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Dalla catastrofe alla speranza,
rileggiamo Canetti

Da oggi nelle librerie “Dalla Catastrofe alla Speranza. Un alfabeto politico della vita offesa”, il nuovo saggio dello storico della filosofia Alfonso Musci. Pubblicato da Antonio Mandese Editore, il volume si compone di una raccolta di riflessioni dedicate ai grandi temi e alle parole chiave del nostro presente. Centrali nella sua elaborazione sempre stimolante la figura e il pensiero di Elias Canetti. Un autore citatissimo. Eppure, avverte Musci, “ancora poco studiato”. Per gentile concessione dell’editore ne pubblichiamo un brano.

Canetti è un autore citatissimo ma ancora poco studiato. Citatissimo perché i suoi appunti, aforismi, testi brevi, così come le sue bellissime tre autobiografie, hanno conosciuto larghissima circolazione e fortuna editoriale, quasi più che il suo unico romanzo (Die Blendung, 1935; traduzione italiana Auto da fé) e il suo grande trattato (Massa e potere, 1960). Poco studiato perché non inquadrabile in quella che possiamo definire enciclopedia accademica delle scienze, ma piuttosto radicato in una regione della conoscenza con plurime linee di confine: la filosofia, la linguistica, l’antropologia, la sociologia, l’ecologia. La sua opera si sviluppa attraverso una scrittura incurante di ogni registro ma con un’ambizione per l’epigramma. Tutto questo ha contribuito alla diffusione dell’immagine di questo autore come aforista, per alcuni troppo cerebrale, per altri inquietante, ma in ogni caso capace sempre di fornire le frasi giuste sui più svariati temi dell’esistenza e della cultura. I suoi molti quaderni di appunti – rigorosamente a matita – hanno ben poco degli aforismi in senso stretto e sono semmai una lunga «valvola di sfogo» per tutto quello che non è diventato compiutamente romanzo, trattato filosofico, teatro, autobiografia, ma che pur nasce da una insopprimibile volontà chiarificatrice e illuministica. Sono testi in cui l’autore opera spregiudicatamente applicando il principio del Selbstdenken (il pensare autonomamente, prescindendo cioè da altre autorità intellettuali) appreso da un suo grande modello, lo scienziato e scrittore tedesco vissuto nella seconda metà del Settecento Georg Cristoph Lichtenberg. Canetti ha faticato molto per essere riconosciuto nella sua grandezza, ed è stato il premio Nobel del 1981 a far riscoprire in tutto il mondo, oltre l’ambito della germanistica e degli studi austriaci, il suo romanzo (composto a Vienna alla fine degli anni Venti) e il suo trattato (composto a Londra a partire dal 1939). Questo ritardo misto al suo stile volutamente universale ha consentito che testi nati nella prima metà del Novecento cominciassero a vivere negli ultimi due decenni del secolo e a durare a lungo. Per questo motivo ancora oggi fatichiamo a evitare di pensare a Canetti come a un nostro contemporaneo, ma non è propriamente così, o meglio lo è in un senso che va chiarito.
Canetti non ha avuto maestri in senso proprio. Ha studiato chimica e ha frequentato la Vienna degli anni Venti e Trenta, luoghi come il Café Museum di Adolf Loos davanti alla Sezessionhaus, le letture pubbliche di Karl Kraus, le lezioni universitarie del filosofo Heinrich Gomperz. E certamente Kraus ha esercitato su di lui, per molti anni, più che un magistero. Lui stesso parlerà di «una tirannide». La sua più grande lezione è l’ascolto della lingua parlata, il viennese popolare, quello caro al grande commediografo Johann Nestroy. La lingua da osteria e da strada, quella in cui poter fare esperienza in modo plastico dei processi linguistici. Canetti definirà questi oggetti d’ascolto «maschere acustiche», frasi fatte, suoni, tic che rendono riconoscibile all’udito chiunque e che spostano la conoscenza dall’ambito dell’occhio a quello dell’orecchio. Con pochi altri maestri attivi a Vienna Canetti riuscirà ad avere rapporti stretti, tra questi bisogna ricordare il poeta ebreo Avraham Ben Yitzhak, figura centrale nel terzo volume della sua autobiografia (Il gioco degli occhi, 1985). Anche in questo caso si tratta di un magistero orale-aurale (auricolare). Oltre Kraus poi ci sono Hermann Broch, Robert Musil, Thomas Mann, Franz Kafka, maestri ‘immaginari’, cui possiamo aggiungere Walter Benjamin e Veza Taubner Calderon, grande scrittrice di origini ebraiche sefardite come lui, che sarà poi lungamente sua compagna di vita. Per il periodo londinese bisogna poi fare almeno altri due nomi: l’etnologo poliglotta Franz Baermann Steiner e l’orientalista Arthur Waley. Canetti chiamerà però maestri molti altri grandi, aggiungendo spesso l’aggettivo ‘terribili’ o ‘ammirevoli’. Tra essi Hobbes, Machiavelli, Joseph De Maistre, Georg Büchner, Nietzsche, Ovidio, i presocratici, Confucio, i taoisti … e si potrebbe continuare … rompendo così ogni limite temporale e geografico. In ogni caso, parlando di sé, dirà sempre di essere stato succedaneo rispetto ai grandi Broch, Musil, Kafka, Kraus. Al punto che il suo Nobel lo avrebbe volentieri ceduto a chiunque di loro fosse stato ancora in vita.

Alfonso Musci

(Dalla Catastrofe alla Speranza. Un alfabeto politico della vita offesa, Antonio Mandese Editore, 18 euro)