Storie di Libia
Jasmine e Giulio Hassan

In questa intervista Jasmine e Giulio Hassan, ebrei di Libia che in precedenti interviste hanno raccontato le loro esperienze personali, rispondono entrambi a varie domande.

La prima è: che effetto trasformativo ed evolutivo ha avuto su di voi questa storia? Siete riusciti miracolosamente grazie a D.O ad uscirne?
Jasmine risponde che tale esperienza ha provocato in lei un fortissimo cambiamento. Al principio, essendo molto giovane, era molto dipendente dalla sua famiglia e poi da suo marito. Si affidava molto a lui e alle sue decisioni. Quando poi si è trovata sola con il marito in carcere, ha dovuto trovare la forza di affrontare situazioni difficili, che le hanno fatto acquisire più forza personale rendendola indipendente. Non si è mai disperata e ha affrontato con coraggio attingendo alle risorse che non pensava di avere. Grazie ad esse ha potuto lottare per liberare suo marito.
Per Giulio è stato un pò diverso. Innanzitutto per sopravvivere in prigione si è costruito psicologicamente un mondo tutto suo che gli permettesse di vedere la realtà dal di fuori. Per sfuggire alla pazzia e al crollo psicologico immaginava di guardare un film. Alla fine si sarebbero accese le luci e lui sarebbe andato via dopo un po’. In verità si sentiva anche molto protetto da D.O. Era fermamente convinto che tutto sarebbe andato a finire bene. Gli avvenimenti lo hanno fatto diventare caratterialmente un po’ più elastico, mentre prima era una persona molto rigida. E la cosa si rivelò utile quando, riunendosi a sua moglie, vide che era molto cambiata a causa di ciò che avevano passato.

In che modo questa esperienza piena di coincidenze significative, connesse a fatti casuali e non, vi ha trasformati dal punto di vista psicologico e religioso?
Jasmine non ha vissuto nessun tipo di trasformazione a livello religioso. Era sempre stata credente. A livello psicologico è diventata una persona diversa, molto più forte. La sua fede l’ha sempre sostenuta, soprattutto nei momenti nei quali doveva affrontare le cose con coraggio. Certamente a Tripoli non fu facile con tutte le angherie subite, il tempo perso a bussare a tutte le porte per aiutare suo marito; quando sembrava che finalmente si fosse aperta una porta, succedeva qualcosa che la faceva richiudere. Non ha mai pensato di arrendersi, è riuscita superare tante difficoltà e non ha mai rimproverato il Signore per le cose che accadevano.
Giulio da parte sua ha vissuto questa esperienza come se fosse stata una missione. Era ciò che doveva fare e lo ha fatto. Crede che nella vita di ognuno sia già scritto un destino. Il punto di partenza è la nascita e il punto di arrivo la morte. Il tragitto da un punto all’altro lo decide l’uomo e sono solo sue le decisioni. È vero che ogni tanto “qualcuno al di sopra interviene” al momento giusto e nel posto giusto. Per esempio fu arrestato due giorni prima di Rosh Hashanah e rilasciato a Hanukkah. Qui, dice, si comprende l’intervento miracoloso. Anche nelle molte cose successe dentro la prigione. Il resto del tragitto prima e dopo è una libera scelta. Ciò che decidiamo di fare e come agiamo determina il cammino, ma la partenza e l’arrivo sono già scritte: questa la sua convinzione.

