Machshevet Israel
Re e regine, scacchi ed ebrei

In questi giorni in cui il nostro immaginario collettivo è visivamente occupato da re e regine, torri e cavalli con cavalieri, nonché alfieri variamente interpretabili (prìncipi, araldi vessilliferi o prelati che siano), come non pensare agli scacchi? Vi è un rapporto antico tra gli ebrei e questo gioco, così aristocratico e medievale nella sua simbologia, di immediata comprensione, e tuttavia così democratico e moderno nel rigore delle sue regole ‘chiare e distinte’ come un procedimento cartesiano. Anni fa, sulla rivista Segulat Israel, era apparso un articolo in proposito a firma di Daniel Fishman, che vorrei qui riprendere “in onore della regina”. O della Regina, se questo importante pezzo della scacchiera si rivelasse un termine metaforico adatto a esprimere una realtà ancor più grande di una pur grande donna, che ha regnato con saggezza per settant’anni (cifra tonda a sua volta simbolica). Gli scacchi dunque: cosa hanno a che fare con ebrei ed ebraismo? Possono forse considerarsi un ‘gioco ebraico’ sulla mera base statistica che la maggior parte dei campioni in queste competizioni o guerre a tavolino è di origine ebraica? C’è dell’altro che giustifichi il nesso?
Secondo Fishman si possono addurre ragioni storico-sociali e analogie intrinseche a sostegno dell’ebraicità, in senso traslato, degli scacchi. Sembra che il gioco si sia diffuso a partire dal VII secolo, in Persia (dove ben sappiamo erano all’epoca fiorenti molte comunità ebraiche), e si attesta come un passatempo di corte durante il medioevo. Ne parla già Yehudà HaLevi nel suo Kuzarì, nel XI secolo, mentre all’erudito sefardita Avraham Ibn Ezra, nella prima metà del XII secolo, è attribuito un poema sugli scacchi, segno che il gioco era noto, cioè praticato tra gli ebrei. Da quel momento si moltiplicano i responsa rabbinici: se esso sia permesso o proibito di shabbat. In ambito ashkenazita il rabbino Moshe Isserles, l’autore delle prime glosse allo Shulchan arukh, dice che è permesso giocare agli scacchi di shabbat se non c’è posta in denaro, escludendo che tale gioco possa essere annoverato tra i giochi d’azzardo, anzi lo considera alla stregua di una chokhmà, di una sapienza: in fondo si tratta di applicare regole e strategie che richiedono calcolo e abilità mentale. Più severe e propense a proibire sono altre autorità (sefardite). Rabbi Moshè Feinstein, nel XX secolo, afferma che giocare a scacchi di shabbat non è proibito ma andrebbe comunque evitato, in quanto potrebbe indurre eccessiva frivolezza e rattristare chi perde. Certo, deve astenersene chi, di tale gioco, abbia fatto la propria professione (non molti, immagino). Fishman riporta il responsum di un rav anconetano, senza nome, in cui si ribadisce che gli scacchi non sono un gioco ma una chokhmà, una sapienza: in essi si tratta di applicare schemi logici e processi analogici molto simili a quelli che si applicano nello studio del Talmud, dove ogni azione è ponderata e valutata sulla base delle premesse e delle conseguenze, dove ogni mossa ha un impatto sugli altri pezzi (o membri della comunità), dove occorre rispettare non soltanto le regole ma la loro razionalità, il fine, che è proteggere il re (o il Re, metafora del Ribbonò shel ‘olam, naturalmente).
Eccoci al tema del valore simbolico dei pezzi. Anche il mondo ebraico usa nella sua liturgia i termini melekh (re) e malkhà (regina); in ambito mistico-qabbalistico ‘regina’ è la stessa Shekhinà, che è ubiqua e veloce nel trovarsi ovunque nel mondo, mentre torri, cavalli e alfieri sono facilmente correlati a figura dei servitori divini come gli angeli, tra i quali vige a loro volta una gerarchia e un ben specifico mansionario. Le pedine (o i pedoni) sono i commoners, si direbbe oggi in Inghilterra, siamo noi, i singoli ebrei che devono arrivare diritti alla meta e arrivando in fondo, voilà, si trasformano a loro volto in pezzi importanti… Proprio il settimo rebbe di Lubavitch, Menachem Mendel Schneerson, spiegò una volta che il re, cioè “il Re, il pezzo più importante, la ragion d’essere stessa della partita a scacchi, all’inizio del gioco sembra essere il pezzo più debole, quello che ha più bisogno di protezione. Non si getta nella mischia, e, pur potendo muovere in ogni direzione, lo fa con un passo alla volta, come un umile pedone. Questo perché la sua intima essenza lo pone al di sopra del mondo terreno e dei suoi aspetti mondani. Il suo potere aumenta con il progredire della lotta, fino a diventare preponderante nel finale di partita, quando la posta in gioco è la sua vita e la vittoria”. Non i singoli pezzi, ma il gioco in sé è una sublime metafora (non a caso usata da Ingmar Bergman nel famoso film Il settimo sigillo). Rav Schneerson allude alla lotta, dentro noi stessi anzitutto, tra il bene e il male, tra i pezzi bianchi e i pezzi neri, una lotta che si gioca con regole chiare su una scacchiera limitata, come limitati sono lo spazio e il tempo della nostra esistenza. Chi bara, ha perso; chi fugge, pure ha già perso. La posta in gioco non è la sopravvivenza dei pezzi ma l’onore del re/Re: è un gioco dove se vince il re/Re vinciamo tutti, altrimenti vince il mitico chaos. Gli scacchi sono un pallido reminder del Chaoskampf dell’inizio, dei ma‘ase bereshit, del primo rosh hashanà del mondo. Ebraicamente, un bel gioco che un bravo padre deve insegnare presto ai propri figli e alle proprie figlie.

Massimo Giuliani, Università di Trento

(15 settembre 2022)