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La mela avvelenata

Ci sono i fatti e poi le loro rappresentazioni. Gli uni elementi non sono alternativi degli altri. Raffigurare un fatto (così come un oggetto) implica il riprodurlo in sua assenza, dandone cognizione a chi non ha avuto modo di farne esperienza. Le idee che abbiamo su un mondo così grande e variegato da non potere essere acquisito, compreso e rielaborato dalla nostra sola mente, derivano perlopiù dalle immagini e dalle rappresentazioni correnti che ci vengono offerte attraverso il circuito delle comunicazioni di massa. Anche per questo le guerre non sono mai esclusivamente quelle che si svolgono sui campi di battaglia (i fatti), coinvolgendo nel medesimo tempo anche il conflitto aperto tra raffigurazioni contrapposte, dove oltre alle mistificazioni deliberate, alle manipolazioni da laboratorio, si accompagna un investimento ideologico potentissimo. I conflitti armati, quindi, non fanno piovere solo gragnole di pallottole e bombe ma anche parole a grappolo. Che sono come pietre, tanto per citare Carlo Levi. Al netto dei giudizi sulle parti in campo, come sulle molte responsabilità per la guerra russo-ucraina, posto che sia evidente che esistono un aggressore ed un aggredito, è non meno vero che entrambi stiano esercitando, rispetto al proprio pubblico, delle vere e proprie performance. Anche qui bisogna intendersi da subito: se esiste una messinscena come finzione, si dà anche una «messa in scena» come raffigurazione simbolica di una condizione veridica che si sta sperimentando collettivamente. La condotta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky si inscrive a pieno titolo in questo secondo ambito. È un destino singolare quello che è stato assegnato dalle circostanze ad un politico che da sempre, ossia prima ancora di diventare pienamente tale, è stato personaggio più che persona. Ovvero un attore abituato a rivestire dei panni non suoi e a mettersi a recitare un copione che, tra finzionalità e verosimiglianza, doveva riflettere e riprodurre aspetti della realtà. È risaputo che la popolarità gli derivi dall’essere stato protagonista di una fortunata serie televisiva, nella quale recitava ciò che poi, nei fatti, è divenuto nel giro un paio di anni, ossia presidente del suo paese. Un politico populista, in altre parole, che si trova ora a dovere guidare il suo popolo in quella che è una delle sue ore più buie (l’Ucraina ne ha conosciute non poche altre nel Novecento). Si è immedesimato fino in fondo in tale ruolo, con un’acribia che molti non si attendevano da lui, a partire dal suo stesso antagonista Vladimir Putin, che invece si è disegnato, in una sorta di assoluta autoreferenzialità, l’immagine di autocrate abbarbicato sugli scranni di un potere che si vorrebbe di nuovo imperiale. Due strategie comunicative sono quindi in atto: l’Ucraina reclama la libertà dell’autodeterminazione, evocando, per il tramite del corpo del suo giovane e informale presidente, la solitudine che starebbe vivendo dinanzi all’aggressione; la Federazione russa, rivendica, attraverso il calcolato paludamento di un novello zar, che alterna comparsate pubbliche a ingessate comunicazioni istituzionali, il suo desiderio di primazia e il suo calcolo di supremazia; Kiev (che in ucraino si traslittera Kyïv) si presenta attraverso il modello paradigmatico del partigianato popolare: intere famiglie che preparano bombe Molotov, giovani donne che si esercitano alla resistenza armata ma anche civili che compongono lunghe colonne di profughi in fuga nel mentre le città vengono bombardate; Mosca, del suo, intende dare un’immagine completamente opposta, ossia quella di un esercito regolare che sta svolgendo un’operazione di polizia internazionale per la messa in sicurezza di territori, quelli di suo interesse strategico, la cui popolazione russofona verserebbe da tempo in condizione di gravissima insicurezza. Putin e i suoi uomini, a corredo di ciò, ribadiscono con costanza il rimando all’arsenale nucleare. Probabilmente per dirci non tanto che siano disposti a farvi ricorso nei fatti ma per rammentare a tutti che nei rapporti politici (e bellici) l’ultima parola spetta a chi ha più forza dalla sua parte. In misura ancora maggiore se essa è completamente distruttiva. Ciò