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L’intervista a Giovanni Maria Flick
“Algoritmo, il nuovo vitello d’oro”

Giurista tra i più autorevoli in circolazione, Giovanni Maria Flick è il protagonista dell’intervista del mese sul numero di maggio di Pagine Ebraiche in distribuzione. Nel colloquio con il giornale dell’ebraismo italiano il Presidente emerito della Corte costituzionale lancia uno sguardo che dall’Italia si estende all’aggressione militare russa all’Ucraina e alla possibilità che un giorno Putin possa rispondere delle sue azioni davanti a un tribunale internazionale.
Oltre a ciò tasta il polso al nostro Paese, analizzando il suo difficile rapporto con la Memoria e il rischio, non solo italiano, che le tecnologie finiscano per soppiantare l’uomo. Un argomento di estrema attualità, al centro del suo ultimo libro.

Professor Flick, la possibilità che Putin venga processato per crimini di guerra è un’opzione sul tavolo?
Siamo in un campo di enorme complessità. Intanto facciamo chiarezza, visto che in giro sembra essercene poca. La Corte internazionale di Giustizia dell’Aja è una cosa, la Corte penale internazionale un’altra. La prima è stata voluta dall’Onu per dirimere controversie tra Stati, la seconda nasce invece da un accordo tra Stati (Trattato di Roma del 1998) per giudicare le persone fisiche che hanno violato le regole della convivenza con riferimento a genocidi, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, aggressioni. Il criterio è quello di esaminare la condotta dei singoli individui per i loro comportamenti. Si discute ora se quello russo sia o meno un genocidio: una questione aperta. Se questo è il caso, la Corte dispone che gli Stati possano intervenire immediatamente. Ciò ci fa capire ad esempio perché Biden insista tanto su questo punto. Sostenere che quello messo in atto dai russi sia un genocidio gli permette di evitare un passaggio al Congresso e velocizzare così il suo sostegno.

È realistico che un giorno il presidente russo possa davvero sedersi al banco degli imputati?
Allo stato attuale non mi pare una cosa verosimile. Siamo in una giurisprudenza del se, importante come principio ma nei fatti più difficile da attuare. Il nodo è la presenza fisica dell’imputato, vincolata al fatto che si trovi in uno degli Stati che ha aderito. Non è il caso, per dire, della Russia. In ogni caso l’azione giuridica si è già messa in moto: il PM ha avviato la raccolta delle prove che, una volta conclusa, lo porterà a valutare se vi siano elementi ragionevoli per configurare l’esistenza di questi reati; le prove saranno poi sottoposte al tribunale, che deciderà se aprire un processo o meno. Per l’esecuzione però resta quel vincolo insormontabile. La pena massima prevista, in ogni caso, è l’ergastolo.

Un’altra questione dibattuta riguarda la fornitura di armamenti all’Ucraina. Dove sono le radici della sua legittimità costituzionale?

Nel presupposto che la Costituzione ripudia la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma consentendoci comunque di agire per tutelare la legittima difesa di chi è aggredito. La mia idea è che sia possibile un aiuto nei giusti limiti e proporzioni, con paletti esaminati di volta in volta dal governo e approvati poi dal Parlamento. La linea che mi pare si stia seguendo in modo corretto. Il punto critico è essenzialmente uno: l’aiuto non deve trasformarsi in co-belligeranza.

Cosa dicono le norme della figura dei “foreign fighters”?
La nostra legislazione, molto semplicemente, non li consente. Non dobbiamo dimenticare che il nostro codice è nato in un momento storico assai diverso da quello attuale. Per l’arruolamento in eserciti stranieri senza l’approvazione del governo sono quindi previste pene molto severe.

Cosa si può fare invece in materia di accoglienza ai profughi?
Aiutare al meglio delle possibilità. Ma con ben chiaro un principio: non bisogna discriminare tra chi fugge da Paesi a noi più vicini e tra chi arriva invece da Paesi più lontani. Altrimenti la conseguenza sarà quella di creare spunti di problematica che rischiano di generare razzismo.

