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La conferenza di Dina Porat a Roma
Memoria, una prospettiva globale

Cambiamenti, tendenze e processi. Una prospettiva globale quella tracciata da Dina Porat, già direttrice dell’Ufficio ricerca dello Yad Vashem e fondatrice del Kantor Center for the Study of Contemporary European Jewry, a Roma per parlare di “discorso scientifico e divulgativo” della Shoah al tempo presente e nelle sue molteplici declinazioni. Non è per tutti la stessa Memoria. Diverso è infatti il modo di relazionarsi con quel passato di un cittadino europeo rispetto a un americano, di un cittadino dell’Europa occidentale rispetto a uno dell’Europa orientale, di un arabo rispetto a un israeliano. E anche nella stessa Israele il quadro si presenta articolato e dinamico. Di questo e di molto altro ha disquisito la professoressa Porat, ospite dell’Ambasciata d’Israele in Italia e della Fondazione Museo della Shoah (nella cui sede si è svolto l’evento).
Ad aprire l’incontro, moderato dal vicedirettore dell’Istituto Storico Germanico Lutz Klinkhammer, i saluti dell’ambasciatore israeliano incaricato Alon Bar, del presidente della Fondazione Museo della Shoah Mario Venezia e della presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello. L’ambasciatore Alon si è soffermato sull’importanza della Memoria e della sua trasmissione ai giovani, evidenziando in particolare il ruolo dei “Giusti”. Figure, ha detto, “da ricordare in modo molto forte”. Dureghello ha parlato di Memoria come veicolo per la trasmissione di “identità e conoscenza”, manifestando allarme per i fenomeni di banalizzazione e strumentalizzazione. “Quelli che affronteremo oggi sono temi che guardano alla storia, ma si riflettono sul presente”, ha poi osservato Venezia.
“Abbiamo il dovere di trasmettere la Shoah così come è accaduta”, il messaggio che ha caratterizzato l’esposizione di Porat; più importante ancora del mezzo – libri, conferenze, social network – è cosa si racconta. “È il contenuto che fa la differenza: l’importante è che il risultato finale rispecchi i fatti”.
La sua lezione si è aperta con un approfondimento sulla realtà d’Israele, partendo dalla definizione di “sopravvissuto”. Una categoria oggi dal significato più esteso rispetto a un tempo “includendo, a seguito delle pressioni di alcuni gruppi, ebrei originari dell’Unione Sovietica e del Nord Africa”. L’idea di Porat è che due giornate di memoria, quella internazionale del 27 gennaio e quella israeliana per Yom haShoah, “non siano un bene”. Anche alla luce di varie questioni aperte. Come l’approccio dei giovani, “spesso protagonisti di cerimonie alternative rispetto a quelle istituzionali”. Nel mosaico Israele la Memoria è avvertita in tanti modi. E non è solo una questione di prima, seconda e terza generazione. “Per gran parte degli haredim, ad esempio, la Shoah è una parte della storia ebraica senza una sua specificità. E quindi in genere, quando suona la sirena di Yom haShoah, non interrompono le loro attività”. C’è poi tra tante anche la prospettiva araba. “L’opinione più diffusa – ha detto Porat – è il concetto che si potrebbe riassumere con ‘Siamo noi le vittime, non loro’. Anche se qualcosa, per la verità, sta cambiando”. E non nella sola Israele. “Gli Accordi di Abramo stanno avviando una trasformazione di cui si era comunque colta qualche traccia anche in anni precedenti. Il numero di delegazioni arabe recatesi quest’anno ad Auschwitz è stato notevole. Più si stringono rapporti, più si realizza questa trasformazione”. Al riguardo Porat si è detta “sbalordita” dal fatto che il Bahrein abbia adottato la definizione di antisemitismo dell’Ihra. Per quanto riguarda gli Usa invece “la tendenza è quella di proporre una versione della Shoah annacquata; l’idea prevalente è che siano temi troppo difficili da insegnare e mostrare: lo vediamo nei libri, nelle poesie e nella produzione culturale nel suo insieme, che risente in gran parte di questa ‘americanizzazione’, di questa ricerca di modelli di leggerezza”. Guardando invece all’Europa dell’Est la storica israeliana ha menzionato come particolarmente critiche le realtà di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Croazia. Paesi in cui, sempre di più, “si cerca di nascondere la cooperazione con i nazisti nell’identificare, catturare, rastrellare”. E in cui prevale una narrazione “del tipo ‘tutti siamo stati vittime, non si può parlare soltanto degli ebrei…'”. Un’altra realtà ancora è quella del Rwanda, dove la ferita di un genocidio è ancora fresca. “Ci sono stata di recente e molte sono state le domande, gli interrogativi. In particolare dagli insegnanti: cosa raccontare, come raccontare…la sfida del Rwanda nell’elaborare il genocidio è da una parte ricordare gli eventi e dall’altra quella di portare avanti una sorta di ‘pacificazione’. Alcuni responsabili di quei massacri, trent’anni dopo, stanno infatti uscendo dal carcere”
In conclusione di serata alcune riflessioni della presidente UCEI Noemi Di Segni. In tema di Memoria Di Segni ha parlato di “livello di attenzione straordinario da parte delle istituzioni”. Altro tema posto quello dei silenzi del Vaticano, argomento di cui tratta lo storico David Kertzer nel suo ultimo libro. A detta di Porat, “un libro pubblicato troppo presto, ad archivi vaticani appena aperti”. Nel riferirsi alla figura di Pio XII Porat ha descritto “un quadro complesso”. È un fatto, ha quindi affermato, “che il papa abbia aperto la sua residenza di Castel Gandolfo agli ebrei, dando in questo modo un esempio a tanti conventi”.

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(20 ottobre 2022)