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L’Hashomer al servizio dell’Ucraina
Una rete solidale senza confini

Una collaudata rete di assistenza in grado di dare aiuto a chi è sotto i bombardamenti russi così come a chi è fuggito e ora si trova nei campi profughi sul confine. Sin dai primi giorni dell’invasione decisa da Mosca, il movimento giovanile ebraico Hashomer Hatzair si è messo in moto per dare una mano alla popolazione ucraina. “Sono state aiutate le persone a uscire dalle città attaccate dai russi. È stato creato un centro di assistenza per minori in un campo profughi sul confine tra Polonia e Ucraina. Sono stati inviati beni di prima necessità nei luoghi dove ci sono i nostri kenim (centri dell’Hashomer Hatzair) che poi hanno fatto da centrale di smistamento. Siamo intervenuti inizialmente su Kharviv, perché era la situazione più in emergenza con la città sotto assedio. Poi purtroppo la crisi è precipitata coinvolgendo Kiev e ora pure Leopoli sembra a rischio”, racconta a Pagine Ebraiche Daniela Ovadia, che aiuta a coordinare le iniziative a favore dell’Ucraina dall’Italia dell’Hashomer.
“Proprio in queste ore i nostri ragazzi sono in viaggio, dopo essere partiti da Roma e aver fatto tappa a Milano, con un camioncino carico di aiuti. Li porteranno sul confine polacco, dove l’Hashomer mondiale ha allestito, all’interno di un campo profughi, una sua struttura”. Qui i volontari del movimento ebraico hanno realizzato un luogo dove fare attività sia per i più piccoli sia per gli adolescenti (nell’immagine in alto). “È un modo per dare a questi ragazzi delle attività da fare per garantire un relax momentaneo in questa fase di grande stress e in cui è necessario lavorare per la gestione del trauma”.
La rete dentro e fuori l’Ucraina dell’Hashomer è un importante ponte di collegamento per fornire il sostegno necessario in loco, che conta soprattutto sul sostegno del ministero degli Esteri israeliano. “Per quanto organizzati, l’Hashomer fa comunque riferimento al ministero e ai suoi rappresentanti. Da Israele è stata creata una linea telefonica aperta 24 ore su 24 per dare assistenza, ci sono punti di raccolta, ci sono inviati sul terreno che forniscono l’aiuto necessario a chi vuole partire”. Lo sforzo dunque è ampio, con la consapevolezza che l’emergenza nel prossimo futuro si modificherà. “Al momento si lavora nei campi profughi, ma presto si tratterà di gestire qui l’accoglienza. E bisognerà capire cosa come Comunità ebraica e com Hashomer saremo in grado di fare”, sottolinea Ovadia, presente a un recente confronto degli enti dell’ebraismo milanese proprio su questo tema. “Queste persone fuggono dalle bombe e moltissimi, per quanto ho potuto sentire io, non vogliono stabilirsi fuori dall’Ucraina. Vogliono tornare nel loro paese appena questa guerra sarà finita. E nel nostro piccolo penso sia necessario immaginare quale aiuto possiamo concretamente dare”.
Un esempio, l’iniziativa dell’Università di Pavia con l’Ospedale Niguarda, in cui Ovadia (nell’immagine) è direttamente coinvolta. “Tramite i canali dell’Hashomer Hatzair ci siamo messi in contatto con la protezione civile italiana nel campo profughi sul confine polacco e la neurologa con cui lavoro ha fatto in modo di trasportare sei persone fragili a Milano, di cui tre affette da Alzheimer. Immaginiamo cosa significa per queste persone confrontarsi con il trauma della guerra. Tre saranno ricoverate al Niguarda, le altre tre saranno ricongiunte con le famiglie che già vivono in Italia”.
Sul fronte dell’accoglienza, sottolinea poi Ovadia, il mondo ebraico italiano può attingere alle sue esperienze passate. “Io sono nipote di profughi fuggiti dall’Egitto e mi ricordo che mi raccontavano della rete comunitaria che si era spesa per accoglierli. Ma pensiamo anche a quanto accaduto con gli ebrei libici. Certo erano tempi molto diversi, con una situazione economica anche differente, ma rappresenta una sforzo comune che può essere d’esempio per il presente. La Comunità può ad esempio fare da filtro e aiutare chi arriva dando diversi servizi, come consulenze mediche o legali”.

dr