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L’assessore e l’ingenuità pericolosa

Mi rivolgo a Lorenza Rosso quale assessore e concittadina, in quanto parenti, conoscenti, colleghi, esponenti della cultura, della politica, alcuni amici da più parti d’Italia, e persino da Gerusalemme, mi hanno scritto dicendosi indignati per la barzelletta che, in apertura della Giornata europea della cultura ebraica, ha valutato opportuno raccontare rivolgendosi al pubblico, ai fedeli, al rabbino, mentre si trovava in sinagoga e dava le spalle all’Aron, dove si conservano i rotoli della Torah.
Chi è di fede, d’origine o di cultura ebraiche ha un forte senso dell’umorismo. Gli ebrei sono i primi a prendere in giro se stessi, da sempre: a questo modo ci si fa forza, si sdrammatizza e ci si unisce nella sventura e nella diaspora.
Forse suo malgrado, di certo in buona fede, l’assessore è riuscita invece a ferire gravemente molti, facendo calare il gelo, con le sue allusioni al “naso grosso” e alla “tirchieria” ebraica. Proverò umilmente a spiegare a Rosso il perché, offrendo, molto modestamente, il mio punto d’osservazione.
La Giornata europea della cultura ebraica è stata istituita con lo scopo che ogni paese dell’UE persegua “l’obiettivo fondamentale di evidenziare la diversità e la ricchezza del giudaismo e la sua importanza storica locale, regionale e nazionale, con la ferma intenzione di promuovere il dialogo, il riconoscimento e lo scambio attraverso conferenze, concerti, performances, visite guidate e altre attività”.
Essere ebrei in Europa oggi significa essere detentori di un sapere antichissimo e ricchissimo, ma anche consapevolezza di essere figli e nipoti di quelle poche persone superstiti che si sono salvate dallo sterminio nazifascista. Quello sterminio, l’ultimo di una lunga serie di pogrom, è l’epilogo di campagne di propaganda antisemita che facevano perno proprio su preconcetti, pregiudizi e infamie come quello che l’assessore ha usato, che si riferisce a una caratteristica somatica di cui si è fatto abuso martellante per anni nelle vignette pubblicate su qualsiasi giornale o rivista o manifesto che avesse in animo la denigrazione dell’ebraismo, la sua emarginazione sino al suo annientamento, il tutto a difesa di asserite razze pure, superiori, prive di detti tratti somatici.
Chi all’indomani della guerra è tornato in vita dai campi di sterminio o è uscito allo scoperto dai propri nascondigli, lo ha fatto nel silenzio assordante delle istituzioni, del popolo italiano e dell’Europa. Un silenzio che è perdurato decenni, anche quando l’antisemitismo è tornato, con attentati, omicidi, devastazioni di cimiteri, e che ha visto le Comunità chiudersi inevitabilmente in se stesse, in sinagoghe blindate come casseforti, protette da polizia e carabinieri durante le funzioni.
Giornate come quella dedicata alla Cultura ebraica sono una benedizione, un miracolo fatto di tante gomene lanciate da barche smaniose di un porto, su pontili sempre meno sguarniti di uomini pronti a raccoglierle; in questo contesto storico fatto di nuovi forti venti di intolleranza, sono come tante antenne di piccole lumache che spuntano guardinghe dai propri gusci, bagnate dalla leggera pioggia di una cauta, riconquistata fiducia nel prossimo. Le Comunità si sono così persuase ad aprire le porte dei propri scrigni per condividerne i tesori con tutti, anche con figli e nipoti di quei concittadini che ieri le denigravano con quelle stesse barzellette da Hofbräuhaus che l’assessore ha pronunciato, proprio durante la Giornata.
A scanso di equivoci, preciserò che a nulla vale ribadire l’insensata veridicità dell’aneddoto, da Rosso eletto a prova dell’assimilazione degli ebrei genovesi con il resto degli abitanti della città: facendo perno sull’esistenza, comunque calunniosa per entrambi, di luoghi comuni che farebbero torto ad ambedue le tipologie, per di più distinte (impropriamente: questo va detto), di concittadini a tutti gli effetti, Lei ha commesso un ulteriore sbaglio, una svista che pure causa nuovo dolore.
Al contrario mi sta a cuore prendere atto dell’ingenuità, questa sì pericolosa e impertinente, che si cova inevitabilmente dietro a un tal gesto. Ingenuità, senza voler pensare ad altre assai peggiori, quantunque per qualcuno forse legittime, accuse, che sempre più caratterizza coloro che occupano ruoli di prim’ordine, dalla cui voce ci s’attenderebbe assai più di un, comunque di per sé offensivo e ridicolo, “mal comune mezzo gaudio” (che postula, in un sillogismo, che un po’ di vero vi sia!). Credo peraltro, più in generale, che lo stesso parlare per idées reçues, che, anche grazie a Flaubert – se non fosse evidentemente venuta meno persino l’attenzione verso i grandi autori del passato -, avremmo tutti dovuto, ormai da tempo, imparare ad accantonare e aborrire recisamente, non sia altro che specchio della povertà, anche linguistica, dei nostri tempi, dove la battuta salace e canzonatoria trova sempre più spazio anche in luoghi istituzionali quando non addirittura sacri (la sinagoga!).
Con ciò non si pretendono certo parole di scusa da chi, come l’assessore, ha dato prova d’ingenuità, con consequenziale trascuratezza nei confronti di una platea che a duro, durissimo prezzo ha pagato il peso di calunnie che, per più di un ventennio (il più nero del Novecento) hanno imperversato in Italia (e non solo), ma più consapevolezza storica e, se non è chiedere troppo, maggior ricchezza anche nelle argomentazioni, dacché, come ha ricordato Cesare Segre, generoso come pochi altri nel fornire consigli ricavati da una vita intensa di studi e letture, “se non si è capaci di esprimersi, non si è capaci di giudicare” (da Corriere della sera, 18 dicembre 2009).
Non sarò certo io a indicare all’assessore Rosso come meglio debba comportarsi rispetto al suo ruolo istituzionale, mi permetto soltanto di rilevare che forse tutto questo non sarebbe accaduto se avesse affidato all’ascolto il significato della sua presenza al tempio a nome dell’intera città di Genova, ovvero se, anche con riguardo a certi antichi pregiudizi, avesse avuto maggior cura di cogliere quale significato per i suoi ospiti potessero avere i temi della Giornata europea della cultura ebraica dell’anno scorso e di quest’anno: il dialogo e il rinnovamento.

Filippo Biolè,
vicepresidente ANED – Associazione Nazionale ex Deportati nei campi nazisti – Sezione Genova