Machshevet Israel Logica talmudica (e non)
Di recente, presentando la geniale complessità delle opere di Moshè Chayim Luzzatto, il Ramchal (1707-1747ca), rav Riccardo Di Segni ha ricordato anzitutto il di lui Derekh tevunot, blandamente traducibile come “La via della comprensione”. Permutando singolare e plurale, in inglese hanno tradotto “The Ways of Reason” (nella versione dei rabbini David Sackton e Chaim Tscholkowsky, ed. Feldheim/Diaspora Yeshiva). Si tratta di un lessico tassonomico dell’ars logica, in undici capitoli più una breve introduzione, corredato da una vasta scelta di passi tratti dalla Mishnà e dalla Ghemarà usati derekh mashal, ossia per esemplificare come si applichino i termini e i principi logico-ermeneutici necessari per comprendere il grande codice della Torah orale. Dunque questioni preliminari allo studio del Talmud, sebbene il testo possa rientrare in un genere manualistico assai diffuso in età medievale per ogni studio avanzato. L’incipit introduttorio è solenne ed echeggia Aristotele: “Il desiderio della conoscenza della verità è un tratto naturale di quell’anima razionale (nefesh sikhlit) che è dentro ciascuno di noi; perciò non si troverà nessuno sano di mente che non faccia il massimo sforzo per scoprire la vera natura delle cose…”. Ma poiché la vera natura delle cose non è auto-evidente, ecco il bisogno di fare distinzioni, discernere e ponderare, valutare e argomentare. Insomma, essere ferrati nell’arte dei ragionamenti, specie per affrontare il Talmud.
Tra i pochissimi in Italia ad aver studiato il Derekh tevunot troviamo Amos Luzzatto, la cui forte passione per l’epistemologia e le teorie degli insiemi lo spinse a vedere in Ramchal un antesignano di questo approccio al Talmud (qui chiamato Shas, dai sei ordini della Mishnà). Non senza chiedersi come tanto rigore razionale, quasi razionalistico, si combinasse alla ben nota inclinazione del suo avo per la qabbalà, la mistica… a meno che si voglia vedere anche nella struttura zoharica delle sefirot un campo applicativo dell’insiemistica. Meno weird di quel che sembra! L’acuto saggio si legge negli atti di un convegno dedicato al mistico patavino nel 2007 (nel supposto tricentenario della nascita) e pubblicati da Esedra nel 2010. Scrive Amos Luzzatto: “Al Ramchal va dato il merito di aver fatto uno sforzo per uscire da una metodologia di studio basata sull’esclusività dei canoni tradizionali (le middot) accettando di misurarsi con i metodi logici generali, che sono validi nella loro genericità e, se vogliamo, nella loro astrazione, che sarà portata alle estreme conseguenze nella logica formale molto più tardi”. E conclude: “Non si finisce mai di studiare il Talmud. Ma studiare il Talmud non significa abbandonare o recidere i legami con la cultura generale, e il Ramchal insegna esattamente il contrario. È inoltre importante che la stessa cultura generale acquisisca il Talmud come uno dei suoi patrimoni”. La traduzione in italiano del Bavli, in corso, si ispira probabilmente a questa visione.
Da una nota di quest’analisi del Derekh tevunot apprendiamo che “Yeshayahu Leibowitz [che fu insegnante di Amos Luzzatto a Gerusalemme] indicava spesso la verosimile influenza di Maimonide [sul Ramchal]”. In tale contesto parrebbe dunque che un modello per l’ars logica del Ramchal sia stato il famoso Millot ha-higayon del Rambam. Quest’ultimo è un trattato di logica, scritto in arabo e poi tradotto in ebraico, diffusosi nel mondo degli studi rabbinici, a lungo attribuito ‘senza dubbio’ a Maimonide. Addirittura la più parte dei biografi del grande pensatore sefardita sostiene che lo scrisse quando aveva quindici o sedici anni! Tra gli eminenti studiosi che accreditarono questa notizia (senza verifica) ci sono accademici del calibro di Alexander Altmann, Harry A. Wolfson e Leo Strauss. Ma nel 1960 da biblioteche turche emersero due manoscritti in arabo di quel testo, che era stato tradotto in ebraico da Moses ibn Tibbon, figlio di quel Samuel ibn Tibbon che, in contatto con il Rambam, ne tradusse la Guida dei perplessi. Samuel non fece mai menzione dell’esistenza di quel Millot, che gli sarebbe stato ben utile nel processo traduttorio. La scoperta dei manoscritti arabi ha così costretto a rivedere tutta la ‘storia della ricezione’ delle traduzioni e delle pubblicazioni (dal 1527) di quel trattato di logica attribuito a Maimonide, dove ‘rivedere’ qui significa riconoscere che si trattò di una falsa attribuzione. Lo ha (di)mostrato, con prove testuali fortissime sui manoscritti antichi sia in arabo sia in ebraico, lo studioso Herbert A. Davidson nel suo eccellente studio Moses Maimonides. The Man and His Works (Oxford University Press, 2005). Non per questo il valore del suddetto Trattato e il ruolo degli studi logici per la comprensione del Talmud ne escono sminuiti. Se Davidson è convincente, l’opinione di Leibowitz circa la dipendenza del Ramchal dal Rambam in materia di ars logica ‘ha senso’ solo nel senso che il primo ebbe accesso al Millot, che riteneva – come tutti allora – scritto dal secondo. Molte questioni restano aperte, come la straordinaria flessibilità mentale di Moshe Chayim Luzzatto nel passare da un manuale tipo Derekh tevunot a un testo esoterico (una sintesi di qabbalà luriana) qual è il Qelach pitchè chokhmà ossia ‘Le 138 porte di sapienza’, passando per la Mesillat yesharim, un’opera di musar sulle mitzwot. A volte qualche dubbio di pseudo-attribuzione anche nel caso del Ramchal mi sorge… Aspettiamo che nasca chi ci dia una biografia non mitologica di questo insigne maestro.
Massimo Giuliani, università di Trento