Che sentimenti provate nei confronti di tutti gli ebrei libici della comunità che hanno pregato per voi e che hanno fatto del loro meglio per aiutarvi? Credete nella potenza della preghiera collettiva che possa in qualche modo influenzare e favorire l’intervento di D.O?
Jasmine prova prima di tutto un grande sentimento di gratitudine verso coloro che li hanno aiutati, compresa tutta la loro comunità. È sicura che la preghiera collettiva sia molto efficace per aiutare le persone in difficoltà e chi sta male. Infatti per questi ultimi di solito si legge un Salmo tutti insieme e spesso succede il miracolo. Crede molto nella preghiera collettiva e individuale. Sa che il Signore è sempre presente: infatti lei sente e ha sentito molto spesso la sua presenza, proprio nei momenti più difficili. Pensa anche che tante situazioni di vita siano predestinate. Per esempio lei e suo marito avevano progetti di una vita borghese, il lavoro e la famiglia, e invece si sono trovati in un turbinio di eventi che non è stato facile superare e che ha cambiato il corso della loro vita.
Giulio si ritiene un credente. Crede molto nella forza del popolo ebraico. Le preghiere si rendono effettive con il Kaddish. Almeno 10 ebrei in unione di intenti (Minian) rendono forte la preghiera e di sicuro portano la risposta positiva di guarigione e di liberazione. Per lui è importante essere accettato nella comunità libica come ebreo libico. Durante la sua permanenza a Tripoli avendo madre italiana, mangiando italiano e parlando la lingua italiana, lo chiamavano Rumi, cioè italiano cristiano. Se quando andava alla Hara, il quartiere ebraico, non erano presenti tre o quattro amici, molto spesso veniva picchiato. Egli è onorato di essere un ebreo tripolino. È diventato addirittura un accanito difensore di questa sua identità. È uno studioso della Parashà, la lettura settimanale dalla Torah, e spesso viene coinvolto in discussioni riguardo le tradizioni e riguardo anche le feste.

Jasmine, hai fatto tutto ciò che potevi, attraverso la tua forza e la tua tenacia e anche la tua capacità diplomatica, per fare uscire dal carcere tuo marito. Giulio da parte tua hai fatto di tutto per tenere duro e rimanere lucido in carcere riuscendo, come dice la parola di D.O, a trasformare i nemici in amici. Oggi dopo essere nati e vissuti in Libia, in Italia ed infine in Israele, pensate che non sia un caso che la vostra storia si sia sviluppata in tal modo? E se dalla nascita eravate predestinati a dovervi sposare?
Jasmine dice che non sa se tutto fosse predestinato. È vero che quando conobbe Giulio lui aveva otto anni e gli predissero che un giorno l’avrebbe sposata. Ma non era affatto scontato che da adolescenti si potessero incontrare. Ciò avvenne solo a scuola quando lei aveva 15 anni e lui 18. Il modo come affrontarono le esperienze durante la prigionia del marito furono diverse. David fa presente che Jasmine ha lavorato all’esterno. Era più diplomatica, quasi virile, dovendo parlare faccia a faccia con uomini di potere. Mentre suo marito ha dovuto sopravvivere in una struttura antiebraica in mezzo a tanti nemici. Lui lottò all’interno per non impazzire e conservare la lucidità. Jasmine dice che successe qualcosa di strano quando si riunì di nuovo a suo marito. Raccontandosi le reciproche esperienze piuttosto drammatiche, si accorsero di aver fatto delle cose in parallelo senza essersi prima accordati nonostante non avessero notizie l’uno dell’altra. Neanche potevano farlo durante i brevi colloqui in carcere, in quanto avevano poco tempo e potevano parlare solo in arabo. Innanzitutto entrambi si sentivano di dover rappresentare gli ebrei con dignità, forza e a testa alta. Gli chiedo se credono che il loro modo di fare sia stato un’ispirazione divina. Lei è convinta: il Divino c’è e interviene, ma non per questo bisogna sempre disturbarlo. Si sa che Egli è sempre presente. Sono loro stessi però che devono agire. Lei ritiene di essere stata in grado di comunicare con suo marito telepaticamente. Infatti anche se lontana si sentiva sempre vicina al marito, quasi a toccarlo, ed egli sentiva la stessa cosa. Giulio non crede al destino continuo, ma alla presenza di una sorta di tappe. Conferma ciò che dice sua moglie riguardo la telepatia. In quegli anni in prigione è stato molto “spesso con lei” e vedeva tutto ciò che faceva, diceva e come agiva.

