Oltremare – Rumore
Una cosa che conosciamo solo noi, che la guerra la viviamo ogni anno o poco più per due o tre giorni o per una settimana o due, è il suo rumore. La guerra fa rumore. Ne ha sempre fatto, lungo la storia dell’umanità, e anzi, in battaglia i rumori, così come i colori e le forme, dagli stendardi ai disegni su scudi e pettorali, sono stati usati per millenni per avvisare o spaventare il nemico. Non mi era mai venuto in mente però, che oltre ai nemici, oggi anche il lato amico qui li sente, quei rumori, che siano voluti o che siano involontaria conseguenza della tecnologia utilizzata. E così abbiamo passato 36 ore di “boomim”, così li chiamiamo qui, con crasi tipicamente israeliana fra parola inglese e terminazione (plurale maschile) in ebraico.
I boomim che si sentono da noi, sono in larga parte quelli causati dall’Iron Dome, oggetto di venerazione collettiva in Israele e non meno adorante nei circoli pro-Israele in tutto il mondo. Ora, questi forestieri, che si emozionano fino alle lacrime ogni volta che vedono una foto con la nuvoletta in cielo segno di intercettazione avvenuta, e si sbrodolano a incensare l’alta tecnologia israeliana e le menti eccelse ed evolute che la portano avanti, io li metterei qui in un campo di mais poco prima del raccolto, nel buio pesto della notte estiva, e farei sentir loro quanto poco eterea e teorica è quell’invenzione, e che rumoraccio tremendo fa, quando tocca farla funzionare. Probabilmente si emozionerebbero ancora di più, e ben venga alla fine. Di questi tempi (gli ultimi 40 anni dal più al meno) Israele avrebbe bisogno di nutriti eserciti di fan sfegatati – e ben informati, questo è fondamentale. Noi invece i rumori della guerra non li amiamo. Terrorizzano i cani, spaventano i bambini e stancano immensamente noi umani adulti. Soprattutto quando, come questa volta, sono un continuo, giorno e notte, senza sosta.
Da stamane, il silenzio della tregua. Emergono suoni prima mai presi in considerazione: il cigolio di uno steccato, un ramo cresciuto troppo vicino a un muretto che ci sbatte ritmicamente contro. Fosse questo il post trauma, ci metterei la firma in oro colato. Non lo è, e invece i rumori di questa ultima guerra si sommano a quelli di tutte quelle precedenti, brevissime o meno, non importa la durata. Il post trauma è l’eco del rumore, che resta lì da qualche parte a vagare, ma non va più via.
Daniela Fubini
(8 agosto 2022)