moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Periscopio – La gente
a cui il mar s’aperse

Nel diciottesimo Canto del Purgatorio, dopo avere sviluppato e concluso il dibattito teologico – particolarmente intenso e profondo – sulla natura dell’amore e sul rapporto tra esso e il libero arbitrio, Dante e Virgilio si imbattono nella schiera degli accidiosi, che ricevono il loro castigo per contrappasso, costretti a correre senza tregua lungo la quarta Cornice della montagna. “Ratto, ratto, che ‘l tempo non si perda/ per poco amor” (103-104), gridano le anime: in vita hanno sprecato il loro tempo, ma hanno ben capito l’errore: bisogna correre, fare presto, perché l’accidia è una mancanza di amore.
Due spiriti, procedendo davanti agli altri, spronano i compagni rammentando due casi mirabili di persone che non indugiarono: Maria, che “corse con fretta a la montagna” (100) per assicurare assistenza a Elisabetta, che aspettava un figlio (come narrato nel Vangelo di Luca, 1.39), e Cesare, che, dopo avere assediato Marsiglia, lasciò a Tribonio l’onore della conquista della città, per recarsi fulmineamente in Spagna a sgominare l’esercito pompeiano. Due esempi tratti, volutamente, uno dalla storia sacra e l’altro da quella profana, ma accomunati dall’elemento della determinazione e della velocità. Quello che deve essere fatto va fatto subito, la pigrizia è uno spreco della vita che, per atto d’amore, Dio ha donato agli uomini.
Altre due anime, invece, alla fine della fiumana, ricordano due esempi di accidia, che si collocano quindi all’opposto dei due comportamenti degni di ammirazione prima ricordati. Il primo è quello degli ebrei che, durante la traversata del deserto, stanchi per la lunghezza e la durezza del viaggio, si ribellarono a Mosè, e furono così puniti dal Signore, morendo prima di raggiungere la meta. Dio aveva realizzato per loro il prodigio dell’aperura del Mar Rosso, ma l’accidia impedì loro (tranne a Giosuè e Caleb) di accedere alla Terra Promessa, che era stata promessa loro in eredità (Num. 14. 1-39, Deut. 1. 26-36): “Prima fue/ morta la gente a cui il mar s’aperse,/ che vedesse Iordan le rede sue” (133-135). Il secondo esempio è quello di quei seguaci di Enea che, scampati alla distruzione di Troia, preferirono fermarsi in Sicilia con Aceste, rinunciando a condividere col loro comandante la sacra missione della costruzione del nuovo mondo: “Quella che l’affanno non sofferse/ fino alla fine col figlio d’Anchise,/ sé stessa a vita sanza gloria offerse” (136-138).
Questa definizione degli ebrei oppositori di Mosè come accidiosi solleva una domanda e tre osservazioni.
La domanda è: dove si deve pensare che Dante avrebbe collocato le anime di questi israeliti, nel mondo ultraterreno? Nell’Inferno, logicamente, essendosi essi macchiati di un grave peccato. Ma se, prima di morire, si fossero pentiti, avrebbero potuto accedere anch’essi al Purgatorio, come la turba incontrata dal poeta e dal suo maestro? La risposta deve essere decisamente affermativa. Abbiamo ricordato che Dante annota con precisione, nel quarto Canto dell’Inferno, che, dopo la morte del Messia, tutto l’antico Israele si vide aprire le porte del Paradiso, nel quale, innanzi tutti, entrò proprio lo spirito di “Moisè legista e obediente” (57). Non c’è dubbio sul fatto che anche tutti i suoi compagni lo abbiano seguito, tranne, ovviamente, quelli che si opposero al suo piano di riscatto e salvezza, senza pentirsene. E si deve ritenere, come abbiamo ricordato, che quelle porte – anche se il poeta non lo dice esplicitamente – siano state aperte anche agli ebrei vissuti nell’era volgare, nonostante non abbiano voluto riconoscere la verità del Vangelo.
La prima osservazione è che, con questi versi, Dante offre un altro segno di ammirazione verso il popolo ebraico e il suo cammino soteriologico. Il biasimo verso gli ebrei accidiosi, ovviamente, non rappresenta assolutamente una nota di biasimo verso l’intero popolo d’Israele, ma solo nei confronti di quella parte di esso che non volle avere fiducia nella promessa del Signore e si rifiutò di seguire il suo profeta. Da questo punto di vista, il giudizio dantesco coincide perfettamente con quello della tradizione ebraica, dal momento che fa risaltare la grandezza di Mosè e della sua saldezza d’animo, e ribadisce l’essenza del Patto dell’Alleanza: Dio aiuterà il suo popolo, ma a condizione che esso rispetti e dia attuazione alla sua volontà.
La seconda è di tipo soltanto artistico, e consiste nell’ammirazione per la straordinaria capacità di sintesi del poeta, che in soli due versi riesce a esprimere mirabilmente il senso della traversata del deserto e dell’ingresso nella Terra promessa. Chi altri avrebbe saputo fare altrettanto? Si può dire che proprio con la sua straordinaria scrittura il poeta voglia offrire un esempio tangibile di velocità ed efficienza, ossia del contrario dell’accidia. Inutile sprecare parole inutili per dire qualcosa che può essere detto più rapidamente. Purtroppo, davanti a lui, siamo tutti accidiosi!
L’ultima osservazione è riguardo all’accostamento della vicenda di Mosè a quella di Enea, ossia della storia biblica e di quella di Roma. Sono queste due, per Dante, le colonne portanti della storia dell’umanità. Certo, ovviamente la narrazione biblica, per il poeta, trova il suo compimento nel cd. Nuovo Testamento. A questo, però, nei versi citati, non è fatto riferimento e ciò, comunque, non scalfisce il giudizio sulla funzione storica e metastorica del popolo d’Israele, indicato con la bellissima espressione di “la gente a cui il mar s’aperse”. Un’apertura, quella del mare, prodromica a quella delle porte del Paradiso, che – nella visione dantesca – l’ha accolta e l’attende.

Francesco Lucrezi