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Interessi europei e solidarietà in bilico

La guerra russa all’Ucraina prosegue implacabile senza trionfi decisivi alimentando una resistenza sempre più tenace, e intanto nel dibattito pubblico l’appoggio quasi unanime al Paese aggredito comincia a diminuire, a lasciare il posto alle riserve ai dubbi alle critiche aperte al Presidente Zelensky e alla sua continua richiesta di armi per difendersi. Accanto a questo intiepidirsi della partecipazione collettiva e dell’empatia col popolo ucraino iniziano a emergere considerazioni molto pragmatiche (anche un po’ ciniche ed egoiste, direi) sul prezzo esorbitante che l’Europa dovrà pagare a causa di questa situazione, sull’impossibilità di rinunciare del tutto al gas russo, in genere sulle gravi conseguenze economiche provocate dall’insieme delle sanzioni alla Russia. Su un altro piano, si fanno strada voci anche autorevoli di intellettuali (recentemente Barbara Spinelli sul “Fatto quotidiano”) che tendono a riconsiderare e a rivalutare le strumentali accuse di “nazismo” lanciate da Putin e dai suoi gerarchi sull’intera nazione ucraina: non si tratterebbe di alcune frange isolate di fanatici, bensì di organizzazioni estese e pericolose. E perché allora non se ne vedono apertamente le azioni e gli effetti, ma paiono esistere solo nelle denunce del dittatore di Mosca?
“Panta rei” – tutto scorre, diceva Eraclito (anche Vasilij Grossman lo affermava, parlando dell’inferno dei Gulag staliniani). Il tempo passa, le impressioni e i sentimenti si consumano, il coinvolgimento e l’indignazione si affievoliscono sino a cambiare di segno e trasformarsi in alcuni casi nel loro opposto. Il problema è però che i bombardamenti russi sulle città ucraine continuano; i massacri di civili, le violenze sulla popolazione, l’emergenza delle fughe e dei rifugi precari sono fatti reali di oggi non leggende del passato. La questione è che la sofferenza e la distruzione della vita degli ucraini non sono diminuite, semmai sono divenute una angosciosa abitudine.
Che senso può avere dunque l’indebolirsi del sostegno a chi resiste e combatte per prendere il controllo del proprio Paese, se non quello di un bieco opportunismo o di una vuota adesione ideologica alle costruzioni retoriche di Putin? Possiamo forse chiedere agli ucraini di smettere di difendersi, di non rispondere più agli attacchi che continuano a colpirli su più fronti? È realistico pensare che possano proseguire nella loro resistenza senza armamenti in grado di opporsi a quelli ingenti schierati da un aggressore potente e deciso a distruggerli? È ipotizzabile che basti invocare il cessate il fuoco perché Mosca faccia tacere i suoi cannoni? Evidentemente si tratta di pie illusioni e di calcoli sbagliati fatti sulla pelle altrui. Ecco perché l’opposizione alla fornitura di armi all’Ucraina e il mantra incessante del cessate il fuoco immediato sono in questa fase parole al vento. Ora come ora l’Ucraina non può che proseguire a combattere per continuare a difendersi e andare avanti a vivere sperando in un successo futuro. L’unica alternativa, in piena guerra e di fronte all’atteggiamento di Putin, è la resa, che però significherebbe anche la perdita della libertà e di ogni prospettiva democratica.
Ma politici miopi chiusi nel proprio interesse “particulare” e intellettuali orfani dell’Unione Sovietica non vedono la situazione reale, preferendo dipingersi uno stato di cose fittizio e crogiolarsi nella chimera delle loro illusioni.
Di fatto gli uni e gli altri operano per la Russia putiniana e i suoi progetti di dominio.
David Sorani