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Verso un’Europa marginale?

Quali obiettivi si propone Vladimir Putin mettendo in scena a Vladivostok, cioè a casa sua ma nel luogo più remoto possibile rispetto agli scenari europei, un palcoscenico internazionale pronto ad ascoltare e a prendere per buona la sua interpretazione dell’attuale situazione politica ed economica mondiale? Evidentemente tende ad isolare l’Europa, non solo riproponendo la sua aberrante e paradossale versione della guerra all’Ucraina come liberazione da un regime nazista ma anche rigettando sdegnato le sanzioni di cui la Russia è oggetto (e dalle quali è molto danneggiata) come una sorta di boomerang pronto a ritorcersi contro il Vecchio Continente. Certo, dietro questa reazione traspaiono la necessità di non farsi mettere nell’angolo, l’esigenza di rispondere con forza politica per mantenere il controllo (anche interno) della situazione, forse la disperazione di chi non sa non può e non vuole uscire da un vicolo cieco in cui si è cacciato con una propria macchinazione. Ma temo che la dimensione della faccenda sia più vasta e che nasconda un progetto di fondo, difficile oggi da definire ma davvero inquietante se osservato dalla nostra prospettiva.
La strategia impiegata dalla Russia imperialista e aggressiva dei nostri giorni contro l’Unione Europea si muove in due direzioni diverse e complementari. Da una lato, attraverso le violente intromissioni dell’ex-Presidente Medvedev e più recentemente della portavoce del Ministero degli Esteri Zacharova nelle questioni politiche interne di vari Paesi, si cerca di creare polemica e seminare opposizione per destabilizzare le situazioni particolari in difficili momenti di passaggio come l’attuale nostra fase pre-elettorale; dall’altro – e dall’alto – è Putin in persona a tenere a distanza l’UE, cercando di minimizzarla grazie alla vastità incommensurabile dei territori russi e trasformandola in una piccola regione marginale di scarso peso oggi e di nessuna influenza domani. Tutto ciò è certo fuori dalla realtà allo stato attuale; ed è un palese stratagemma per insabbiare i crimini russi nell’Ucraina occupata. Il guaio è che in questa sua operazione trasformistica il leader russo può vantare appoggi importanti e in parte già dominanti a livello mondiale. Innanzitutto la Cina di Xi Jinping, la prima potenza economica mondiale, che per interessi economici e politici contingenti dà pieno appoggio alla linea di Putin, cercando solo di spingerlo a non calcare troppo la mano nel conflitto ucraino. Poi l’India, altro contraddittorio gigante che fa affari d’oro con la Federazione Russa. Insieme a queste potenze, per convenienza strategica c’è anche la Corea del Nord, guidata da quello che prima della guerra all’Ucraina era il “cattivo numero uno” a livello mondiale: Kim Jong-un. E persino la Turchia di Erdoğan, il tanto corteggiato mediatore nella guerra in corso, pare essere entrata nella rete di contatti privilegiati di Mosca. Varie altre sono le nazioni importanti che tacciono sull’aggressione all’Ucraina, che per interesse assecondano l’espansionismo russo e la visione politica putiniana. Per quanto sia assurdo – se pensiamo ai valori culturali, politici, sociali, umani di portata universale nati e tuttora basilari in Occidente e anche alla attuale forza produttrice della nostra area del mondo – è purtroppo innegabile che visti dal vasto Oriente a cui pare appellarsi Putin l’Europa e gli interessi europei possano apparire piccoli e addirittura insignificanti, comunque non importanti per gli orizzonti russi e in genere asiatici. Ecco, è questa progressiva de-europeizzazione della Russia, questa sua sempre più marcata asiatizzazione ciò che inquieta e spaventa, sopratutto riandando alla grande tradizione e al contributo colossale dato dalla storia e dalla cultura russe al patrimonio europeo. E l’inquietudine aumenta quando ci rendiamo conto che forse questi non sono solo i sogni di una mente malata di megalomania come quella di Putin, ma il progetto di lungo periodo e di insinuante trasformazione condiviso dall’Asia e forse accettato in altre parti del mondo.
Qualcuno potrebbe sensatamente obiettare che nella mia analisi manca un elemento essenziale, un convitato di pietra senza il quale non ha senso parlare di politica mondiale: gli Stati Uniti d’America. Certo, gli USA rappresentano oggi il cuore dell’Occidente e difendono consapevolmente ciò che esso rappresenta. Ma questa ovvia considerazione non altera il contenuto della mia amara riflessione. Proprio l’America, in quanto principale esponente del mondo occidentale, è il primo, reale obiettivo della guerra politica planetaria scatenata da Putin accanto al conflitto armato contro l’Ucraina; la nostra amata Europa rappresenta in fondo per lui un target immediato e d’effetto ma secondario rispetto al vero nemico economico-politico rimasto tale dai tempi della guerra fredda. Il problema, anche qui, è che tale visione delle cose sembra non essere solo sua, ma appare condivisa dal potente e agguerrito club di Stati che lo appoggiano, alfieri di una Weltanschauung asiatica anti-occidentale. Restano certo in Asia forti centri di opposizione a questa prospettiva, chiamati Tokyo, Taiwan, Hong-Kong (quest’ultima davvero “resistente” contro l’occupazione repressiva della Cina che l’ha inglobata): ma si tratta appunto di isole – di nome e spesso di fatto – che difficilmente potranno sconfiggere il sempre più trascinante vento dell’est.
E se alla fine anche gli USA si stancassero di fungere da principale elemento di appoggio per l’UE in crisi (crisi militare, politica, energetica, economica, sociale)? Se, magari con un’altra Amministrazione, prevalesse la ciclica tendenza americana all’isolazionismo? Che ne sarebbe, alla lunga, dell’Europa? Il rischio di una lenta, inesorabile emarginazione non è purtroppo da escludere; forse è dietro l’angolo. Proprio quando grandi punti di riferimento europei di ieri e di sempre quali Michail Gorbaciov e la Regina Elisabetta inevitabilmente ci lasciano, questo pericolo ci appare ancora più tangibile.
David Sorani