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Il 9 ottobre e il silenzio che urla

“Mio fratello si chiamava Stefano. Stefano Gaj Taché. Il 9 ottobre del 1982 aveva appena due anni quando fu ammazzato da un commando di terroristi mentre usciva dalla Sinagoga Maggiore di Roma, al termine della festa di Sukkot, assieme alla sua famiglia. Mio fratello aveva due anni meno di me, che mi chiamo Gadiel. Oggi, a ventinove anni da quel massacro su cui l’Italia ha steso un velo di ambiguo e imbarazzato silenzio, ho deciso di impegnarmi perché sia conservato il ricordo di un bambino ucciso nel cuore di Roma”.
Era l’ottobre del 2011 quando Gadiel Gaj Taché, intervistato dal Corriere della sera, rilasciava questa dichiarazione. L’inizio, a livello personale e comunitario, di una nuova fase nell’elaborazione del 9 ottobre. Il giorno dell’attentato palestinese alla sinagoga. Il giorno in cui perse Stefano, l’amato fratellino. Il giorno in cui lui stesso, gravemente ferito, rischiò di non sopravvivere. Oggi, in prossimità del 40esimo anniversario, Gadiel torna a parlare. Lo fa in un libro importante, Il silenzio che urla, nelle librerie da quest’oggi con l’editore Giuntina. Una testimonianza sofferta ma necessaria. Pagine preziose consegnate alla collettività.
Gadiel ripercorre i fatti e propone un caleidoscopio di emozioni, le sue emozioni: il dolore per una ferita che non potrà mai rimarginarsi, la scelta della vita, anche nel nome di Stefano, la sua battaglia senza tregua perché si arrivi a far luce su ogni aspetto di questa vicenda. Sensazioni diverse a confronto. “Ad oggi – scrive – non vi sono prove certe che vi sia stato un accordo tra lo Stato italiano e il terrorismo palestinese di quegli anni. Dentro di me ne sento la certezza, ma un’altra parte di me si rifiuta di crederci”. Per quello che è successo non vi sarà mai giustizia, ammette poi. Ma il giorno in cui dovesse affermarsi davvero una verità incontrovertibile sarà certo “una grande soddisfazione”. Gadiel sfoglia anche l’album dei ricordi. La mente va così alla vacanza familiare dell’estate del 1982, in Puglia: uno degli ultimi momenti lieti vissuti accanto a Stefano. Un’immagine “di serenità” e “di felicità”, con i due fratelli intenti a mangiare un piatto di patatine fritte. Poi il terrore, l’orrore. Una famiglia straziata. E quanta attesa vana perché lo Stato svolgesse un ruolo cui aveva abdicato. Finalmente, con Napolitano al Quirinale, l’inserimento di Stefano nell’elenco delle vittime del terrorismo. Là dove avrebbe dovuto essere da tempo. E, nel giorno dell’insediamento, le toccanti parole di Mattarella arrivate a milioni di connazionali: “Era un nostro bambino, un bambino italiano”. Una frase, riconosce Gadiel, in grado di frantumare, spezzare e distruggere quello schema “secondo il quale l’attento alla sinagoga sembrava appartenere a una guerra che non riguardava il popolo italiano”. Un passo avanti decisivo sulla strada della consapevolezza.

a.s twitter @asmulevichmoked