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Gli elmetti di carta

«Non leggere soltanto i miei post. Leggi anche un mio libro», recita l’invito di un personaggio velocemente asceso agli onori della cronaca in questi ultimi tempi. Un personaggio, più che una persona. Le parate, di ogni genere (quindi militari così come televisive), sono clownesche poiché non conoscono il senso del tragico, che nella vita quotidiana invece aiuta ad arginare preventivamente il ridicolo. D’altro canto c’era chi riconosceva che il comico è il movimento meccanico applicato all’umano. Si rischia allora di diventare pagliacci quando non si ha più autonomia critica rispetto ai propri pensieri, espressi ossessivamente davanti ad un pubblico, nel mentre si immedesima se stessi, quindi la propria immagine, con la loro reiterazione maniacale. Il sistema delle comunicazioni di massa questo meccanismo lo conosce benissimo e, non a caso, lo incentiva, posto che esso è alla radice del «dare spettacolo» della propria persona. Come sempre, l’etimologia ci dice assai di più di quanto si riesca a nascondere con i rimandi ai principi inderogabili e insindacabili, a partire dalla recita del vittimismo che è oramai il mood prevalente nelle nostre società. Posto che così facendo, ci si scarica a priori (e a prescindere da qualsiasi riscontro oggettivo) di qualsivoglia responsabilità. Così, quindi, il vocabolario Treccani online: pagliaccio è termine «derivato da paglia; […] con riferimento all’abito di tela grezza simile al rivestimento di un pagliericcio». Pertanto, nell’accezione corrente: «a) attore comico che, vestito in modo buffo, con giacca e pantaloni troppo larghi e scarpe smisurate, truccato in modo vistoso o grottesco, si esibisce nei circhi e nei teatri, recitando scenette ridicole o farsesche […]; b) in senso figurato, persona che si comporta in modo ridicolo, con assoluta mancanza di serietà, di dignità, di coerenza, e sulla quale non si può fare alcun affidamento: “non c’è da fidarsi di lui, è un pagliaccio! fanno promesse e poi non mantengono la parola: sono dei pagliacci”; con significato meno negativo, fare il pagliaccio, fare il buffone, parlare, muoversi, gestire in modo ridicolo o con scarsa serietà». Chi non ha compreso cosa sia una guerra, ed insieme ad essa i suoi devastanti effetti in un gioco di fallout, ossia di ricaduta di lungo periodo, anche su chi a quella guerra non partecipa direttamente, sceglierà il comodo rifugio dell’identificazione e dell’appartenenza ideologica. Quella cosa che chiamiamo con il nome di «ideologia» in questo caso è l’involucro che contiene e rafforza la miscela tra insensibilità, insipienza e protervia. Come esiste l’arroganza del potente così si dà, in un gioco di scadente reciprocità, la cortese tracotanza del subalterno che ha indossato i panni dell’egolatra che si nasconde dietro le cause collettive per promuovere se stesso. Non è una novità ma in una società dove immagini, immaginario e rappresentazioni sono spesso il motore dei processi economici, la messa in scena della propria persona, investita del ruolo di aruspice che analizza e preconizza partendo da sé e tornando a sé, è il suggello della sconfitta di qualsiasi pensiero critico. Si è dalla parte del torto non perché si prenda una qualche parte, quand’anche questa sia assolutamente opinabile, ma perché si fa coincidere un tale posizionamento esclusivamente con la propria figura. Non può sorprendere, d’altro canto, che il trattamento informativo che la guerra russo-ucraina sta conoscendo nel nostro Paese sia il medesimo che ha accompagnato la pandemia. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di un gioco di giustapposizioni, di eclatanze, di scandalismi, di eclettismi e di complottismi. Una grancassa mediatica che trasforma la tragedia della realtà in una commedia delle parti, dove nessuna di esse, in fondo, è per davvero credibile poiché ognuna di queste è intercambiabile rispetto alle tante altre. Ha scritto Carmelo Palma: «anche il mito della complessità è diventato un espediente elusivo e digressivo per non guardare il fondo dell’abisso di questa guerra, con le sue Bucha conosciute e sconosciute, con le sue domande fondamentali sulla responsabilità politica della vita e della morte, sul rapporto tra la violenza e l’obbedienza e tra la libertà e il potere. Senza il senso della tragedia, non si può avere, né trasmettere il senso della realtà: della nostra e della loro, di quel che sta davvero accadendo in Ucraina e di quel che sta accadendo in Italia sul piano economico e sociale e che continuerebbe ugualmente ad accadere anche se l’Italia diventasse […] una seconda Ungheria». Non c’è poi molto altro da aggiungere a queste considerazioni sulla povertà dello stato presente del pensiero critico, che è tale – in fondo – poiché è così avvolto su di sé da non cogliere neanche il fatto che così facendo si nullifica, rendendosi pari a zero.

Claudio Vercelli