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Da Israele all’Ucraina,
gli impegni di Draghi

Una visita agli italkim di Gerusalemme, poi l’incontro con il Presidente Herzog e il ministro degli Esteri Lapid. E infine il vertice con il Primo ministro Bennett per poi spostarsi a incontrare la leadership palestinese. È il programma della due giorni israeliana del Presidente del Consiglio Mario Draghi. Un appuntamento con sul tavolo il tema del gas e della situazione ucraina, riportano i quotidiani, ma che per Draghi sarà anche un’occasione per conoscere la comunità ebraica italiana d’Israele. Nel pomeriggio di lunedì infatti è previsto un momento di confronto nella sinagoga degli Italkim di Gerusalemme con visita del Museo Nahon. Poi il faccia a faccia con il capo della diplomazia israeliana Lapid e, il giorno successivo, il bilaterale con Bennett. “Sul capitolo-gas – segnala Avvenire – l’intesa tra Italia e Israele si annuncia fruttuosa”. Ma si parlerà anche della situazione ucraina, con Gerusalemme che ha lavorato per portare Mosca al negoziato e fermare l’aggressione russa avviata il 24 febbraio scorso.

Verso Kiev. Secondo i quotidiani italiani, nel calendario di Draghi, proprio dopo Israele, ci sarà una visita nella capitale ucraina. Fonti di stampa tedesche scrivono infatti che il Presidente del Consiglio andrà in missione assieme ai colleghi Scholz e Macron per incontrare Zelensky prima del summit del G7, in programma a fine giugno. Il tema caldo sarà l’avvio della procedura per far entrare Kiev nell’Unione europea: la presidente della Commissione Ue von der Leyen, con una visita lampo ieri in Ucraina, ha dato il suo appoggio a questa possibilità: “siete sulla strada giusta”, le sue parole a Zelensky. Parole che aprono oggi la prima de La Stampa. Draghi, rileva il Corriere, è tra i favorevoli ad accogliere Kiev nell’Ue. Ma, rileva La Stampa, “la candidatura dell’Ucraina ora rischia di spaccare l’Unione”. Francia e Germania, si legge, sarebbero infatti scettiche. Secondo Repubblica, è soprattutto Berlino l’ostacolo: “continua a ribadire che bisognerebbe prima occuparsi dei sei Paesi dei Balcani occidentali che hanno avviato il processo di adesione da anni. Gli ucraini e i Paesi europei favorevoli – i partner dell’Est in particolare – fanno notare che i due processi non sono in contraddizione e che Kiev non ha mai chiesto una corsia preferenziale rispetto ai Paesi già in pole per l’adesione all’Unione”. Il Consiglio Ue sarà chiamato ad esprimersi sull’adesione nella riunione del 23 e 24 giugno.

Biden-Zelensky. Intanto sulle prime pagine dei giornali arriva anche il confronto a distanza tra il presidente Usa e quello ucraino. A innescarlo, le parole di Biden: “Lo so, molti pensavano che stessi esagerando, ma io sapevo di avere informazioni solide per prevedere l’imminente aggressione di Putin. Non c’era alcun dubbio, ma Zelensky, così come molti altri, non ci ha voluti ascoltare”. La replica da Kiev è arrivata subito con il portavoce di Zelensky che ha dichiarato che se fossero arrivati prima (“a gennaio”) gli aiuti militari, la situazione sarebbe stata diversa. Il Corriere riflette su questo scambio e aggiunge: “nel dibattito italiano ed europeo è diffusa l’idea che Biden abbia spinto Zelensky al conflitto con Mosca. In realtà, i fatti, almeno per il momento, raccontano un’altra storia. Per tutto il mese di gennaio e fino al 24 febbraio, giorno dello sconfinamento russo, l’intelligence e i generali Usa ritenevano che in caso di invasione la sorte dell’ucraina sarebbe stata segnata”. Il 5 febbraio, ad esempio, capo di Stato Maggiore Mark Milley dichiarata al Congresso: “Kiev cadrà in 72 ore se ci sarà un’invasione dei russi su larga scala”.

