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Le dimissioni di Draghi

L’attesa è per mercoledì prossimo quando il Presidente del Consiglio Mario Draghi si presenterà alle camere per riferire. Non è chiaro se confermerà le dimissioni – al momento respinte dal Capo dello Stato Sergio Mattarella – o se, per allora, si apriranno nuove opzioni per proseguire alla guida del paese. A generare la crisi, che inevitabilmente occupa tutte le prime pagine di oggi, la scelta del Movimento 5 Stelle di non partecipare al voto di fiducia al Senato per l’approvazione definitiva del “decreto aiuti”. Uno strappo che per Draghi ha rappresentato la fine della “maggioranza di unità nazionale”. “È venuto meno – le sue parole – il patto di fiducia alla base dell’azione di governo”. Due gli scenari su cui si concentrano i giornali: il primo, un ritorno alle urne già a inizio autunno; il secondo, un nuovo voto di fiducia per contare i numeri della maggioranza e da qui proseguire fino a fine legislatura. Il Draghi bis è plausibile, scrive Repubblica, a condizione che tutti i partiti che componevano la sua maggioranza gli chiedano di restare “e che la ripartenza avvenga su basi chiare e convinte”. Secondo il quotidiano Partito democratico e Italia viva sono già schierati in tal senso. Orientamento simile per Forza Italia e il M5S. Resta la Lega, divisa al suo interno su quale strada intraprendere.

Come fermare l’Iran. Il Presidente Usa Joe Biden e il Primo ministro israeliano Yair Lapid hanno siglato ieri un memorandum in cui gli Stati Uniti si impegnano a “utilizzare qualunque mezzo” per fermare l’Iran dal raggiungere l’atomica. Come evidenzia il Corriere, Biden e Lapid concordano con l’obiettivo, ma differiscono sui metodi. Il primo crede nel negoziato con Teheran e nel riattivare l’intesa sul nucleare. Il secondo ribadisce che la diplomazia non fermerà il regime degli ayatollah: “il mondo libero si prepari a usare la forza”. Per il Foglio Gerusalemme ha recepito la lezione di quando accaduto in Ucraina, dove gli americani aiutano Kiev ma senza un coinvolgimento attivo nel conflitto. Una lezione che “ha aumentato la consapevolezza che se le minacce da parte di Teheran dovessero farsi ancora più concrete, Gerusalemme potrebbe contare soltanto su se stessa. Il nuovo medio oriente serve anche a questo: Washington mantiene la collaborazione economica e militare con Israele, ma da lontano. – la tesi del Foglio – Questa lezione l’hanno appresa anche i nemici: la prossima settimana si incontreranno il presidente iraniano Ebrahim Raisi e il russo Vladimir Putin”.

Verso Gedda. Oggi Biden sarà impegnato a Betlemme con i vertici palestinesi – una parentesi del suo viaggio in Medio Oriente, la descrizione del Corriere – per poi volare verso l’Arabia Saudita. Repubblica parla di un suo tentativo di “riaprire il dialogo con i palestinesi”, almeno nel titolo del pezzo. Ma le opzioni sul tavolo al momento sono poche. Il negoziato, scrive il quotidiano, “potrebbe ripartire nel quadro dell’allargamento degli Accordi di Abramo”. Ovvero con l’ingresso nell’intesa dell’Arabia Saudita. Un processo che, hanno sottolineato dalla Casa Bianca, sarà lungo. Nel mentre Israele ha dato il suo assenso al ritorno delle isole di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita, che in cambio consentirà i voli diretti dallo Stato ebraico per i pellegrini musulmani verso le città sante di Mecca e Medina. “Non siamo all’ingresso dei sauditi negli Accordi di Abramo, – evidenzia Repubblica – ma si tratta di passi verso la normalizzazione che potrebbero favorire anche il negoziato palestinese. Come le discussioni per creare una difesa aerea comune contro l’Iran”. Il Premier israeliano Lapid, aggiunge il Sole 24 Ore, ha affidato a Biden l’offerta ai sauditi di una “mano tesa per la pace”. “I rapporti con Riad per Biden sono tuttavia avvelenati: – ricorda il Sole – aveva attaccato le violazioni dei diritti umani nel Paese, compresa l’uccisione del dissidente Jamal Khashoggi. Cercherà adesso una propria normalizzazione, nel nome della crisi energetica, dell’isolamento della Russia e del contenimento della Cina”.

Accordi di Abramo. “L’identità come strumento di dissoluzione del conflitto”, è il titolo di un approfondimento pubblicato sul settimanale Scenari in cui usano gli Accordi di Abramo tra Israele e alcuni paesi arabi come modello per la possibile risoluzione di conflitti. Da una parte, si spiega, questa intesa promuove “forme concrete di integrazione” con scambi turistici ed economici. Dall’altro propone la “creazione di un cerchio identitario più ampio, cioè un minimo comune denominatore che possa ricomprendere le core identity dei soggetti coinvolti. Gli Accordi di Abramo, come indicato dalla scelta lessicale, si inseriscono proprio in questo ragionamento. Volendo risalire alla comune fonte identitaria tra le tre fedi monoteistiche, la nuova sintesi è stata individuata nel comune patriarca Abramo”.

Russia liberticida. Vladimir Putin ha reso ancora più repressiva la cosiddetta “legge sugli agenti stranieri” di cui Mosca si serve per colpire Ong, media indipendenti e oppositori. Lo racconta La Stampa, spiegando che prima per finire nella lista nera bisognava ricevere presunti “finanziamenti dall’estero”, ora al regime basterà affermare di ritenere i soggetti sgraditi “sotto influenza straniera” per colpirli e censurarli. Nel frattempo i russi continuano i bombardamenti contro l’Ucraina e minacciano anche Israele: il vice ministro degli Esteri Mikhail Bogdanov, rappresentante speciale per il Medio Oriente, ha dichiarato che la Russia si aspetta che Israele “agisca in modo saggio e corretto” se gli Usa dovessero chiedergli di inviare armi all’Ucraina. Quest’ultima, scrive Gianni Riotta in un reportage sul campo per Repubblica, si sente più sola mentre alcuni suoi alleati, come Johnson e ora Draghi, cedono il passo.

Eugenio Scalfari (1924-2022). “Grazie direttore” titola a caratteri cubitali Repubblica, salutando il suo storico fondatore e per vent’anni direttore Eugenio Scalfari, morto ieri all’età di 98 anni. Molti gli articoli a lui dedicati oggi, con anche un saluto di Bergoglio.

Daniel Reichel