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Storie di Libia
Vivienne Roumani Denn

Vivienne Roumani (Bourkoff) Denn, ebrea di Libia. Fu di grande aiuto a chi scrive per far uscire sua zia dal Paese. Vivienne è nata a Bengazi e deve il nome al fatto che, contrariamente alle sorelle nate prima di lei, riuscì a vivere. Viveva insieme ai genitori e ai tre fratelli maggiori nel centro della città, accanto al municipio e vicino al lungomare dove faceva bellissime passeggiate con sua madre. La scuola ebraica che frequentavano i fratelli fu chiusa prima che Vivienne nascesse, sicuramente per decisione del governo, ma a loro dissero che per la grande Aliyah erano rimaste troppe poche famiglie per tenerne una aperta. Così frequentò la scuola cattolica delle suore, come tanti altri bambini. La presenza costante di tre religioni è sempre stata un’esperienza unica e positiva per lei. Suo padre aveva un ufficio di Import & Export.
In famiglia avevano un buon livello di osservanza delle Mizvoth, delle feste, della liturgia e della cucina kosher. Suo padre di Shabat portava i tre figli maggiori in sinagoga (che Vivienne e sua madre frequentavano spesso) e anche durante la settimana a pregare tre volte per la preghiera del mattino, del pomeriggio e della sera. Egli non solo era molto osservante ma di sera, dopo cena, studiava la Torah e lo Zohar, che sarebbe il libro sul quale si basa la mistica ebraica. La madre credeva nella parità tra uomini e donne. Infatti un giorno vedendola spazzare per terra, le disse che se ne potevano occupare anche i fratelli. Quando sua madre era ragazzina e avrebbe voluto continuare a studiare, suo padre era d’accordo di mandarla all’estero, però la madre non lo permise dicendo che sarebbe stato meglio, per lei, imparare a cucire. Il rapporto del padre di Vivienne con la comunità araba era buono. Era molto rispettato dai libici. Tante volte essi chiedevano il suo aiuto come mediatore per risolvere problemi con altri arabi per via della sua onestà e del suo senso di giustizia. Allo stesso tempo si cercava di stare lontani, perché gli arabi cercavano in ogni occasione di provocare liti e molestavano.
Tutto ciò che successe agli ebrei in Libia dagli anni ’30 in poi, Vivienne lo trovò scritto nel diario di sua madre molti anni dopo, quando morì. Trovò scritto che una volta gli arabi erano amichevoli ma che tutto cambiò con la nuova generazione di libici dopo la II Guerra Mondiale. Bastava un qualsiasi attrito tra Israele e qualche paese arabo per far scoppiare tumulti. Ormai non uscivano quasi più, specialmente di sera. Quando scoppiavano liti per la strada tra ragazzi arabi e ebrei, di solito i libici più anziani cercavano di calmare gli animi dei giovani arabi, anche se inutilmente. Era molto difficile per la comunità ebraica vivere in Libia. Non contavano nulla. Non avevano nessun diritto né legale né civile. Ricorda ancora un episodio successo quando era piccola. Un giorno sua madre li chiuse dentro una stanza, raccomandandosi di non affacciarsi a nessuna finestra, di rimanere silenziosi e spense tutte le luci. Poi da grande scoprì che quel giorno c’era stata la guerra del 1956 sul Sinai e i libici erano andati subito in strada a urlare “morte agli ebrei”.
Del pogrom del 1967 non ha avuto nessuna esperienza. Erano già immigrati in America da cinque anni. Era rimasta una sua cugina e la famiglia del padre, che raccontò che durante quei giorni a causa della guerra i poliziotti, dopo averli circondati e messi in caserma, le avevano consigliato di andare via perché non potevano più garantire per la loro sicurezza. Così grazie all’intervento di Lillo Arbib che aveva scritto al ministro, e al governo italiano, tre aerei furono approntati per portare via gli ebrei dalla Libia. Ai suoi figli e nipoti ha trasmesso i bei ricordi e anche quelli brutti. Nel 1998 ricevette dei fondi per fare delle ricerche storiche sugli ebrei libici, la vita quotidiana e la lingua judeo-araba, incluso le atrocità commesse su di loro nei vari pogrom. Fece interviste, conferenze, e nel 1999 il primo sito internet e successivamente un film documentario (The Last Jews of Libya). Quindi anche i figli, seguendo il suo lavoro, hanno imparato tutto ciò che era successo alla loro comunità.
Quando erano ancora in Libia suo fratello cercò di essere assunto dall’Agenzia Internazionale Americana. Cercavano una persona di cultura con una buonissima conoscenza della lingua inglese, ma non lo presero perché ebreo. Gli consigliarono di provare con l’Ambasciata Americana. E lì fu assunto. Dopo alcuni anni fece domanda per una università Brandeis a Boston: fu uno dei pochi che riuscì ad entrare in un ateneo così prestigioso. Una volta sistemato cercò di fare di tutto per ricongiungersi con la sua famiglia. Ma il numero delle famiglie che potevano entrare in America era ormai limitato. Caso volle che nella biblioteca dell’università cercassero una persona con conoscenza della cabala e dello Zohar: dovevano riordinare tutta la biblioteca. La conoscenza di questi libri sacri permise al padre di Vivienne di andare in America. All’inizio fu traumatico vivere lì. Abituati alla liturgica libica, alla stretta comunità, al clima mediterraneo, al mare, alla vegetazione e ai bellissimi fiori… Dover ricominciare da capo e da soli, senza la comunità o parenti e amici. Una nazione dove non c’era neanche una grande comunità sefardita, come invece avevano trovato gli ebrei libici emigrati a Roma. Cultura e modi di vita diversi, anche la lingua, e la pronuncia della lingua ebraica in sinagoga. Ma si fecero forza e si rimboccarono le maniche. Suo padre poi lasciò la biblioteca e avviò una sua attività commerciale. Con il tempo la famiglia si è dispersa tra la California, Brasile, Boston, New York e Israele. Certo preservare le tradizioni legate alla famiglia e alla Libia è molto importante ma, riflette, dispersi è molto difficile. Hanno cercato un po’ forzatamente di integrarsi per sopravvivere.
