Vita spericolata di un falsario
nella Berlino di Hitler

La storia vera di Samson “Cioma” Schönhaus è di quelle che sfidano l’immaginazione. Nel 1942 ha vent’anni e vive a Berlino. Espulso dalla scuola d’arte dalle leggi razziali, lavora in una fabbrica di uniformi e munizioni. La deportazione non risparmia i suoi genitori, che moriranno nei campi di sterminio. Un rinvio salva lui che, a quel punto solo e disoccupato, per sopravvivere mette a frutto il suo talento grafico. Falsifica passaporti per una rete clandestina che soccorre gli ebrei e in cambio riceve alloggio e tessere annonarie. Ma anziché inabissarsi nell’anonimato, vive alla luce del sole. Si fa passare per un ufficiale di marina, va a ballare e per un po’ incontra l’amore. Non può durare e infatti finirà. Ovviamente in modo rocambolesco.
Munito di documenti contraffatti di suo pugno, in bicicletta arriva da Stoccarda alla Svizzera dove si ricostruisce un’esistenza. È la trama perfetta per un film e c’è da chiedersi come mai non sia stato fatto prima, tanto più che lo stesso Schönhaus aveva raccontato la sua vicenda nel memoir Der Passfälscher (2004). A colmare il vuoto arriva ora il film della regista tedesca Maggie Peren The Forger – Il falsario che porta in scena la sua intelligenza e il fascino del giovane.
A rendere unica la traiettoria di Cioma sono la sua voglia di vivere, la capacità di non perdersi d’animo neanche nei momenti più bui e l’abilità di ridurre all’assurdo la lealtà al regime e ogni forma di razzismo. “La storia di Schönhaus è quella di una persona che si ribella allo stigma”, spiega Peren. “Il regime di terrore di quegli anni è presente ma non offriamo alcuna piattaforma ai nazisti. Li vediamo invece attraverso i suoi occhi, come del resto vediamo l’intera situazione”.
Sia per i toni sia per le vicissitudini narrate l’autobiografia di Cioma Schönhaus, tradotta in inglese nel 2007, occupa un posto a sé nel mare della letteratura dedicata all’esperienza ebraica durante il nazismo. Come scrive William Grimes sul New York Times, è “un catalogo di fughe per un pelo, stratagemmi astuti e azioni sfacciate: lo sfondo è innegabilmente cupo e le circostanze personali terribili, ma Schönhaus racconta le sue esperienze con spirito spesso gioioso e un asciutto senso dell’umorismo”.
Portare questa tensione sullo schermo è stata una sfida, spiega la regista. “La difficoltà maggiore è stata rendere giustizia alla leggerezza del libro e al tempo stesso raccontare come la gente odi gli ebrei come se fosse una cosa ovvia, pensando che dopotutto sono amichevoli e gentili”. È questo filo a legare il passato al presente. Non servono svastiche o uniformi luttuose a illuminare le logiche aberranti del pregiudizio che ancora innerva la coscienza collettiva. “Era importante per me sviluppare la consapevolezza che il razzismo non esce dal nulla”, dice Peren. “Le radici affondano nel profondo della nostra società e la storia di Cioma, pur nella sua enorme leggerezza, o forse proprio grazie ad essa, ha il potere di tracciarne la profondità”.
Oltre 7 mila persone si sono nascoste a Berlino durante la seconda guerra mondiale e solo 1700 sono riuscite a salvarsi. Quanto a Cioma Schönhaus, è morto nel 2015 poco prima di compiere 93 anni. Dopo la fuga dalla Germania, si è stabilito in Svizzera dove si è laureato in arti grafiche e ha aperto uno studio di grafica e comunicazione. Ha vissuto nella zona di Basilea con la moglie e i quattro figli. Due di loro hanno fondato il gruppo klezmer Bait Yafe, la bella casa, come in ebraico si traduce il loro cognome.

Daniela Gross

(27 aprile 2022)