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Machshevet Israele – Ancora sul midrash

Devo riprendere il tema del midrash, su cui ho scritto la volta scorsa, per rimediare alle omissioni (di cui ero conscio, data la vastità del tema) e segnalare altri testi, che aiutino a navigare nel mare della Torà scritta e orale approcciata con questo specifico metodo rabbinico. Che sia un mare aperto lo esperimenta chiunque si immerga nei sei volumi della grande sintesi midrashico-aggadica fatta da Louis Ginzberg, scritta in tedesco nei primi due decenni del secolo scorso, subito tradotti in inglese in un’edizione divenuta un classico e ora resi in italiano da Elena Loewenthal. Anche Adelphi ci ha messo anni per completare quest’opera (dal 1995 al 2016), che tuttavia più che un’introduzione al midrash ne è un distillato narrativo, forse per chi già ne conosce la complessità esegetico-ermeneutica. Il titolo Le leggende degli ebrei ricalca quello inglese, ma ovviamente il termine ‘leggenda’ nel nostro idioma non ha il senso delle parole ebraiche midrash e aggadà, e rischia addirittura di essere fuorviante. Quasi in contemporanea fu elaborato, in ebraico, un altro classico sulla letteratura midrashico-aggadica, ossia l’opera di Chayim Nachman Bialik e di Yehoshua Hana Rawnitzki intitolata Sefer ha-aggadà, continuamente ristampata: essa intendeva mostrare la grande vena poetico-letteraria del mondo ebraico antico, che i due curatori si proponevano di rivitalizzare incentivando l’uso dell’ebraico moderno.
Negli anni Sessanta, invece, allo scopo di rimarcare lo spessore religioso e il valore teologico dei corpora midrashici, fu Abraham Joshua Heschel a tentare una nuova summa con l’opera Torah min ha-shammayim be-aspaqlaria shel ha-dorot, tradotta in inglese solo nel 2007 con il titolo Heavenly Torah as Refracted through the Generations. Ma per accedere a tutte queste sintesi di natura enciclopedica occorre, almeno ai lettori meno esperti, essere introdotti con alcune lezioni di ‘metodo’. A tal fine, oltre ai titoli già menzionati due settimane, fa vorrei aggiungere gli agili ma densi volumi: di Milka Ventura Avanzinelli, Fare le orecchie alla Torà (Giuntina 2004), con molti riferimenti al midrash sul Cantico dei cantici, e di Amos Luzzatto, Leggere il midrash (Morcelliana 1999), che porta invece esempi dalla Mekhiltà de-Rabbi Ishma’el, come fa Daniel Boyarin. Di natura invece diversa sono gli assaggi antologici, con brevi premesse ma quasi privi di commento, dei testi del rabbino Jakov Joseph Petuchowski (1924-1991), scritti in tedesco e apparsi anni fa in versione italiana con il titolo Come i nostri maestri spiegano la Scrittura (Morcelliana 1984) nonché i due più agili volumetti I nostri maestri insegnavano…, da poco riuniti sotto il titolo Storie rabbiniche (Morcelliana 2021).
Petuchowski è forse il meno conosciuto e vorrei metterlo in luce per molte ragioni. Anzitutto appartiene all’ultima generazione dei grandi studiosi ebrei nati a Berlino (come Walter Benjamin, Gershom Scholem e Steven Schwarzschild) o che avevano studiato all’università di Berlino negli anni ’20, prima di immigrare in Nord America (come Joseph Soloveitchik, Alexander Altmann e Emil Fackenheim) alla vigilia dell’ascesa del nazismo. Petuchowski riuscì a scampare in Scozia nel ’39 – just in time – a 14 anni, lasciandosi dietro la madre che morirà in un campo di sterminio. Cresciuto ortodosso, si formerà accademicamente in istituzioni riformate insegnando poi liturgia e teologia ebraiche all’Hebrew Union College. Come Heschel prima di lui, comprese la necessità di insufflare nel pragmatico giudaismo americano un po’ del calore e del colore della grande spiritualità dello studio delle Scritture attraverso il midrash, e tentò di accorciare le distanze che, specie negli anni Cinquanta e Sessanta, ancora esistevano – e profonde – tra riformati e conservative da una parte e ortodossi dall’altra (in quegli anni post-Shoà il mondo chassidico si stava ancora riorganizzando). Per questo Petuchowski scrisse nel 1961 un testo, Ever Since Sinai, che riproponeva al mondo della riforma ebraica temi centrali della tradizione come la fedeltà alla brith, all’alleanza sinaitica, attraverso l’osservanza delle mitzwot, senza rinunciare ai valori della soggettività e della libertà di coscienza tipici dell’età moderna. Scrive: “Se il XIX secolo ha sentito la necessità di dire all’ebreo quel che non doveva più fare al fine di sentirsi come tutti gli altri uomini, il XX secolo ha dinanzi a sé il compito di riportare l’ebreo alle fonti del giudaismo, al fine di renderlo consapevole della specificità della propria tradizione”. In questo sforzo di rendere comprensibili le fonti autentiche del rabbinismo si situa la sua divulgazione, a scopi pedagogici, di molti scritti sulla liturgia (alcuni editi anche in italiano dalle Dehoniane di Napoli, sempre nei primi anni Ottanta): le feste, le preghiere, i dieci comandamenti come interpretati dalla tradizione rabbinica (le sue ricerche scientifiche, storico-filologiche, non sono invece mai state tradotte). Non ultimo, tra i suoi meriti, quello di aver contribuito ad accorciare le distanze anche tra mondo ebraico e mondo tedesco, in anni in cui gli ebrei americani e non solo si rifiutavano persino di comprare macchine prodotte in Germania. Fu un uomo capace di studi rigorosi, di fedele osservanza e di sincero dialogo, cose che non tutti riescono a fare contemporaneamente. Purtroppo.

Massimo Giuliani, università di Trento