La preoccupa il futuro?
Stiamo passando da uno stress a un altro, persino peggiore. Le tensioni lasciateci dalla pandemia sono legate non solo alla sofferenza, alla crisi, alla paura degli individui, ma anche alla mancanza di una diffusa consapevolezza del fatto che i diritti inviolabili vanno di pari passo con i doveri inderogabili. È il caso dei No Vax e della loro teoria: “La libertà è mia, la salute è mia”. Un’interpretazione personale della Costituzione che si dimentica, per l’appunto, della salute altrui. Fino all’eccesso inaccettabile e intollerabile di chi ha avuto l’ardire di mascherarsi da ebreo di fronte alla camera a gas, evocando una persecuzione che ovviamente non esiste.

In queste settimane cadono i 25 anni dalla riapertura del processo contro il criminale nazista Erich Priebke. Cosa le suscita quell’anniversario?

Una sensazione soprattutto: quella di aver dato un contributo alla legalità, facendo sì che il processo si svolgesse fino in fondo e che Priebke andasse incontro al suo destino, grazie all’arresto per la domanda tedesca della sua estradizione, dopo il proscioglimento da quella italiana. È una vicenda che ci ricorda, ancora oggi, la necessità che la legge sia rispettata sempre, dovunque, comunque. Null’altro. Anche se non mi pare poco.

L’Italia e la Memoria: un valore in crisi?
Prendendola larga mi sembra che la società odierna sia proiettata esclusivamente nel presente e non appaia più interessata né al passato né al futuro. Ignara così dell’articolo 9 della Costituzione in cui si afferma che il concetto di eguaglianza vale non solo tra noi contemporanei ma anche per chi verrà dopo. Un articolo che ci ricorda anche l’importanza di sviluppare la cultura e l’obbligo culturale di tutelare il passato. Ricordare il passato, in questa topografia della Memoria, significa anche ricordare il 16 ottobre, San Sabba, Fossoli. E ancora, tra gli altri, i bombardamenti con il gas sulle popolazioni dei territori colonizzati.

Cosa pensa della Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini fissata al 26 gennaio?
Il corpo degli Alpini mi piace moltissimo. Sarebbe difficile non esserne affascinato anche in quanto piemontese, originario di quella zona delle Alpi marittime dove gli Alpini sono nati. Ciò detto, non penso che questa celebrazione sia giustificata. Anche e soprattutto per l’inevitabile accostamento con il 27 gennaio. Un confronto improprio e fuori luogo che finisce per accendere nuovi conflitti e svilire la Memoria. Che non può né deve servire per nascondere gli errori del passato.

Il 25 Aprile l’ha festeggiato intervenendo nella sua Genova. Cosa significa per lei questa data?
Celebrare la svolta avviata dalla Costituzione repubblicana. Di fronte agli stress enormi della pandemia e della guerra la Costituzione, con il suo richiamo alla solidarietà e alla pari dignità sociale, è il perno essenziale di una seconda Resistenza. Un valore avvertito profondamente a Genova: una città che, dopo la ferita del crollo del ponte Morandi, ha ritrovato oggi energia.

Cosa pensa della posizione della dirigenza nazionale dell’Anpi sul conflitto in Ucraina?

Sono contrario all’uso del bilancino per valutare la qualità delle diverse “Resistenze”. Mi limito a far notare che è incoerente plaudire alla resistenza vietnamita e poi non fare lo stesso per un Paese sotto attacco come l’Ucraina.

Lei è un attento osservatore a tutto campo. Il suo ultimo libro, “L’algoritmo d’oro e la torre di Babele” (ed. Baldini + Castoldi), scritto insieme a sua figlia Caterina, mette in guardia sugli aspetti meno luminosi della cosiddetta “rivoluzione digitale”.

Non c’è ombra di dubbio sul fatto che tecnologie molto sofisticate abbiano apportato dei benefici in numerosi ambiti. Penso alla sanità, ad esempio; o alla risoluzione dei problemi del traffico. Ho però la sensazione che se non introduciamo delle nuove regole, dei nuovi principi, la civiltà delle macchine soppianterà l’uomo con conseguenze gravissime. Non possiamo fare dell’algoritmo un nuovo “vitello d’oro”, come cerchiamo di ricordare anche con questo titolo un po’ ad effetto. Il rischio di una seconda torre di Babele è dietro l’angolo. Come, d’altra parte, quello del nuovo diluvio universale per il saccheggio della natura da parte nostra.

Adam Smulevich – Pagine Ebraiche maggio 2022

(Il disegno è di Giorgio Albertini)