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Israele, sale la tensione

Le forze di sicurezza israeliane sono in stato di massima allerta in tutto il Paese oggi perché palestinesi e arabi israeliani si apprestano a sfilare per le strade per la Giornata della Nakba: la “catastrofe”, come viene da loro indicata la nascita d’Israele. L’evento è sempre delicato e quest’anno arriva dopo un’ondata di attacchi terroristici palestinesi – che hanno causato la morte di diciannove persone -, dopo gli scontri in Cisgiordania e dopo la morte della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh. A ricostruire oggi questo complicato clima, Repubblica, che spiega come in queste settimane le forze di sicurezza israeliane, per contrastare il terrorismo, abbiano cambiato tattica rispetto al passato: non un “attacco frontale”, ma “cattura dei sospetti che Israele considera pericolosi”. “Esattamente quello che è accaduto quando Abu Akleh è stata uccisa. – scrive il quotidiano – sulla scena in quel momento, hanno rivelato fonti dell’esercito al Jerusalem Post, operava la famosa unità di elite sotto copertura Duvdevan: le fonti hanno spiegato che era alla caccia di un membro della Jihad islamica e che si trovava in direzione opposta rispetto alla giornalista uccisa. Ma la sua stessa presenza racconta quello che da settimane accade a Jenin: operazioni militari israeliane, reazioni palestinesi, morti e feriti. A morire venerdì è stato anche un militare israeliano che stava indagando sulla morte della giornalista di al Jazeera”. Rispetto ai funerali della reporter, la polizia israeliana, su iniziativa anche del ministero della Pubblica sicurezza Omer Bar-Lev, ha ordinato un’inchiesta interna per le cariche contro il corteo. A chiederlo anche gli Stati Uniti. Per il Giornale l’inchiesta sarebbe un autogol perché “significa una dilatazione del sospetto che toglie energia alle forze dell’ordine in un momento molto difficile”.

“La prof e l’umiltà di tornare sui libri” è il titolo dell’editoriale di prima pagina che Aldo Grasso, critico di punta del Corriere della Sera, dedica a Donatella Di Cesare e a un suo un recente intervento sui social network. Il critico, nella sua seguitissima rubrica Padiglione Italia, invita la docente a tornare sui libri. Il quotidiano regola in questo modo i conti con la docente di cui in passato aveva pubblicato più volte gli interventi:

“Putin non avrebbe saputo dirlo meglio. «L’intempestiva annessione di Svezia e Finlandia alla Nato sarebbe una escalation ulteriore, una sfida alla Federazione Russa, un atto di guerra mentre si finge di parlare di pace». Un tweet della filosofa Donatella Di Cesare ha scatenato un acceso dibattito. La docente di filosofia teoretica all’Università «La Sapienza» di Roma (mica pizza e fichi) ha usato il termine «annessione» per riferirsi alla richiesta di ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia.
L’intervento ha scatenato i commenti più sarcastici: non solo non conosce la storia ma nemmeno la lingua italiana, dissacra la logica e il dizionario, non sa distinguere «annessione» da «adesione», non conosce la differenza tra regimi autoritari e democrazie liberali, confonde una scelta libera per una coercizione. Cose così, anche peggio.
La Crimea è stata annessa alla Russia, l’Austria nel 1938 è stata annessa (Anschluss) alla Germania di Hitler. Tuttavia, è probabile che la professoressa non abbia sbagliato, che a parlare sia stato il suo inconscio di «pacifista e neutralista» suggestionato dalla teoretica putiniana.
Scrivendo in dicesarese, chiediamo alla professoressa della Sapienza un’annessione di umiltà: continui a frequentare i talk e a scrivere sui social, ma torni sui libri”.

Minacce di Putin e l’offerta Usa. La Finlandia ha chiesto di accelerare i tempi per il suo ingresso nella Nato e ha ufficialmente informato Mosca. I quotidiani raccontano come la reazione del Cremlino sia stata minacciosa a parole e nei fatti, con la decisione di sospendere la fornitura di energia elettrica al paese. Helsinki però prosegue nel suo obiettivo e lavora per convincere la Turchia a togliere il veto sul suo ingresso, spiega il Corriere. Nel frattempo, riporta Repubblica, “il Pentagono chiede a Mosca il cessate il fuoco in cambio del negoziato sui territori occupati”. La trattativa, si legge, “consentirebbe a Mosca di ottenere alcune zone che controlla in cambio di garanzie sul resto dell’Ucraina”. Senza il cessate il fuoco, avvertono gli Usa, l’invio di armi a Kiev proseguirà. Per il direttore di Repubblica Maurizio Molinari “la fragilità del negoziato nasce dallo stallo sul campo di battaglia – dove la Russia non riesce ad avanzare e l’Ucraina non è in grado di recuperare Crimea e Donbass – dalla profonda ostilità fra i contendenti dovuta ad un conflitto fratricida e dall’entità dei crimini di guerra commessi, destinati ad essere investigati dal Tribunale penale internazionale”.

