Storie di Libia
Italo Elia Nemni
Italo Elia Nemni è nato a Tripoli il 29 Febbraio 1936. Suo padre lo aveva chiamato Italo per onorare la sua amicizia con Italo Balbo. Con la famiglia viveva nella ex via Lucania (Shiara el Baida), una traversa dell’ex corso Sicilia (Shiara Omar El Muktar) nel palazzo di loro proprietà. Occupavano tre case comunicanti al primo piano.
Il livello di osservanza delle Mizvoth, racconta, era “normale”. Osservavano le feste, lo Shabbat e la cucina kasher. In casa erano molto rispettate le tradizioni religiose ebraico tripoline. Sono stati allevati e cresciuti dalla nonna paterna Mamma Misa, da quando la madre morì a 42 anni di leucemia.
Italo aveva con suo fratello Umberto (Bitto Z.L.) un’attività di abbigliamento all’ingrosso. Suo padre invece si occupava di Import & Export di prodotti alimentari e materiali per l’edilizia in Shara Omar el Muktar 109. Il rapporto con la popolazione araba locale era abbastanza buono. Suo padre era molto rispettato dagli arabi e possedeva un’enorme cassaforte molto sicura. Gli arabi preferivano portare a lui i soldi da custodire piuttosto che in banca.
Italo aveva avuto sporadicamente dei piccoli scontri, ma generalmente vivevano un rapporto di reciproco rispetto. Nel 1941 partirono il padre la madre e il fratello Umberto per l’Italia per curare la leucemia della mamma, che purtroppo il 13 agosto 1942 morì. Al ritorno, racconta, suo padre e suo fratello riuscirono a prendere l’ultimo aereo da Roma diretto a Tripoli. Il padre e il fratello appena arrivarono a Tripoli andarono direttamente nella tenuta-proprietà di suo padre ad Azizia, distante circa 55 km, dove si trovava già la sua famiglia che lì si era rifugiata. Arrivarono di mattina e durante la notte i loro terreni si riempirono di soldati tedeschi armati con camionette e carri armati. Suo padre andò subito a parlare con gli ufficiali facendogli presente che loro erano ebrei e che quei terreni erano di sua proprietà. Allora il soldato tedesco gli disse che era meglio che andassero via perché a breve ci sarebbe stato un combattimento con gli inglesi, i quali avrebbero bombardato il posto con la loro aviazione. Così salirono tutti in macchina e scapparono via. Durante il percorso il loro veicolo fu mitragliato da un aereo inglese. Fortunatamente nessuno di loro morì, solo suo fratello venne ferito leggermente ad una spalla.
Nel 1948 scoppiò il secondo Pogrom in seguito al primo conflitto arabo-israeliano e la nascita dello Stato di Israele. I tumulti iniziarono anche a Tripoli. Di fronte casa sua si radunò una folla di arabi che urlavano che avrebbero preso suo padre per ucciderlo. Fortunatamente intervennero alcuni notabili (Sceh) che lo conoscevano, e riuscirono a calmare le persone e a farle andare via. Tutti furono d’accordo che la situazione fosse diventata ormai troppo pericolosa visto il crescendo dell’odio dei libici nei loro confronti e che fosse meglio lasciare la Libia. A causa di ciò loro padre decise di trasferire la figlia Iris con suo marito e il figlio Sabatino in Israele. La Libia chiese all’ONU di riconoscerli come Stato libico. L’ONU per confermare ciò volle la conferma degli ebrei residenti libici. Il 28 giugno 1948 fu indetta un’importante riunione con alcuni rappresentati della comunità ebraica (Lillo Arbib in quanto presidente della comunità, Raffaello Nemni e Zachino Habib come consiglieri) e con rappresentanti politici libici. Ciò avvenne in un territorio neutro, sulla porterei Americana “VSS KEARSARGE”. Raggiunsero un accordo e gli ebrei poterono partire per Israele.
Italo si diplomò alla scuola italiana come ragioniere. Quando scoppiò il terzo Pogrom il 5 giugno 1967 era andato al suo ufficio-deposito come ogni giorno in Shiara Omar el Muktar 109. Ad un certo punto sentì la folla che gridava. Vide che tutti abbassavano le saracinesche e quindi intuendo il pericolo fece altrettanto. Nel frattempo telefonò sua moglie dicendogli di andare a prendere sua sorella Dina che si trovava a casa dei Raccah. Dovevano fare gli esami di maturità e la ragazza era andata a dormire a casa della sua amica. I Raccah erano una delle due famiglie che, con l’ingannevole promessa di essere protette, furono portate in un campo di raccolta libico e trucidate. Così Italo salì in macchina con il suo impiegato e andò a prendere la cognata. Cercando di andare molto lentamente in mezzo alla folla, che gridava slogan contro Israele. Dina chiese a Italo di fermarsi a casa sua Shiara Omar el Muktar 99 per prendere alcuni libri di scuola. Dovette fermarsi incoscientemente presso l’abitazione. Al ritorno vide la folla che correva verso Shiara 24 Dicembre. Poi seppero di un macellaio ebreo ucciso. Una volta a casa, trovò molti alcuni suoi parenti che si erano rifugiati da lui e si chiusero dentro. Arrivò un suo amico arabo, che lui molto spesso faceva lavorare, che gli disse che se lo avessero seguito in campagna si sarebbero potuti salvare. Sua moglie disse di no, sarebbero rimasti a casa. Una scelta ispirata da D.O, sostiene.