Avreste potuto arrendervi dopo essere stati messi così tanto sotto pressione. Altri sarebbero crollati, invece non avete mai ceduto. Dove avete attinto tale forza per continuare a combattere nonostante tutti i fallimenti precedenti?
Jasmine dice che la forza viene dalla Fede. Nel suo caso mentre Giulio era prigioniero, nel primo anno cercò di fare qualcosa ma nel secondo partì per l’Italia. I suoi figli sono stati la sua forza perché era importante per lei dar loro una vita normale. Naturalmente le facevano molte domande sul padre e il perché della sua permanenza in prigione. E lei spiegò loro che era tenuto in un carcere per prigionieri politici, non tra i criminali. Parlavano anche della morte. E sua figlia , quattro anni e mezzo, un giorno le disse che se suo padre fosse morto lei non lo avrebbe mai conosciuto. Anche questo fu un input per lei per continuare a lottare. Tutte le strade percorse le ha fatte perché “sentiva” che fosse giusto farlo. E cercò di essere sempre forte e non scoraggiarsi mai. Un giorno in sinagoga durante il Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico, rivolse una preghiera a D.O e sentì che fosse arrivato il momento giusto.
Da quel momento si aprirono tutte le porte. Mentre tutto prima crollava, adesso tutto funzionò fino alla liberazione del marito. Sentiva che doveva salvargli la vita, come aveva fatto lui anni prima quando erano ragazzi. Scivolò dagli scogli e si stava sfracellando su di essi, quando Giulio le disse di attaccarsi al suo piede, e lui si arrampicò con le mani sugli scogli, riuscendo a portarla in salvo.
Anche lui trovò la forza di non arrendersi nella fede e nella convinzione che sentiva nel profondo del suo cuore che tutto sarebbe andato bene e che D.O lo avrebbe aiutato. Mentre sua moglie attingeva la forza dai suoi bambini, per lui era il contrario. Aveva la forza di sopportare ogni cosa, perché sapeva che non potevano fargli niente. Il timore che potessero fare del male a Jasmine era la sua debolezza. Sentiva la protezione di D.O e ancora oggi la sente nella sua vita. Conduce una vita molto felice. È contento di ciò che ha ed è in pace. Sa che ha fatto e portato a termine la missione che D.O gli aveva dato. Essere un buon ebreo, anzi un ebreo esemplare.

Che cosa avete imparato da quella incredibile esperienza a Tripoli? Che cosa potete trasmettere come insegnamento di vita a tutti coloro che guarderanno questa intervista anche in futuro, magari tra 30/40/ 50/ 60 anni?
Jasmine risponde che non bisogna mai arrendersi davanti alle difficoltà. Non sempre è facile perché la vita è disseminata di tanti ostacoli. Ma bisogna farsi forza, affrontarli e superarli con fede, coraggio e dignità. Rimanendo sempre coerenti con se stessi, onesti e retti. Tutto che ciò che succede nella vita di negativo è un insegnamento prezioso. Se tutto andasse sempre bene, sarebbe veramente noioso. Giulio ha imparato che bisogna sapersi “scegliere” la moglie. La moglie giusta e con l’amore hai tutto. In due si riescono a superare tutti gli ostacoli. Inoltre è molto importante capire tutte le persone sia buone che cattive. Sono tutti esseri umani e a secondo di come ti comporti una persona si può trasformare. Un gesto comprensivo fa addirittura commuovere un malvagio. La peggiore punizione è la prigione. Lì la vita ti passa davanti e il tempo che passa è perso. Non porta rancore verso nessuno, per quello che ha passato. Anzi ha provato anche pena quando vide il cadavere di Gheddafi mostrato in tv coperto di sangue. Dì certo lo hanno “spinto” a vivere questa esperienza. Ciò che vorrebbe insegnare a tutti è avere fede e credere che tutto passa e si risolve. E come disse Herzl, uno dei Padri del sionismo, “Se lo vorrete non sarà un sogno”.

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(Per contattare l’autore, anche per eventuali testimonianze sulle storie e le memorie degli ebrei di Libia, è possibile scrivere a: davidgerbi26@gmail.com)

David Gerbi, psicoanalista junghiano

(11 aprile 2022)