Aspetti del rinnovamento

In occasione della Giornata europea della cultura ebraica, dedicata quest’anno al tema del rinnovamento, sono comparse dichiarazioni che ripropongono una richiesta di attenzione a non confondere il concetto di rinnovamento con quello di riforma. Si tratta di un tema ricorrente, che identifica nell’affacciarsi anche in Italia di gruppi di ebrei che si definiscono come riformati un pericolo, una minaccia per le comunità ebraiche in Italia, le quali per motivi statutari e tradizionali si riconoscono nell’ambito dell’ortodossia.
Personalmente ho avuto modo di affrontare la questione nell’ambito della ricerca storica, studiando l’impatto che il movimento di riforma nato nell’Ottocento in Centro Europa ebbe sulle comunità ebraiche italiane fra i secoli XIX e XX. Ho avuto modo di rilevare con le mie ricerche la mancanza di successo di quel movimento fra le comunità della Penisola, in conseguenza di alcuni fattori ben evidenti. In primo luogo l’esiguità in termini demografici: difficile pensare di costituire comunità di altro tipo in città dove gli ebrei sono pochi. Non avrebbero potuto reggere. C’è poi la questione del grado di adesione personale degli ebrei in Italia alla normativa tradizionale: se ci limitiamo agli ultimi due secoli (mancano purtroppo ricerche attendibili sulle epoche precedenti all’emancipazione) è evidente a tutti l’esistenza di un rapido processo di secolarizzazione. Nulla di straordinario: si trattò della stessa dinamica che coinvolse l’intera popolazione europea a maggioranza cristiana. La perdita di centralità della religione e del rapporto con il divino nella società borghese uscita dalla Rivoluzione francese e protagonista della rivoluzione industriale condusse ovunque a un rapido indebolimento delle pratiche religiose. Ne derivò per le piccole comunità ebraiche in Italia una netta propensione a vivere un nuovo tipo di “israelitismo” (così lo chiamano gli storici con termine brutto) che prevedeva l’adozione di alcune delle proposte più appariscenti del movimento di riforma, a fronte di un mantenimento di un’ufficiale adesione all’ortodossia. I rabbini iniziarono a vestirsi in abiti talari simili ai sacerdoti cristiani, le sinagoghe assunsero forme simili alle chiese e ospitavaro organi e cori, le cerimonie di maggiorità religiosa divennero simili alle cresime cristiane (qualcuno si ricorda ancora le ragazze vestite di bianco che celebravano il Bat Mitzwà a Shavuoth). Comparvero fotografie sulle tombe al cimitero, sempre meno persone rispettavano il riposo sabbatico e la casherut. Ma le comunità da un punto di vista istituzionale rimasero ortodosse. Queste e altre motivazioni fecero sì che il movimento di riforma non attecchisse in Italia.
Tuttavia, nell’epoca della globalizzazione anche l’Italia come il resto del mondo ha conosciuto in anni più recenti la nascita di gruppi che si riconoscono nell’ambito della riforma ebraica. Anche qui nulla di nuovo: una grossa percentuale di chi oggi nel mondo è considerato ebreo dalle statistiche (e magari è colpito da atti di antisemitismo) si riconosce o comunque è registrato in comunità riformate di vario genere. Questo è un dato di fatto sia negli Stati Uniti, sia in Europa. Si tratta di un fatto, non di un’interpretazione, e la realtà credo vada letta e interpretata sulla base di dati reali e non attraverso lenti che in qualche modo offrono visioni diverse. D’altro canto, questo non ha condotto, mi pare, a un indebolimento della religiosità dell’ebraismo in Italia. Pur fortemente ridotte nei numeri, le comunità hanno mantenuto una loro vitalità e nelle due aree urbane di Roma e Milano si sono moltiplicate le sinagoghe e i servizi ad esse connesse. Abbiamo oggi in Italia un numero assai più elevato rispetto al passato di luoghi di culto, di ristoranti casher, di bagni rituali e di servizi commerciali. Nella prospettiva del “rinnovamento” proposta come tema dalla giornata della cultura, queste dinamiche vanno considerate per quello che sono. Fra l’altro non si tratta degli unici temi di rinnovamento che vengono proposti dalla storia in ambito ebraico. Per fare solo due esempi che hanno a che fare con l’interpretazione della normativa religiosa, citerei la nascita di due rabbinati centrali (uno sefardita e uno ashkenazita) nello Stato d’Israele che non mancano di esercitare un’importante e inedita influenza sulle comunità della diaspora (con forte indebolimento del concetto di Mara Deatra che assegna al rabbino locale l’ultima parola in tema di normativa), e citerei anche il riconoscimento di parte dei membri del movimento chassidico dei Chabad che hanno indicato l’ultimo Rebbe Menachem Mendel Schneerson come Mashiach, collocando e venerando la sua immagine incoronata accanto ai rotoli della Torah. Sono tutte novità (e ce ne sono altre) che interessano il mondo ebraico nella storia e nella contemporaneità. La riflessione sul tema del rinnovamento credo che ci chieda di osservare queste dinamiche, valutarle per quello che sono e rappresentano, conoscerle, interpretarle.

Gadi Luzzatto Voghera

(9 settembre 2022)