Per tenere il più possibile la famiglia unita, e non perdere questo legame tra di loro grazie nel segno dell’ebraismo bengazino, tutti hanno comprato una casetta in Israele dove, in alcuni mesi dell’anno, si riuniscono per celebrare le festività insieme. Ma poi devono tornare alle loro case e nazioni. Il fratello maggiore fece Aliyah dagli anni ’70, mentre gli altri ancora più tardi. Lei non si sente a casa da nessuna parte. Le amiche all’università le hanno affibbiato il nomignolo “tartaruga” nel senso che casa sua è dove sta lei. Suo figlio maggiore le ha fatto capire che sentire di non avere casa da nessuna parte anche vuol dire che ci si sente a casa da tutte le parti, e infatti è così.
Pensa inoltre che sia una perdita di tempo a livello emozionale e psicologico lottare per farsi risarcire i beni confiscati. Non crede che restituiranno mai nulla. Ma sarebbe importante salvaguardare i luoghi sacri rimasti come le due sinagoghe e i cimiteri, e recuperare anche tutti gli oggetti sacri. In particolare, nonostante una presenza ebraica in Libia precedente di sette secoli alla conquista araba, gli ebrei che furono costretti a lasciare le loro case non sono mai stati considerati rifugiati dal mondo. Tempo fa hanno cercato di avere le ossa di suo nonno, ma gli è stato negato. Chi scrive era stato in Libia grazie al permesso di Gheddafi nel 2002 e visto che il cimitero di Bengasi non esiste più. Sopra è stata costruita una piazza con tanto di panchine di pietra. Dal terreno fuoriuscivano alcune ossa con i quali i ragazzini giocavano a palla. Lo hanno accompagnato in un capannone dove ha visto numerose cassette della frutta colme di ossa provenienti dal cimitero sul quale hanno costruito l’autostrada. Chi scrive sta cercando a livello diplomatico di fare qualcosa per portarle via ma è molto complicato e non è sicuro se dopo tutti questi anni ci siano ancora.
Si cerca di combattere affinché la testimonianza della presenza millenaria degli ebrei in Libia non sia cancellata. Chi scrive ha saputo che nella nuova costituzione libica hanno deciso di mettere i nomi delle varie minoranze che hanno vissuto in quel luogo, meno quello degli ebrei. In vari paesi arabi stanno distruggendo tutto ciò che possa testimoniare la loro presenza. Vivienne trova molto buona l’idea di creare un cimitero virtuale degli ebrei libici. Anche se cambiasse la situazione politica, sostiene, non cambierebbe il loro modo di pensare, e sarebbe inutile creare un monumento in memoria delle vittime dei Pogrom del 1944/48/67 e della Shoah, a meno che il governo arabo metta su un comitato che protegga il sito. Solo così, infatti, si potrebbe andare a fare le commemorazioni in sicurezza. Se invece fosse creato dagli arabi sarebbe un modo per dimostrare il cambiamento, di aver compreso di aver commesso degli errori molto gravi nei confronti degli ebrei. Ma crede che per adesso sarà impossibile che ammettano la colpa di ciò che hanno fatto. Sarebbe felice che si riuscisse a preservare i luoghi sacri rimasti in piedi, perché quelli sono testimonianza di una presenza millenaria. È molto contenta di non essere rimasta in Libia. Di sicuro non avrebbe avuto nessun tipo di futuro e sarebbe stata costretta a rimanere sempre chiusa in casa per evitare molestie. La libertà, riconosce, è molto importante.
In America ha potuto studiare e avere una brillante carriera. Ha potuto fare tutte quelle ricerche e realizzare il film affinché fosse preservata la memoria degli ebrei di Libia. Il film era un’idea di suo figlio maggiore. Ci spiega che la cultura ebraica libica sicuramente può insegnare alle altre culture l’importanza della religione, dell’unita famigliare e dell’accoglienza. A Bengasi c’era l’uso che in tutte le case, il pomeriggio, si preparasse il tè con dei dolcetti per accogliere visite improvvise. A quel tempo non c’era il telefono, quindi ci si presentava inattesi ed era bellissimo. E non solo questo: anche l’importanza della fratellanza, dell’unione tra ebrei. Il preservare le proprie tradizioni, la lingua, la liturgia e il senso della giustizia.
I figli e i nipoti di Vivienne tengono molto alla cultura liturgica, al cibo e all’accoglienza trasmessa dalla mamma. Infatti il film era l’idea del figlio maggiore, usando le memorie scritte dalla nonna. Tre generazioni. I genitori di Vivienne sono seppelliti sul Monte degli Olivi a Gerusalemme, anche per dare un segnale ai figli: questa è l’unica casa per gli ebrei.

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(Per contattare l’autore, anche per eventuali testimonianze sulle storie e le memorie degli ebrei di Libia, è possibile scrivere a: davidgerbi26@gmail.com)

David Gerbi, psicoanalista junghiano

(18 aprile 2022)