte su cui indagare. Lo stimolo “a mettersi in un lato diverso della macchina, per osservare come funziona l’ingranaggio”. Sono le motivazioni che hanno spinto Massimiliano Boni a dedicare dieci anni della sua vita all’approfondimento di una figura come quella di Gaetano Azzariti. Un nome forse ancora poco noto al grande pubblico ma che rappresenta in qualche modo l’emblema di quel trasformismo che in tanti praticarono riciclandosi abilmente nel passaggio dal Ventennio fascista all’Italia repubblicana. Azzariti non era però un personaggio qualunque: giurista di fama, era stato un pezzo grosso del regime e in particolare aveva presieduto il famigerato “Tribunale della razza”. Un passato torbido che non gli impedirà, nel 1957 e fino alla morte nel ’61, di essere chiamato a presiedere la Corte costituzionale. A questa traiettoria di vita, oblio e cinismo Boni ha dedicato il suo ultimo libro, “In questi tempi di fervore e gloria” (ed. Bollati Boringhieri). Un’opera documentatissima e che nasce negli stessi corridoi un tempo frequentati da Azzariti e dove oggi Boni opera come Consigliere.
“Quella di Azzariti è figura attraverso la quale è possibile fare un esame di coscienza a tutto un Paese. In particolare alla classe dei giuristi e politici” ha evidenziato Davide Jona Falco, avvocato e Consigliere UCEI, aprendo una serata incentrata sul libro organizzata dal Centro Ebraico Il Pitigliani in collaborazione con l’Associazione italiana Avvocati e Giuristi Ebrei.
Dopo i saluti di Massimo Bassan a nome del Pitigliani, la prima a intervenire è stata la storica Anna Foa. “Un libro molto importante e basato su una ricerca di archivio straordinaria”, il suo primo apprezzamento. Oltre a ciò, ulteriore motivo di pregio, “si legge piacevolmente”. Foa ha rammentato il ruolo di Azzariti nella “fascistizzazione del diritto”, culminato nel drammatico ’38 delle leggi razziste. Una tra le tante macchie di infamia che non gli precluderanno destini da protagonista anche in seguito. Non servirà attendere che varchi la soglia della Corte costituzionale per gridare allo scandalo (ma allora nessuno o quasi lo fece). Basterà aspettare il primo dopoguerra, quell’amnistia di cui fu uno degli ispiratori ed estensori. Una dei tanti “aspetti paradossali” di questa vicenda. Per Annalisa Capristo, storica e bibliotecaria, “un libro che ricostruisce uno spaccato su una storia inquietante, sollevando punti interrogativi su un’intera classe dirigente”. Un libro quindi “scomodo”, diversamente da tanti altri testi che si rivolgono spesso superficialmente a quegli anni. Capristo ha spiegato come la biografia di Azzariti si intrecci con quella di uno dei suoi maestri, il “figlio del rabbino” Lodovico Mortara che fu ai vertici del diritto di inizio secolo. “Background simili, ma destini diversi” ha sintetizzato, ricordando come per Azzariti il fascismo rappresentò un’occasione di crescita, mentre per Mortara la fine di una carriera. Terza voce quella di Micaela Procaccia, un’autorità in campo archivistico, che ha lodato la capacità dell’autore “di leggere documenti, metterli in relazione, colmare vuoti”. E i vuoti, quando si parla di profili come quello Azzariti, sono in genere importanti. La prova principe: il suo fascicolo personale, che risulta “depurato” del periodo fascista. Una sorte simile a tante altre figure che sotto il regime si erano compromesse. “Non è un caso – il suo atto d’accusa – che più di altri siano spariti i fascicoli relativi alla persecuzione razzista”. Su di essi una vera e propria “colata di candeggina” .
Spiega l’autore che, attraverso Azzariti, possiamo anche capire “chi siamo noi oggi”. Lo conferma Jona Falco in conclusione di serata, portando un esempio di stretta attualità: la svolta sulle benemerenze concretizzatasi alla fine del 2020 con il decadimento di quel vergognoso onere che gravava, su chi era stato perseguitato, di dimostrare l’avvenuta persecuzione. Tutto molto bello e giusto. Almeno sulla carta. Visto che da allora, la sua amara riflessione, “la commissione incaricata di valutare le domande non si è più riunita”.

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(3 marzo 2022)