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Un bivio, tra paure e speranza

Stando all’indagine di JDC l’Europa ebraica si troverebbe davanti a un bivio, “in equilibrio tra preoccupazioni contraddittorie e speranze per il futuro”.
In testa alle preoccupazioni, per la prima volta, c’è l’aumento dell’antisemitismo. Tuttavia questa minaccia esterna è seguita a breve distanza da una serie di minacce percepite relative a questioni strettamente interne. Nello specifico, si parla nell’ordine di “alienazione dalla vita della comunità ebraica (70%); mancanza di rinnovamento delle organizzazioni ebraiche (69%); mancanza di impegno da parte dei membri negli affari o nelle attività della comunità (68%); ignoranza/calo delle conoscenze sull’ebraismo (66%)”.
Un comune denominatore è la preoccupazione per la continuità della vita comunitaria ebraica come scelta di adesione volontaria. In questo senso, suggerisce JDC, “affrontare la pandemia potrebbe aver limitato la capacità dei dirigenti e delle organizzazioni di affrontare questi aspetti chiave”.
Con solo poche eccezioni, tutte le minacce sono valutate come più gravi rispetto alle indagini precedenti. La mancanza di sostenibilità economica per fornire servizi essenziali alla comunità ha registrato ad esempio, a livello europeo, “un aumento di quasi il 10%, passando dal 47% nel 2018 al 56% nel 2021”.
Lo stesso vale per la mancanza di una leadership ritenuta all’altezza delle sfide, “dal 51% nel 2018 al 60% nell’attuale indagine” e per i conflitti interni visti come sempre più insidiosi e laceranti: il dato era del 44% in passato “contro il 53% nel 2021”. Anche l’indigenza di una parte dei propri iscritti, raccontano i leader ebraici, “è cresciuta costantemente negli anni, dal 10% nel 2008 al 35% nel 2021”. Inquietano inoltre, cambiando drasticamente argomento, “i tentativi compiuti in Europa per vietare alcune pratiche religiose (brit milah, macellazione rituale)”. Un motivo di preoccupazione per il 60% dei rispondenti.
Alla domanda sulle cause comunitarie a cui dare la precedenza nei prossimi cinque-dieci anni, i dirigenti hanno focalizzato la loro attenzione “sulla lotta all’antisemitismo e sull’assicurazione della continuità comunitaria”.
In ordine di importanza, le loro principali priorità sono, oltre a quella di combattere il pregiudizio antiebraico nelle sue molteplici varianti, “rafforzare l’educazione ebraica, sostenere chi è in difficoltà, includere la leadership dei giovani negli organi decisionali e sviluppare politiche creative di sensibilizzazione verso i non affiliati”.
Per quanto riguarda l’impatto del Covid non sorprende JDC il fatto “che la pandemia abbia colpito finanziariamente le istituzioni ebraiche”. Significative comunque le differenze a seconda della propria area geografica di riferimento, con una più marcata sofferenza percepita nelle comunità dell’Europa orientale rispetto a quelle che si trovano a Occidente. Alla domanda sui compiti organizzativi più urgenti alla luce dalla pandemia quando si pensa al futuro, gli intervistati hanno dato i punteggi più alti a due azioni correlate che parlano, evince JDC, “del desiderio di massimizzare il coinvolgimento della popolazione ebraica locale”. Queste includono infatti le necessità di “sviluppare strategie di sensibilizzazione verso i non membri/nuovi gruppi destinatari (7.4)” e di “reclutare nuovi volontari (7.3)”.
Altre priorità indicate dai rappresentanti dell’Europa ebraica sono costituite da: “Investire nello sviluppo della leadership (7.1), migliorare la comunicazione con i membri (6.9), supportare i membri bisognosi (6.9) e ripensare le dinamiche generali della comunità (6.7)”.
Per quanto concerne l’identità, le questioni riguardanti i criteri di appartenenza e le politiche nei confronti delle famiglie formate da matrimoni misti sono ritenute di primaria importanza un po’ ovunque. La tendenza generale, in ogni caso, “è quella di essere inclusivi e accomodanti piuttosto che esclusivi e rigorosi”.
Il 72% del campione, sottolinea JDC, “ha convenuto che includere le famiglie miste nella vita comunitaria è un fattore critico per la sopravvivenza”, mentre l’82% ha ritenuto che la propria comunità “dovrebbe mettere in atto spazi o programmi adeguati per integrare meglio” di quanto si faccia adesso queste famiglie. Ci si chiede poi, ed è un po’ la domanda fondamentale: i dirigenti ebrei sono ottimisti per il futuro? E se sì, in che percentuale? Stando ai numeri raccolti il 47% degli intervistati si è detto “fortemente d’accordo o piuttosto d’accordo con l’affermazione che il futuro dell’ebraismo europeo è vivace e positivo”. Mentre il 52% con la frase “Io sono ottimista sul futuro dell’Europa”.

Dossier Ebrei d’Europa, Pagine Ebraiche Maggio 2022