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Doveri e/o diritti

Alla recente presentazione del libro Shabbat Shalom. Il rinnovamento dell’umanità a cura di Dario Coen edito da Gangemi, un volume ‘dialogato’ tra rav Riccardo Shmuel Di Segni e il professor David Meghnagi, illustrato da Micol Nacamulli, la giornalista Nathania Zevi ha chiesto al rabbino capo di Roma se il precetto del non-lavorare di sabato sia da considerarsi la prima proclamazione pubblica nella storia del “diritto al riposo”, un diritto pari ma di segno opposto al diritto al lavoro, entrambi finiti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, emanata dalle Nazioni Unite nel dicembre del 1948 (ad oggi il testo etico-giuridico più importante a cui dovrebbero ispirarsi tutte le costituzioni politiche nazionali). Prima di rispondere rimarcando il senso quasi rivoluzionario di questo precetto, nel mondo antico come in quello odierno, rav Di Segni ha corretto la domanda: non è un ‘diritto’ (almeno nel senso moderno del termine), piuttosto un ‘dovere’! È il dovere di riposarsi astenendosi dal lavoro, e soprattutto dall’asservimento cui gli affari di questo mondo ci costringono nei giorni non festivi e da forme di dipendenza che ci rendono meno liberi, che sia il commercio (masà u-matan) o i social. Giustamente David Meghnagi ha ricordato che anche nella cultura ellenizzata ci si riposava, ma solo “per riprendere le forze” onde lavorare e rendere di più, non certo per imitatio Dei o per ricevere un’anima supplementare di shabbat o per dare un senso, un orientamento al tempo e al mondo.
Dunque, diritto o dovere? Il dubbio si potrebbe risolvere in superficie dicendo che sono due facce della medesima medaglia… ma questo liquida il problema, non ci fa pensare al significato della distinzione, che investe appunto l’orientamento delle nostre esistenze. Un diritto si rivendica, un dovere lo si accoglie ottemperando; un diritto, al limite, lo si può ricusare (come chi rinunci a un’eredità o a ferie non godute) ma un dovere non può essere rifiutato; l’io, oppure un noi collettivo, sta alla sorgente di un diritto, mentre alla base di un dovere c’è un’istanza extra-soggettiva, una fonte altra da noi stessi, un’autorità universale che, per chi crede, è l’Autorità per antonomasia ossia l’Autore/Creatore del mondo, che con quei doveri – sintetizzati nelle Dieci Parole o Dieci Comandamenti (tra cui, quarta parola, risuona il lungo precetto di ricordare e santificare lo shabbat) – ha inteso regolarne il funzionamento e garantirne la qualità. Dietro la dialettica dovere-diritto (non alternativa ma complementare, e tuttavia concettualmente oppositiva) sta un’antica e vexata quaestio, ossia il dibattito su autonomia versus eteronomia della legge morale (e/o naturale): se le leggi fondamentali che regolano o dovrebbero regolare l’esistenza individuale e pubblica nell’umanità siano inscritte nella ragione umana (ecco l’auto-nomia) oppure se siano imposte all’uomo dall’esterno, da una Ragione e da una Volontà superiori, vengano cioè date attraverso una rivelazione (è etero-noma ogni normativa che venga da altro da sé, da fuori l’ordine naturale delle cose). Nella storia del pensiero ebraico il dilemma ha avuto risposte diverse in tempi diversi da parte di molti maestri, con una certa tendenza a trovare una combinazione, per esempio esaltando la ragione umana quale riflesso del nostro essere creati be-tzelem Elohim… E il va sans dire che, con la modernità, specie nella riforma in seno al giudaismo, l’accento sia caduto sull’autonomia piuttosto che sull’eteronomia.
Non potendo qui percorrere l’intero dibattito, torna opportuno comunque ricordare quanto dice André Chouraqui, per decenni collaboratore del giurista ebreo francese nonché Premio Nobel René Cassin, vero ispiratore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Nei trenta articoli di cui si compone questa dichiarazione, la parola ‘diritto’ compare cinquantanove volte, mentre la parola ‘dovere’ appare una sola volta, nell’art. 29, che sottolinea i doveri dell’individuo verso la comunità. Tuttavia, se l’essere umano rispettasse i suoi doveri fondamentali – i principali dei quali sono contenuti appunto nei Dieci Comandamenti – non sarebbe necessaria una dichiarazione dei suoi diritti, poiché essi sarebbero rispettati di conseguenza”. Chouraqui definisce il Decalogo biblico “la dichiarazione universale dei doveri dell’uomo” spiegando: “La sua portata non si limita alle tre religioni che si rifanno alla fede di Abramo. Il luogo della sua proclamazione è il deserto e il deserto non appartiene [simbolicamente] a nessuno. Le Dieci Parole si rivolgono quindi all’umanità intera, per il fatto stesso di riassumere in poche frasi la condizione umana e le condizioni di sopravvivenza dell’umano che è presente nell’uomo”. In quest’ottica, il sottotitolo del volume dialogico tra il Rav e il Prof sullo shabbat è del tutto appropriato. Si potrebbe in aggiunta chiosare che, proprio nel precetto sull’osservanza del sabato, vi è la manifestazione di un ‘diritto’ che non comporta ‘dovere’, almeno per i soggetti di quel diritto: là dove si ordina di non far lavorare, di sabato, “né il tuo bue, né il tuo asino, né alcun animale di tua proprietà” (Devarim/Dt 5,14). Per gli animali quello al riposo, al cibo e al benessere, è un diritto puro, che scaturisce non da obblighi inerenti il loro status giuridico ma dai doveri dell’essere umano (il ‘proprietario’?) nei confronti degli altri esseri viventi. Come non vedere anche qui, in nuce, le basi di quell’etica della responsabilità planetaria che ci attende da oggi in avanti?

Massimo Giuliani, Università di Trento