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DafDaf – Un sogno
chiamato Kibbutz

Il numero 132 di DafDaf in distribuzione accompagna i suoi giovani lettori alla scoperta del movimento del kibbutz: Daniel Reichel, nella rubrica “Israele”, racconta come in ebraico la parola significhi ‘insediamento comunitario’ e come i primi kibbutzim (plurale di kibbutz) fossero delle comunità agricole, dove si lavorava tutti insieme la terra.
“Ciascun lavoratore – viene spiegato – non riceveva uno stipendio, come succede oggi a fine mese, ma tutto era messo in comune. In linea con questo ideale di totale uguaglianza economica, i membri del kibbutz mangiavano insieme in una grande sala da pranzo, indossavano gli stessi abiti (e li facevano lavare nella lavanderia comune), vivevano in case uguali e senza tanti comfort. E condividevano la responsabilità dell’educazione dei bambini, della realizzazione di programmi culturali e di altri servizi sociali”.
Questo mese presentiamo la storia di un kibbutz particolare, Sde Boker, fondato nel 1952.
Buona lettura!
a.t. social @ada3ves

(Nell’immagine: David Ben Gurion durante la posa della prima pietra per la biblioteca a Midreshet Sed Boker, 1963 – Cohen Fritz, Government Press Office)

Un sogno chiamato Kibbutz

Condividere tutto, dal lavoro all’educazione dei propri figli.
Su queste basi più di un secolo fa nacque il movimento del kibbutz israeliano.
In ebraico la parola significa “insediamento comunitario” e i primi kibbutzim (plurale di kibbutz) erano delle comunità agricole, dove si lavorava tutti insieme la terra.
Ciascun lavoratore non riceveva uno stipendio, come succede oggi a fine mese, ma tutto era messo in comune.
In linea con questo ideale di totale uguaglianza economica, i membri del kibbutz mangiavano insieme in una grande sala da pranzo (heder ochel in ebraico – חדר אוכל), indossavano gli stessi abiti (e li facevano lavare nella lavanderia comune), vivevano in case uguali e senza tanti confort.
E condividevano la responsabilità dell’educazione dei bambini, della realizzazione di programmi culturali e di altri servizi sociali.
Il primo kibbutz in assoluto è stato fondato nel 1909 e si chiama Degania. Si trova nel nord d’Israele. È ancora operativo anche se un po’ diverso da come era in passato. A fondarlo era stato un gruppo di giovani immigrati ebrei dall’Europa dell’Est.
Sognavano di lavorare i campi e creare un nuovo tipo di comunità nel nascente Stato d’Israele e un nuovo tipo di ebreo: più forte, più generoso e più radicato nella terra.
Erano pionieri e idealisti che affrontavano una vita difficile e di duro lavoro. Dalla loro esperienza è passato un pezzo importante seppur piccolo della storia d’Israele: le persone che vivevano nei kibbutzim negli anni Cinquanta (allora erano circa duecento, oggi sono 250) erano oltre 100mila.
Una minoranza rispetto al totale, ma le loro idee ebbero un grande impatto sull’intero paese. I principi guida di questo movimento di creare una società dedicata all’aiuto reciproco e alla giustizia sociale ebbero infatti una grande influenza su Israele.
Però questo sistema di mettere tutto in comunione non funzionò fino in fondo, anzi a un certo punto entrò in crisi e oggi praticamente non esiste più. Anche se esistono ancora i kibbutzim e sono sparsi per tutto il paese.
Ognuno con la sua storia da conoscere e, se capita, da visitare.
Sde Boker, far fiorire il deserto
Nel Negev, l’area desertica del Sud d’Israele, è difficile coltivare la terra. Il meteo è molto asciutto e l’acqua scarseggia. Non è proprio il luogo più semplice dove stabilirsi. Eppure nel 1952 un gruppo di giovani israeliani decisero di fondare qui un kibbutz.
