moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

La mia posizione sulla guerra

Il notiziario Bokertov segnala la mia posizione pacifista, com’era già avvenuto ai primi di aprile quando era stata definita “difficilmente comprensibile”.
Questa volta invece sono state riportate le accuse campate per aria del Dubbio, secondo cui io non avrei speso una sillaba per denunciare le violenze militari russe. Il mio discorso, tenuto all’evento “Pace proibita” (dove c’erano anche la vicesindaca di Bologna Emily Clancy, la ventenne ecologista Sara Diena, ecc.), si può ascoltare per intero sui social network. Il 2 maggio 2022 ho ricordato l’anniversario del terribile rogo nella Casa dei sindacati di Odessa in cui, il 2 maggio 2014, morirono arse vive almeno 48 persone. E ho detto: “Non fu l’inizio, ma il segnale della crisi. La UE si voltò dall’altra parte anziché intervenire per favorire la coesistenza. Ma quel confine tra popoli affini si irrigidisce, diventa un fronte bellico con l’invasione russa. E si apre una faglia nell’Europa, il baratro della nuova guerra europea”. Queste le mie testuali parole. Il mio discorso era una condanna dei nazionalismi che, sulla base del sangue e del suolo, fomentano violenza e odio. Proprio quello di cui la democrazia non ha bisogno. E il mio discorso era ed è un richiamo all’Europa, in cui credo, affinché sia all’altezza del compito per cui è nata: la coabitazione dei popoli.
Sono tra i primi ad essere intervenuta su questa nuova guerra europea. Non ho mai smesso, nei miei articoli e nei miei interventi televisivi, di condannare l’ottusa ed esiziale violenza di Putin che ha portato morte e distruzione. Al contempo faccio parte di coloro che non credono che inviare armi sia la soluzione. Anzi ritengo che questa sia la vera sconfitta. La scelta di inviare armi – come ormai molti riconoscono – è stata deleteria per l’UE che in questo modo non ha potuto svolgere un ruolo diplomatico per trovare subito una soluzione concreta ai tre problemi: neutralità, Crimea, autonomia del Donbass. Non affrontare il problema di quel confine significa ogni giorno un numero crescenti di morti, di città distrutte, di profughi. Ma per via delle conseguenze della guerra significa anche recessione, instabilità, carestia. Un ritorno al passato. Dobbiamo rassegnarci a questo? Lasciare alle nuove generazioni un mondo in pezzi? O non dobbiamo forse chiedere alla politica – e già il discorso ieri di Draghi sembra andare in questa direzione – di intervenire per favorire i negoziati subito?
Quella dell’Ucraina non è una “resistenza” assimilabile al capitolo della storia italiana. Ciò a cui oggi assistiamo è un conflitto tra nazionalismi che l’esecrabile invasione russa non deve far perdere di vista. Trovo vergognosi e fuorvianti tutti i paragoni, soprattutto quelli che banalizzano il nazismo e giungono fino a negare la Shoah. Per rispondere a Zelensky: il popolo ucraino, che dispone di un esercito e riceve armi, non vive la stessa sorte del popolo ebraico che, rastrellato e deportato nei diversi paesi europei, senza potersi difendere finì nei lager nazisti. Anche per questo esiste oggi Israele. Non parliamo poi della rivoltante uscita di Lavrov che riesuma un abietto topos del complottismo antisemita.
Essere pacifisti non significa chiedere la “resa”, un termine che fa parte del gergo bellicista. Vuol dire piuttosto uscire dall’immediatezza della violenza per assumere una prospettiva politica e poter lavorare alle soluzioni. Tanto più che questa nuova guerra europea, pur avendo tratti ottocenteschi, si combatte in un apocalittico scenario nucleare. Perciò ammetto di non essermi riconosciuta nelle prese di posizione, ufficiali o ufficiose, di alcuni esponenti del mondo ebraico, in particolare quelle che chiedono l’invio di armi e le sanzioni. Anzi, è stata una profonda delusione. Credo infatti che l’ebraismo sia la tradizione in cui è inscritta la pace, quella che ha insegnato al mondo la democrazia. Perciò mi sarei aspettata il contrario: tante iniziative per spiegare il conflitto, per confrontarsi apertamente anche su posizioni diverse, per promuovere la pace nel dibattito pubblico.
Delegittimare chi la pensa diversamente, attribuire il falso, militarizzare la discussione con toni fanatici e invasati non serve a nessuno. La mia posizione, che prima sembrava minoritaria e isolata, appare sempre più quella della maggioranza – la maggioranza delle persone (molte donne) che hanno compreso la gravità del momento e non vogliono né una cobelligeranza, né tanto meno una guerra. La pace è anche il modo migliore per difendere il popolo ucraino.

Donatella Di Cesare, filosofa

(5 maggio 2022)