Orrore negli Stati Uniti. Dieci persone sono state uccise in una sparatoria nello stato di New York da un giovane, che è entrato in un supermercato e ha iniziato a sparare sulla clientela riprendendo la scena per mostrarla online in diretta. “Sempre in Rete – riporta il Corriere – è stato diffuso un manifesto il cui autore rivendica il massacro come un’azione dimostrativa contro la cospirazione organizzata contro i bianchi, sempre più emarginati dalla crescente popolazione di immigrati neri e ispanici”. “Lo scrivente – aggiunge il Corriere – si descrive come un ragazzo di 18 anni, che ha appena conseguito la maturità liceale e dice di chiamarsi Payton Gendron, di essere bianco con genitori di origine nord-europea e italiana”.

Libano alle urne. Si tengono oggi le elezioni per nominare il nuovo Parlamento del Libano: in gioco ci sono 128 seggi, rigidamente divisi per confessioni. Il commento dei quotidiani a riguardo è unanime: l’auspicio della popolazione è che arrivi il cambiamento. Un cambiamento a cui però non crede nessuno, sottolinea Domani. “Le forze politiche figlie delle proteste del 2019, troppo divise ed evanescenti, arrivano sfiduciate alle elezioni”, sottolinea il quotidiano. E “le rigidità del sistema decisionale libanese rischiano di intralciare le riforme economiche nel pieno della crisi”. In questa situazione di sbandamento il movimento terroristico Hezbollah, scrive il Giornale, testa la sua forza e la sua presa sul paese.

Identità restituita. Sul Corriere Walter Veltroni racconta il lavoro fatto per restituire un nome a una bambina vittima della Shoah. Compariva nei registri storici come Surcis Goldinger, ma allo Yad Vashem non risultava nessuna persona con questo nome. Dopo alcune ricerche condotte da Alberta Bezza, racconta Veltroni, con la collaborazione della storica del Cdec Liliana Picciotto e della professoressa Maria Pia Bernicchia, si è venuti a capo della questione. “Ora possiamo chiamarla col suo giusto nome, Sara Goldfinger, e immaginarla. E poco. O forse è uno tsunami, in questo tempo di scellerata perdita di memoria”.

Meridiani. Due titoli in corso d’opera sono i Meridiani dedicati a Franz Kafka e a Shmuel Yosef Agnon. Lo annuncia sul Corriere il direttore della collana dei classici di Mondadori, Alessandro Piperno. “Pubblicheremo l’intera opera di Kafka, senza più nessuna reticenza, nessun inedito. II Meridiano è affidato a Luca Crescenzi, che vorrebbe farne un’edizione critica, quindi con un commento molto serrato, per entrare definitivamente nel suo mondo”, spiega Piperno, che poi si sofferma su Agnon. “Uno che ha inventato la lingua ebraica letteraria: pubblicare un autore gigantesco, anche in senso letterale (ha scritto libri da 900 pagine), con una lingua così complessa, significa prendere un autore che in Israele o negli Stati Uniti è canonico e provare a farlo conoscere qui. A questo dovrà contribuire non solo l’aspetto culturale del volume, ma anche quello editoriale: cioè dovrà essere ben tradotto, ben fatto, accurato”.

Ben Gurion e Milano. Il ponte di via Adriano, nella zona nord di Milano, dedicato a David Ben Gurion, tra i padri fondatori d’Israele. La richiesta porta la firma di Forza Italia, in particolare del capogruppo Alessandro De Chirico. “Una mozione – scrive il Corriere Milano – che rischia però di accendere le polemica in Consiglio comunale (e non solo) anche perché l’area scelta è una zona a forte presenza islamica”. Per De Chirico non è una “provocazione”, ma una “sfida di integrazione”.

Daniel Reichel