che viene rappresentato, quindi, non è solo il rimando a due modelli militari differenti ma il ricorso a due raffigurazioni del potere tra di loro contrapposte. In Italia, la ricezione della tragedia che si sta consumando si è rivelata ancora una volta molto discutibile. Poiché per una certa parte del circuito mediatico è stata l’ennesima occasione per dare corpo ad un’avvilente spettacolarizzazione dei fatti (e delle rappresentazioni). Già era avvenuto con non pochi siparietti tragicomici dell’antivaccinismo e dei lottatori indefessi contro la «dittatura sanitaria». Si ripete ora, con molesta ossessività, nei falsi rimandi alla necessità di «dare la parola a tutti», nel nome del rispetto della «libertà di espressione», omaggiando un’inesistente par condicio quando invece ciò che si consuma è essenzialmente la reiterazione dell’esercizio delle parole in libertà. Tali poiché senza nessuna assunzione di conseguente responsabilità. Nel sistema della spettacolarizzazione di massa ciò che conta non è quello che viene raffigurato (e il come lo si vada facendo) ma chi ne interpreta appieno la parte, davanti ad un pubblico che si attende una recita incisiva poiché emotivamente coinvolgente. Rispondere, dinanzi a queste considerazioni, che si vorrebbe invece tacitare le voci critiche – rivestendo quindi da subito i panni delle vittime dinanzi alle decise risposte che si ottengono per le proprie confuse provocazioni – è un escamotage fin troppo collaudato. Poiché in gioco, in questo come in altri casi, non è il fondamentale diritto al pluralismo espressivo e informativo ma il principio stesso di realtà. Che non coincide mai con una «versione» esclusiva ma con la capacità di distinguere tra ciò che possa avere un fondamento (i vaccini hanno una loro utilità sociale, posti alcuni rischi che possono comportare per certuni; esiste un confronto tra un aggressore e un aggredito, quand’anche le colpe non siano di una sola parte) e quanto invece è solo paravento: vuoi per mascherare la propria egolatria, dissimulandola sotto l’ennesima campagna di «demistificazione» delle «verità di regime», prodotte dal «pensiero unico» dell’informazione «mainstream», vuoi per occultare l’eventuale calcolo spregiudicato di interessi da parte di chi li copre sotto il vuoto pneumatico dei richiami a visioni «alternative». Tutto questo per dire che in nessun caso sussiste un qualsivoglia complotto, perché sono semmai trenta e più anni di progressiva intossicazione del levitante lessico populista a produrre una fermentazione tanto indigesta. Nella riduzione della realtà a sensazionalismo, ciò che conta non è dire qualcosa di significativo ma il farlo con falso senso iconoclasta, autonominandosi a difensori di una verità sottaciuta. Si è premiati, in qualche modo, urlando vittimisticamente. C’è chi ha scritto che «non abbiamo insomma troppo pluralismo, semmai ne abbiamo troppo poco. Non essendoci vere alternative a quel genere di narrazione, semplicemente non esistono disincentivi alla rincorsa verso il basso» (Francesco Cundari). Per poi aggiungere: «quella che si sta aprendo è dunque una discussione difficilissima e delicatissima, come qualsiasi discussione sul confine tra libertà e responsabilità. Una discussione in cui qualunque posizione unilaterale sarebbe sbagliata, perché abbiamo bisogno di entrambe le cose: libertà e responsabilità. Ma è anche una discussione necessaria, e tanto più necessaria se […] andrà alle radici del problema, che sta in quella cultura populista e anti-istituzionale in cui siamo immersi dalla fine della Prima Repubblica». E fa pensare che a volere rivestire i panni degli «indignati» in servizio permanente siano, a volte, quelle stesse persone che fino a non molto tempo prima ne denunciavano la pericolosa pochezza, quand’essa si manifestava in campo altrui. C’è molto da ricostruire, nella coscienza di noi stessi, se il linguaggio e le rappresentazioni che raccolgono più facile consenso sono quelle tossiche. In fondo, la strega della fiaba di Biancaneve, nel momento i cui porgeva il frutto avvelenato, ne decantava il gusto e i sapori. Forse dobbiamo chiederci come uscire da questo stato di irretimento, nel quale la realtà viene obnubilata dal bisogno di una qualche finzione pur che sia.

Claudio Vercelli

(27 marzo 2022)