Riuscirono a partire ma all’aeroporto, così com’era successo ad altri ebrei, furono perquisiti in malo modo e gli portarono via ogni oggetto prezioso che avevano, tra le urla dei bambini spaventati. Da Tripoli andarono a Roma e da lì partirono per Milano. Ma della sua vita a Tripoli ai suoi figli ha trasmesso solo i ricordi più belli della sua gioventù. Di quando, ad esempio, aveva un discreto successo nella pallacanestro e nella pallavolo.
Molte altre cose sia positive che negative successe durante la sua vita le ha raccolte in un diario che leggeranno i suoi figli e nipoti. Durante queste gare era riuscito a conoscere persone importanti che lo aiutarono quando fu il momento di lasciare Libia. All’inizio il trauma di aver dovuto lasciare ogni cosa è stato per tutti abbastanza pesante. Trovare la forza di ricominciare da capo non è stato facile ma gli ebrei – dice – sono bravi in questo. Non si perdono mai d’animo e ricominciano ogni volta. Talvolta alcuni soffrono di nostalgia della vita trascorsa in Libia. Ma Italo ritiene che tale nostalgia riguardi le cose fatte durante la gioventù. Questo, sottolinea, sarebbe accaduto anche se fossero vissuti in Zaire.
Dopo il 1967 tornò spesso in Libia per recuperare e liquidare i beni suoi e quelli di suo padre, che morì a 55 anni. Suo fratello Clemente Z.L. lo raggiunse perché dovevano vendere una loro proprietà ad un arabo. Era il primo settembre 1969 quando sentirono degli spari. Videro che le strade erano piene di militari ed era pericoloso anche affacciarsi a una finestra, perché avrebbero sparato a chiunque si fosse manifestato. Spensero tutte le luci e chiusero le tapparelle. Dopo qualche giorno seppero che era stato arrestato Giulio Hassan. Poco tempo prima avevano visto la folla trascinare in strada Giulio. Riuscì a vederlo a malapena circondato dalla gente inferocita. Così Italo chiamò subito l’ambasciata italiana riferendo che un loro connazionale stava per essere linciato dai libici ed era in pericolo di vita. Il console chiese a Italo se era cittadino italiano e lui rispose che si chiamava Giulio, non conoscendo il cognome. Questo portò il console ad arrivare davanti alla porta di casa degli Hassan, pochi secondi prima che gli arabi aggredissero Jasmine, la moglie di Giulio. La chiamata di Italo le salvò la vita. Non era la prima volta, dice, che il Signore usava lui per salvare delle persone. Salvò due bambini dal morire affogati nella piscina in Israele. E lui a sua volta fu salvato.
Dopo alcuni giorni uscì un comunicato dal governo libico che diceva che non c’erano problemi e che tutti i cittadini erano liberi di uscire di casa. Un amico, Rino Nemni, gli telefonò proponendogli di fare un giro in macchina per vedere la situazione in città e si aggiunsero a loro anche altri quattro amici. Arrivati al semaforo li fermò un vigile che lui conosceva molto bene e li fece scendere dalla macchina. Poi chiamò un militare che si trovava lì vicino e gli disse che erano ebrei e perciò di prenderli e di portarli via. Il militare li prese con una pistola dietro le spalle di Italo e li portò in ufficio presso le poste. L’ l’ufficiale militare chiese a Italo la sua carta d’identità e disse che era scritto “Masihi” (vuol dire cristiano), ma il vigile insistette e da lì furono rinchiusi in carcere assieme ad altri per un rotale di 10 persone di religione ebraica: vi rimasero quattro giorni. Ogni tanto arrivano delle guardie che gli domandavano se fossero ebrei e loro rispondevano sempre di sì: di conseguenza davano loro delle sberle. Finché un giorno Italo pensò che erano ebrei ma non tutti di nazionalità italiana o libica e alcuni erano anche inglesi. Così disse ai suoi amici che la volta successiva avrebbero dovuto dichiarare la loro nazionalità invece della loro appartenenza religiosa. Purtroppo fu una brutta idea, perché anziché una porzione di sberle ne ricevettero due.
