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I gattini ciechi

Mentre si svolgono le elezioni per la XIX legislatura nazionale, dopo una campagna elettorale a dir poco stanca, ridondante e, alla fine della fiera, effimera, il Parlamento europeo, per la prima volta da quando fu istituito, ha lapidariamente definito, attraverso il voto a maggioranza dei suoi membri, l’Ungheria – paese membro dell’Unione – come un “regime ibrido di autocrazia elettorale” che non rispetta i valori fondamentali europei. Di fatto (e di diritto) la Repubblica magiara è qualificata come “non democratica” e quindi al pari di una “minaccia sistemica” ai valori fondanti dell’Ue. In altre parole, il problema non riguarda solo i cittadini ungheresi, evidentemente vincolati ad un regime politico, ed adesso anche istituzionale, che ne opprime o ne reprime aspetti delle loro libertà, ma si estende, in immediato riflesso, alla tenuta medesima dell’Unione europea. Per la deputata Gwendoline Delbos-Corfield, relatrice del rapporto (approvato con 433 voti a favore e 123 contrari), non ci sono dubbi: “Le conclusioni di questa relazione sono chiare e irrevocabili: l’Ungheria non è una democrazia. Era più che mai urgente che il Parlamento prendesse questa posizione, considerando il ritmo allarmante con cui lo Stato di diritto sta arretrando in Ungheria. Oltre a riconoscere la strategia autocratica di Fidesz, l’ampia maggioranza dei deputati che sostiene questa posizione al Parlamento europeo non ha precedenti. Ciò dovrebbe essere un campanello d’allarme per il Consiglio e la Commissione”. Ed ancora: “la mancanza di un’azione decisiva da parte dell’Unione europea ha contribuito all’emergere di un regime ibrido di autocrazia elettorale, ovvero un sistema costituzionale in cui si svolgono le elezioni ma manca il rispetto di norme e standard democratici”. Il testo della relazione, infatti, sottolinea come i valori sanciti dall’articolo 2 del Trattato costitutivo dell’Unione Europea – dedicati alla democrazia e ai diritti fondamentali degli individui – si siano ulteriormente deteriorati a causa delle politiche promosse negli ultimi anni dal governo di Viktor Orbán. Già nel 2018 il Parlamento europeo aveva adottato una relazione per delineare dodici aree di preoccupazione e avviare la procedura di attivazione dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea, per definire e determinare l’esistenza di un chiaro rischio di grave violazione dei valori europei in Ungheria. È tuttavia necessario chiarirsi sul significato, altrimenti equivoco, delle parole. Nel linguaggio delle scienze politiche il ricorso all’espressione “autocrazia elettiva” parrebbe a dir poco contraddittorio, essendo un ossimoro, un accostamento di due termini antitetici. Invece si fa ad essa ricorso quando si intenda descrivere quei regimi autoritari, tali poiché il potere effettivo è consegnato in poche mani, che utilizzano in maniera manipolatoria il riscontro delle urne, cercando il plebiscito o comunque la maggioranza assoluta del consenso degli elettori, per puntellare i propri interessi di gruppo ristretto. Si tratta, a ben vedere, di vere e proprie oligarchie che ruotano intorno alla figura di un capo indiscutibile o comunque ben consolidato ai vertici di esse. Un altro esempio, fuori campo rispetto all’Unione europea, è quello della Russia di Putin, tanto per intenderci. Le assemblee legislative, in un tale stato di cose, svolgono l’esclusiva funzione di ratificare platealmente le decisioni assunte autonomamente dall’esecutivo. Il quale si muove secondo logiche che non sono sindacabili, vuoi perché non sottoposte al vaglio di altri potere concorrenti, vuoi perché sottratte a qualsiasi criterio di verificabilità (e di reversibilità). Nel caso ungherese, il fatto stesso che la decretazione d’emergenza, adottata per fare fronte alla pandemia del SARS-CoV 2, sia stata rinnovata a prescindere da effettive necessità, mantenendo