Storie di Libia – Flavio Hannuna
Flavio Hannuna, ebreo italiano. A Tripoli viveva con la famiglia in Via Del Corso.
La famiglia Hannuna era di origine spagnola. Ci sono documenti che a metà dell’Ottocento mostrano la nascita di un Hannuna del ramo di Flavio a Livorno. Molti di loro si trasferirono in altre parti del mondo. Quindi ebrei italiani con passaporto italiano.
In casa si parlava solo italiano e Flavio non imparò mai l’arabo. Il loro rapporto con la comunità araba era distaccato. Egli personalmente aveva pochissimi amici al suo interno. Suo padre invece cercava sempre di avere un rapporto disteso, un tenente della polizia arabo era uno dei suoi amici più cari. E se qualche gruppetto di ragazzi arabi coinvolgeva il figlio in qualche litigio, lui chiamava sempre il tenente per toglierlo dai guai. Quando scoppiò la guerra dei sei giorni, e il conseguente pogrom, Flavio era su un aereo diretto in Italia. Già alcuni giorni prima del pogrom alla radio Nasser incitava il popolo libico a sterminare e a buttare in mare gli ebrei. A quel tempo egli lavorava come impiegato al Banco di Roma in Piazza Italia. Così si recò dal capo del personale e gli disse che la settimana successiva sarebbe andato in ferie. Il capo non era d’accordo nel farlo partire nel mese di giugno quando sarebbero aumentati i clienti. Ma Flavio decise comunque di partire e così fu. Il 5 Giugno 1967 prese il taxi e andò all’aeroporto. Alle 9 l’aereo decollò e dopo pochi minuti il suo vicino di poltrona gli disse che era scoppiata la guerra. Anche i suoi genitori partirono lo stesso giorno, ma avevano voluto prenotare la nave che sarebbe partita alle 11. A causa del tumulto appena scoppiato non sapevano come fare per raggiungere il porto. Così il padre telefonò al suo amico tenente chiedendogli aiuto. Il tenente gli disse di chiudersi in casa e di non aprire a nessuno, fino a che non fosse venuto qualcuno a suo nome. Dopo circa mezz’ora arrivò una camionetta della polizia che li portò al porto. A causa dei disordini Flavio non poté comunicare subito con i suoi genitori. Sua madre dal momento della partenza fino all’arrivo a Malta era disperata, non sapendo che fine avesse fatto. Una volta giunta a Malta potè telefonare e si tranquillizzò. Finalmente tutta la famiglia si ricongiunse a Roma e alloggiarono alla pensione Bahbout. In quella pensione ebbe delle accese amichevoli discussioni con il Rabbino Shalom sull’osservanza di alcune regole.
A Roma Hannuna frequenta il tempio Beth Ya’acov, ed egli considera Rav Sion Burbea z’l suo maestro di vita oltre che religioso. Della sua esperienza di vita a Tripoli a sua figlia ha trasmesso non la sofferenza perché realmente non l’ha patita, ma il suo forte desiderio di lasciare quel paese perché si trovava molto male. Era pesante vivere continuamente discriminati e anche molestati. Non potevano fare nulla, figuriamoci uscire con una ragazza mano nella mano a passeggio. In giro c’erano sempre gruppetti di arabi pronti a molestare. Quando capitava che tornasse a casa tardi la sera, camminava sotto i portici per non farsi vedere guardandosi intorno per intercettare eventuali gruppi di arabi minacciosi. Flavio non riesce proprio a capire come mai molti ebrei abbiano nostalgia della Libia. Venivano discriminati e trattati come cittadini di serie B, non erano liberi e vivevano sempre nella paura…
Eppure tutti erano consapevoli di come fosse la vita fuori della Libia visto che almeno una volta all’anno andavano in ferie, chi in Italia chi in Inghilterra chi in Francia. Forse chi ha nostalgia di quei posti non riesce a distinguere i ricordi di gioventù dalla realtà in cui vivevano. Certamente anche lui ha nostalgia dei suoi diciotto anni quando andava al mare o quando, sorride, “rimorchiava”. I ricordi della giovinezza non c’entrano però nulla con la vita quotidiana in un paese come la Libia. Forse li turba la perdita di tutto ciò che si erano costruiti con tanta fatica e questo impedisce loro di vedere la realtà. Fortunatamente non tutti hanno avuto questa visione che definisce “ottusa”. Per esempio due fratelli di una famiglia loro amica capirono che prima o dopo probabilmente sarebbe successo qualcosa di grave. Ma mentre uno cercò di non “vedere” e decise di rimanere in Libia, l’altro invece partì e mise su un’attività molto importante a Roma. Flavio personalmente non ha subito nessun trauma nel lasciare la Libia. Anche suo padre, nonostante avesse una buona attività, solo all’inizio rimase un po’ disorientato. Ma poi si rimboccò le maniche e con il sorriso sempre sulle labbra accettò la nuova situazione. Quando il padre morì non gli lasciò molto a livello economico, ma gli insegnò che in qualsiasi circostanza e qualsiasi cosa succeda, non bisogna perdere mai il sorriso. E questo non lo ha mai dimenticato. A sua figlia ha tramandato l’osservanza della tradizione ebraica tripolina “a parte alcune eccezioni”. In casa sua si mangia solo kosher e si segue la liturgia. Sono tutte cose che è importante preservare. Infatti anche sua figlia lo sta tramandato al nipote. Alcuni fratelli e sorelle nel tempo si sono trasferiti, chi a Milano, chi a Londra o in Israele. I suoi genitori non ci sono più.
Hannuna si è integrato molto bene a Roma lavorando per molti anni in una grande ditta dove è diventato dirigente e poi ha aperto una sua attività nella quale si trattano assicurazioni in generale, che coprono ogni rischio di incendio, furto, cauzioni, sia nel ramo navale, trasporti e altro. Flavio si sente a casa in Israele. Pensa che lottare contro l’ingiustizia subita compresa la confisca dei beni in Libia sia una causa persa. Andare a chiedere ai libici di restituire i loro beni lo ritiene assurdo. Anzi ritiene che piuttosto che spendere tempo e denaro nell’impossibile, sarebbe meglio investire nel futuro. Lui ritiene che la Libia non sia una terra per gli ebrei anche se la loro presenza in quel paese risale a più di 2000 anni fa. Al limite se si potesse fare una trattativa potrebbe essere realizzata tra il governo israeliano e quello libico. Personalmente non vuole avere niente a che fare con i libici di oggi. Flavio ritiene altrettanto assurdo costruire un mausoleo in memoria delle vittime dei pogrom e della Shoah. Chi andrebbe ogni anno a commemorare quei defunti se non c’è neanche più un ebreo? Lo farebbero gli arabi? “Non viene fatto nemmeno in Italia al Verano”, dice. Se fosse rimasto in Libia non avrebbe creato nulla. Ciò che la cultura tripolina potrebbe insegnare alle altre culture, conclude, è sicuramente l’osservanza dello Shabbat, la cucina kosher, il Kiddùsh, la santificazione di una festa del sabato con la benedizione del vino e del cibo che si fa con tutta la famiglia intorno.
Per Flavio la cosa più importante è la propria famiglia, l’unità e lo stare insieme.
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(Per contattare l’autore, anche per eventuali testimonianze sulle storie e le memorie degli ebrei di Libia, è possibile scrivere a: davidgerbi26@gmail.com)
David Gerbi, psicoanalista junghiano
(4 aprile 2022)