Rino e Wiliam Nemni erano di cittadinanza inglese e grazie all’intervento dell’ambasciata furono costretti a rilasciarli. La famiglia di Italo si è un pò dispersa ma in realtà è rimasta molto unita. Lui si integrato ovunque sia andato, ma si sente a casa a Israele e precisamente a Gerusalemme dove vive. Nella loro famiglia tutte le tradizioni legate alla Libia sono state preservate, come la liturgia, le feste e il cibo kosher. Il 9 agosto del 2001 erano a Gerusalemme e stavano girando per la città, quando sua moglie chiese di andare in un locale per comprare una “plata” prima di andare a pranzo. Giunti al locale “SBARRO” la moglie suggerì di sedersi al pianterreno per vedere il via vai della gente, ma suo marito insistette per salire al primo piano. Così salirono e si sedettero al tavolo. Italo si alzò per andare a lavarsi le mani (netilat yadaim). Ritornato al tavolo scoppiò una bomba che fece saltare tutto. Immediatamente si gettò sopra sua moglie per proteggerla con il suo corpo, volò via anche la sua kippah. Volarono molti oggetti metallici, compresi dei chiodi. Alcuni di essi si incastrarono dietro la plata che sua moglie aveva messo dietro la schiena, facendole da scudo. Sua moglie fu ferita leggermente alle gambe e uscì velocemente mentre Italo scese al pianterreno cercando di aiutare alcune persone sanguinanti per terra e vide che erano tutti morti, compresa una bambina di quattro anni incontrata poco prima. Non ha mai dimenticato quel giorno.
Non rimpiange nulla di Tripoli. Se fosse rimasto avrebbe continuato con la sua attività di abbigliamento all’ingrosso che dava ottimi guadagni, inoltre c’erano le rendite nel patrimonio di suo padre. Uscendo dalla Libia intraprese l’esportazione materiale per l’edilizia
grazie anche alle amicizie che aveva con alcuni libici, quindi esportava in Libia ed è riuscito ad allargare il suo giro d’affari a livello internazionale arrivando a lavorare con Arabia Saudita, Giordania e Libano. Purtroppo dopo un certo periodo dovette abbandonare questa attività perché i paesi arabi volevano una dichiarazione che il proprietario della ditta non fosse di religione ebraica. A questo punto ha dovuto cambiare mestiere e si è dedicato all’importazione di pelli grezze e al cromo per calzature. In quel periodo, racconta, dovette partire varie volte per l’Africa.
Alla domanda se sia giusto lottare contro l’ingiustizia subita dagli ebrei di Libia, compresa la confisca dei beni, Italo crede che sia un’illusione. Lo stesso sostiene sulla preservazione dei luoghi sacri rimasti in piedi come le sinagoghe e i cimiteri. Lo ritiene impossibile, anche se cambiasse la situazione politica in Libia. Non crede che permetterebbero di costruire un monumento in memoria dei Pogrom e della Shoah. Sarebbero capaci di profanare ogni cosa di nuovo. È convinto che “solo quando arriverà il Messia” sarà fatta giustizia. Per quanto riguarda ciò che la cultura Libica tripolina potrebbe insegnare alle altre culture, sua moglie ritiene che potrebbe insegnare l’importanza di tramandare di generazione in generazione le tradizioni e l’unità della comunità. Anche per Italo è importante trasmettere le tradizioni religiose tripoline, che lui ha tramandato ai suoi figli e loro ai propri. Importante, conclude, è insegnare alle future generazioni il valore della tradizione.
La famiglia di Italo e Mirella Nemni è composta da:
Regina, sposata con Haim ben Ami
Raffaello, sposato con Gheula Cannarutto
Micol, sposata con Amnon ben Ami
Per quanto riguarda la famiglia di Raffaello e Regina (Haiun) Nemni:
Ssi era risposato con Sultana Labi la quale aveva già una figlia: Silvia.
La famiglia era composta da:
!) Linda, sposata con Gino Hassan
2) Sabatino, sposato con Elda Benjamin. (poi si è risposato con Fausta Gacomuzzo)
3) Giuseppe Peppino, sposato con Margherita Mimi Servi
4) Davide Dino, non sposato
5) Iris, sposata con Cesare Fellah
6) Clemente, sposato con Egle Hannuna
7) Aldo Duccio, sposato con Mariarosa Pizzorno
8) Italo Elia, sposato con Mirella Nahum
9) Umberto Bitto, sposato con Mirella Mantin
Clicca qui per rivedere l’intervista
(Per contattare l’autore, anche per eventuali testimonianze sulle storie e le memorie degli ebrei di Libia, è possibile scrivere a: davidgerbi26@gmail.com)
David Gerbi, psicoanalista junghiano
(2 maggio 2022)