quindi significative limitazioni alle libertà dei cittadini, depone nel senso del riscontro della sospensione di parte dei diritti comuni. D’altro canto, è risaputo come non siano sufficienti le sole elezioni per definire democratici un assetto di potere, e un sistema istituzionale. L’autocrazia, in base al pensiero politico classico, traslato poi nelle nostre categoria concettuali, è un sistema di governo in cui chi è al vertice, e come tale ha l’effettivo potere di comando, trae il fondamento della propria forza da se medesimo. In altre parole, l’autocrate si legittima da solo, per il tramite di un’investitura che può anche essere sancita da un passaggio elettorale ma, in realtà, è puntellata esclusivamente dall’azione del leader e della sua più stretta accolita di sodali (che sono anche i diretti beneficiari di molte decisioni). Così l’Enciclopedia Treccani: “nella scienza politica moderna, [l’autocrazia] è il sistema di governo dello Stato cosiddetto assoluto, in cui il sovrano (o autocrate) trae l’origine e il fondamento della propria autorità da sé stesso o al più, come si riteneva una volta, dal fatto che gli è stata conferita dalla volontà divina”. Il sovrano può essere un individuo (il dittatore) come anche – e soprattutto – un consorzio di persone e interessi. Non a caso già da tempo Viktor Orbán ha parlato, al riguardo, della necessità di dare corpo in Ungheria ad una “democrazia illiberale”, tale poiché provvista di riscontri elettorali ma in assenza sia del sistema di pesi e contrappesi istituzionali tipici del liberalismo sia della tutela delle libertà individuali in materie che il governo intende invece avocare a sé. Non è difficile cogliere, a questo punto del discorso, le analogie e i riversamenti tra alcuni aspetti del populismo e le derive autocratiche. Nei tempi trascorsi, la regressione autoritaria di una democrazia in un’autocrazia (che, va ripetuto, non è il governo di una sola persona ma di un gruppo di individui, a vari livelli, che si riconoscono tuttavia nel carisma insindacabile del leader sovraordinato) avveniva attraverso rotture violente e repentine dell’ordine costituito: colpi di Stato, rovesciamenti di regimi istituzionali, assunzione del potere da parte di ristrette cerchie di soggetti, quasi sempre in palese violazione della volontà collettiva. Un caso da manuale è quello del golpe militare in Cile nel settembre del 1973, che portò ad una lunga dittatura, durata per una quindicina d’anni. Ma il tempo delle dittature sembra oggi essersi esaurito, almeno nei paesi a sviluppo avanzato. Nessuna frattura traumatizzante, quindi. Semmai un progressivo scivolamento, passo dopo passo, verso un orizzonte che si rivela, in conclusione, come ribaltato rispetto alle sue medesime premesse. Lo stesso ricorso alle urne, altrimenti inteso come verifica della volontà popolare, viene qui piegato a “passerella per il potere” (così, per fare altri esempi, nella Bielorussia di Aljaksandr Lukašėnka; oppure in non poche “democrature” centro e sudamericane, come il Venezuela di Hugo Rafael Chávez Frías e poi di Nicolás Maduro Moros). In genere questi regimi si avvalorano di un discreto seguito popolare, mantenuto attraverso politiche di distribuzione di mance, ricompense e favori ma anche di identificazioni suggestive tra “capo” e popolo. L’Ungheria è un esempio rilevante di questo processo di regressione: la chiusura dei giornali indipendenti, la censura radiofonica e nell’informazione, l’azione contro gli atenei (se non allineati), il ricorso a leggi che vincolano i diritti civili, di espressione e di emancipazione, la forte limitazione dell’autonomia della magistratura, la corruzione tra gli esponenti della maggioranza politica o comunque tra quanti gli sono sodali, così come le misure amministrative che discriminano di fatto gli appartenenti a minoranze nazionali, culturali e di genere, si accompagnano, al pari della più vieta prassi degli autoritarismi, ad