Già da trent’anni questi insediamenti popolavano il paese, ma pochissimi erano nati nel Negev. E così in molti, tra cui il Primo ministro David Ben Gurion, si stupirono quando dieci uomini e due donne decisero di dare vita al kibbutz Sde Boker (in italiano, Il campo del mattino).
Il sito che scelsero si trova in una pianura circondata su tre lati da colline basse e pietrose; a sud, una catena montuosa erosa e increspata indica la strada verso Makhtesh Ramon, uno spettacolare cratere profondo 500 metri. Qui duemila anni prima la popolazione dei nabatei passava con le proprie merci, che vendeva e comprova tra il Mediterraneo e la penisola arabica.
Un luogo ricco di storia, ma non proprio ospitale. Per questo quando Ben Gurion, tra i padri fondatori d’Israele, vide per caso i giovani di Sde Boker, volle chiedere loro perché mai avessero scelto un posto così per vivere.
“Sono andato da loro e ho chiesto perché erano venuti a stabilirsi qui. – raccontava in un’intervista Ben Gurion – Mi dissero che i Nabatei avevano vissuto qui duemila anni fa e quindi perché avrebbero potuto riuscirci loro. In quel momento ho deciso nel mio cuore di diventare un membro di Sde Boker”.
Tornato a Tel Aviv, David Ben Gurion inviò una lettera ai membri del kibbutz e dichiarò la sua ammirazione, chiedendo alla comunità di potersi unire al loro progetto nel deserto.
All’inizio, nonostante fosse uno degli uomini più importanti d’Israele, fu rifiutato. Vivere in un kibbutz comportava un lavoro duro, condizioni difficili con la sveglia ogni giorno prima dell’alba.
Ben Gurion non era più un uomo giovane e i membri del kibbutz non erano convinti che averlo con loro fosse utile. Dopo due settimane di dibattiti interni, i membri della comunità cambiarono idea e aprirono le porte all’ex Primo ministro, che si stabilì qui nel 1954 assieme alla moglie Paula.
“Questa vita da semplice cittadino e lavoratore ha i suoi benefici non solo per la persona, ma forse anche per il suo paese. – scrisse in quell’anno sul New York Times Ben Gurion – Dopo tutto, c’è posto per un solo Primo ministro, ma per coloro che fanno fiorire il deserto c’è posto a centinaia, migliaia e persino milioni. E il destino dello Stato è nelle mani di molti piuttosto che di un singolo individuo. Ci sono momenti in cui un individuo sente di dover fare quelle cose che solo i molti possono e devono fare”.
Far fiorire il deserto è quindi stato uno degli impegni di Ben Gurion e dei suoi compagni di Sde Boker. I primi tentativi non furono semplici e alcune iniziative fallirono come la coltivazione di mandorle, pesche e melograni. “Fino a quando abbiamo raggiunto una situazione economica stabile, abbiamo provato e cancellato molti progetti che si sono rivelati non redditizi, inadatti alla regione o poco integrabili nella vita di una comunità di un kibbutz”, ha raccontato Rafi Bachrach nel 1977 in occasione del venticinquesimo anniversario di Sde Boker.
Con il tempo però questa piccola realtà è riuscita a fiorire e oggi ci vivono circa 150 famiglie che hanno creduto nel sogno dei fondatori e di Ben Gurion. L’ex Premier ha concluso qui la sua vita e qui è sepolto insieme alla moglie. La sua tomba è un luogo simbolico e proprio di recente è stata visitata dal capo della diplomazia americana Antony Blinken, che ha voluto rendergli omaggio.
Non solo, a Sde Boker si è tenuto a marzo un importante incontro internazionale con rappresentati di paesi arabi, d’Israele e Stati Uniti. I loro obiettivo non era far fiorire il deserto, ma nuovi rapporti di pace. Comunque un grande risultato per questo piccolo kibbutz immerso praticamente nel nulla.

d.r.

(22 maggio 2022)