“Lo sterminio può ripetersi”. Intervistato dal Corriere Lettura, Saul Friedländer, sopravvissuto alla Shoah di cui è diventato uno dei massimi studiosi (premio Balzan 2021), guarda al presente e, in riferimento alla Russia di Putin, spiega: “vedo all’opera meccanismi simili a quelli che portarono all’Olocausto: desensibilizzazione delle masse, narrazione che nega l’identità dell’altro”. In particolare Friedländer evidenzia come “il genocidio è il risultato di un pensiero che si sviluppa e finisce per corrispondere ai nuovi ‘bisogni’ di un’autocrazia o di una dittatura in un momento specifico della sua evoluzione. Eventi del genere non accadono mai in una democrazia, è ovvio da dire. Però lo vedo che le dittature hanno il ‘vento in poppa’ in questo momento e che i meccanismi pretestuosi che precedono la possibilità di grandi catastrofi sono di nuovo in azione. È proprio questo il caso dell’attuale propaganda russa”. Rispetto allo studio della Shoah, Friedländer rileva come ci siano ancora percorsi da percorrere: “se la storia delle vittime è ampiamente documentata, c’è ancora molto da dire su quella dei carnefici”. A proposito di Memoria, sempre su La Lettura Claudio Magris racconta la storia di Diego de Henriquez e del suo Museo a Trieste “della guerra per l’avvento della Pace e la Disattivazione della storia”. Dopo aver raccolto materiale bellico mentre il mondo attorno a lui crollava, racconta Magris, de Henriquez “si riscatta di colpo dal feticismo collezionista quando cerca di frugare tra gli orribili, a lungo sottaciuti o poco conosciuti labirinti della Risiera di San Sabba, la vecchia fabbrica triestina nella quale durante l’occupazione tedesca alla fine della Seconda guerra mondiale erano stati rinchiusi, torturati, massacrati, bruciati ebrei, antifascisti italiani e sloveni, partigiani, ostaggi. Un’infamia sulla quale a lungo la memoria pubblica cittadina aveva evitato di soffermarsi troppo”.

L’esempio di Mosè. Sul Domenicale del Sole 24 Ore Giulio Busi ricorda l’episodio di Mosé “davanti al mistero del roveto ardente”. Un momento in cui questi “cerca di comprenderne il messaggio divino”, “ma anche di fare chiarezza con sé stesso”.

Germania ebraica. È appena nato a Monaco dl Baviera il forum europeo dei cappellani militari ebraici. A promuoverlo, racconta la Lettura in una breve, rav Zsolt Balla, ungherese di nascita, primo rabbino a collaborare con l’esercito tedesco in più di un secolo. In uno scatto uscito sul Jerusalem Post rav Balla è accanto ai colleghi delle forze armate israeliane, americane, belghe e britanniche: Vogliamo imparare gli uni dagli altri – ha spiegato – e condividere le nostre esperienze”. Sempre in Germania Specchio racconta l’inaugurazione, all’interno di una struttura ospedaliera Waldkliniken Eisenberg nel distretto di Saale-Holzland in Turingia, di una sinagoga. “L’arredamento della sala con 16 posti proviene da Israele, da un insediamento di kibbutz che ha già arredato oltre 5.000 sinagoghe nel mondo”. All’inaugurazione, si legge, era presente anche Charlotte Knobloch, presidente della comunità ebraica di Monaco e dell’Alta Baviera, sopravvissuta alla Shoah: “ho visto sinagoghe in fiamme (…) questa nuova sinagoga è nuova speranza, perché la vita ebraica possa esistere in libertà e contribuire a plasmare il futuro”.

Segnalibro. È in uscita in Italia per Bollati Boringhieri Tutta un’altra guerra. Il secondo conflitto mondiale e la Palestina ebraica (1935-1942) dello storico israelo-tedesco Dan Diner. “Questo lungo saggio, scritto ben prima della guerra in Ucraina – che sancisce la fine dell’ordine scaturito, appunto, dal secondo conflitto mondiale – aiuta a comprendere quello che succede oggi fra Mosca e Kiev, non perché affronta il tema (non lo affronta) ma perché spiega la casualità degli eventi, la loro imprevedibilità, il fatto che è la contingenza a determinare le scelte politiche così come spesso dalla contingenza nascono i miti fondativi”, scrive su l’Espresso Wlodek Goldkorn.

Daniel Reichel