una martellante campagna quotidiana su alcuni temi ricorrenti, ossia l’identità nazionale, che sarebbe posta a rischio dalla congiura di forze oscure che puntano ad ibridare i solidi caratteri etnici; la moralità pubblica, che verrebbe minacciata da un pluralismo delle condotte pubbliche e personali sotto il segno della dissolutezza (l’omotransfobia di Stato, la lotta contro l’”ideologia gender”, la secca limitazione del diritto all’aborto: da metà settembre il personale sanitario che si occupa di interruzioni di gravidanza dove far sentire alle pazienti che vogliono abortire il battito del cuore del feto, o comunque mostrare loro un segno delle funzioni vitali “in modo chiaramente riconoscibile”; i medici dovranno quindi produrre un documento che lo attesti: senza questo certificato, la paziente non potrà accedere all’interruzione di gravidanza); la polarizzazione dell’opinione pubblica, e del comune sentire, indicando dei “nemici” interni ed esterni contro i quali scagliare la propria rabbia ed esorcizzare le tante paure. I temi dei migranti e dell’euroscetticismo, in Ungheria, sono ripetutamente usati in questo senso. L’obiettivo è quello di istigare un clima di perdurante sospetto, per alimentare la domanda di “autorità” alla quale, in maniera liberticida, risponderebbe un governo tanto amorevole quanto paternalista. Nella retorica pubblica tale prassi viene rivestita dentro discorsi di falso buon senso: si afferma che sarebbe la stessa popolazione a chiedere provvedimenti restrittivi, si dichiara che non c’è nessun intendimento persecutorio, si fa appello al bisogno di “ordine” e così via. L’eccezionalità della condotta delle autorità deve infatti essere presentata come evento ordinario, quindi immediatamente accettabile. D’altro canto, all’interno di un sistema autocratico le elezioni – convocate non per optare tra diversi indirizzi ma per confermare quello dominante – svolgono molteplici funzioni. La prima di esse è di simulare l’esistenza di un processo democratico, relegando le opposizioni all’eterna condizione di forze dissidenti, presenti in funzione marginale – quindi irrilevante – all’interno delle assemblee legislative (autocrazia, d’altro canto, non vuole dire totalitarismo, ossia dominio di un solo ed unico partito legale; quel che conta, nel primo caso, sono gli uomini più che le formazioni politiche). La seconda è la periodica redistribuzione di ruoli e funzioni di potere all’interno di un’élite altrimenti inossidabile, coalizzata per evitare che altre forze possano pregiudicarne la primazia. La terza è l’accomodamento che attraverso di esse si può fare delle parti più fragili dell’eventuale nucleo oppositivo, dal quale si possono cooptare, in ruolo di sottogoverno, gli esponenti maggiormente propensi a compromettersi. La quarta è la forma plebiscitaria con la quale la leadership cerca di rinnovare il voto di “fedeltà” della popolazione nei suoi confronti, al pari di un referendum a proprio favore (ossia, dove il risultato è comunque scritto a priori ma necessita di un costante riscontro pubblico). La quinta ed ulteriore funzione è il simulare un regime di legittimità: “se hanno votato per me, come fate a dire che non abbia il dovuto consenso?”. Il riflusso autoritario e autocratico, d’altro canto, è direttamente proporzionale alla crisi dei sistemi di democrazia liberale e sociale, dei quali si alimenta parassitariamente. E qui, come in un eterno gioco dell’oca, si ritorna al punto di partenza, ovvero alla capacità (o meno) dei sistemi politici ed istituzionali di adattarsi al cambiamento che sta investendo le società, non solo quelle europee. Poiché le crisi democratiche non si manifestano in un tempo e in uno spazio vuoti bensì nell’incapacità di continuare a soddisfare alla maggioranza della popolazione quel bisogno di integrazione e rappresentanza senza il quale le persone si sentono come quei gattini ciechi nella notte scura.

Claudio Vercelli